imagesSi fa un gran parlare di tagli, sprechi, legge elettorale e altre questioni di contorno, ma non si parla mai degli argomenti veramente importanti e decisivi che condizioneranno la storia futura dell’Europa e del mondo. La vera dicotomia oggi prevalente riguarda due diverse filosofie che ciclicamente si contendono la scena: il nazionalismo e il mondialismo. Mentre il mainstream è impegnato nel presentare agli italiani questioni da pollaio come le riforme di Renzi, le espulsioni di Grillo e le paturnie del duo Berlusconi-Pascale, in maniera silenziosa e felpata si combatte all’ombra dei templi più elitari una battaglia epocale destinata a forgiare gli equilibri geopolitici dei prossimi decenni. Premessa. Esiste una vulgata numerosa, ben rappresentata da tipi alla Roberto D’Agostino, che ha fallacemente interiorizzato una lettura distorta della globalizzazione. Secondo alcuni opinionisti, infatti, poggiando il pregresso benessere occidentale su forme di bieco sfruttamento del terzo mondo, la graduale emancipazione di popoli prima soggiogati comporterà giocoforza un progressivo riequilibro della ricchezza generale, finalisticamente destinato a colpire i ceti deboli dei paesi ricchi in misura inversamente proporzionale all’incremento del tenore di vita di quelli in via di sviluppo. Questa tesi è costruita sulla sabbia. Non vi è alcuna correlazione scientifica che evidenzi il nesso relazionale intercorrente tra la liberazione dalla schiavitù del sottoproletariato indiano e l’inasprimento barbarico delle condizioni di vita del geometra portoghese. La ricchezza non è ora divisa più equamente fra le diverse nazioni. Si è semplicemente privatizzata, lasciando ai grandi gruppi economici la possibilità di scegliere di volta in volta il posto strategicamnete migliore per inseguire i propri egoistici fini ed interessi. La globalizzazione dei capitali, non accompagnata da un adeguato e collaterale sviluppo delle istituzioni politiche e democratiche operanti su un piano sovranazionale, ha prodotto oggettivamente storture e miserie. E quindi ora il caso di riscoprire le meraviglie del nazionalismo vecchio stampo? Di votare cioè in massa per le tante Marine Le Pen che affollano il Continente nella speranza ingenua di trovare ristoro nel chiuso del proprio cantuccio?  Non credo si tratti di una tentazione lungimirante. In molti, erroneamente, credono che il progressivo svuotamento del benessere europeo sia opera delle strutture tecnocratiche internazionali che vaporizzano il ruolo dei singoli Stati membri. Non è così. La Ue, la Bce e gli altri mostri della stessa specie, affondano il coltello nel burro proprio perché armati dalle classi dirigenti dei singoli Paesi nazionali. E’ stato il Parlamento italiano, popolato da pavidi, insipienti e corrotti figuri, ad inserire il pareggio di bilancio in Costituzione. Non è stata la Camera dei Lord inglese a votare al nostro posto. L’Europa di oggi è stratificata secondo il vecchissimo e ottocentesco equilibrio fra potenze. Vi è un Paese egemone, la Germania, che detta le condizioni a tutti gli altri, trattati con minore o maggiore benevolenza a seconda del peso specifico che singolarmente vantano all’interno dell’eurogruppo. Mentre la Grecia, cavia e cenerentola dell’Eurozona, viene continuamente pestata come una schiava, la Francia può al contrario permettersi molte licenze (i galletti sforano a piacimento il limite del 3% nel rapporto deficit/pil e nessuno fiata, giusto per fare un esempio). E’chiaro che la Ue, nel suo insieme, persegue finalità di impoverimento collettivo. Ma tempi e modi delle frustate da assestare non sono uguali per tutti. L’intensità dei colpi periodicamente vibrati dai diversi sicari mandati in giro dalla “eterea tecnocrazia” varia  a seconda del soggetto “attenzionato”. E se Paesi forti come la Germania e la Francia riescono quasi sempre a ritagliarsi margini di autonomia decisionale, quelli più deboli, a partire dalla Grecia, finiscono di fatto commissariati senza opporre per giunta nessuna degna resistenza. Quindi, come potrete agevolmente notare, tutto ruota ancora oggi intorno al concetto di Stato-nazione. Lo scenario cambierebbe radicalmente nel caso in cui l’Europa procedesse verso una vera unificazione politica. Se il Parlamento europeo, oggi simulacro di democrazia, divenisse domani autentica espressione di una nuova ed indivisibile sovranità continentale, i tanti rapaci avvoltoi che tuttora si aggirano minacciosi sulle nostre teste finirebbero immediatamente di svolazzare. Una nuova solidarietà orizzontale nascerebbe nel cuore di ogni autentico democratico italiano, finalmente in condizione di combattere le stesse battaglie ideali in comunione di intenti con i suoi fratelli, siano essi greci, francesi o irlandesi poco importa. Passate un paio di legislature le differenze territoriali, ora marcate, sfumerebbero. Una forte identità europea, forgiata dalla consapevolezza non più retorica di condividere per davvero identici orizzonti, sorgerebbe spontaneamente nel cuore delle generazioni figlie dei tempi nuovi. Tale prospettiva, terza rispetto alla difesa dell’esistente e al velleitarismo passatista di ritorno, mi appare in tutta la sua chiarezza degna di impegno e di lode.

    Francesco Maria Toscano

    06/03/2014

    Categorie: Editoriale

    10 Commenti

    1. Rodion scrive:

      Orecchio della dodecafonia:

      1 – “speranza ingenua di trovare ristoro nel chiuso del proprio cantuccio”

      2 – “Una forte identità europea”

      Sarà prima la Scienza e poi la Storia a decidere quali delle due è l’affermazione più ingenua.

    2. Togliendo lo Stato-Nazione, affinché si possa unificare le innumerevoli famiglie europee, personalmente balzano alla memoria le lodevoli riflessioni di Denis de Rougemont e il concetto, progetto di pan-europa. Una europa fondata sulle regioni e non sugli stati federali.

    3. Laura scrive:

      L’Unione Europea decisa a tavolino è stato un esperimento di ingegneria sociale fallimentare, e quando un esperimento fallisce lo si archivia.
      Oltre agli Stati Uniti d’America non esistono altre forme di unione fra stati aventi tutti la stessa moneta, la stessa lingua e la stessa governance politica. Ma gli Stati Uniti d’America non vedo che si stiano rivelando poi quel Bengodi che i padri costituenti immaginavano. Cosa è rimasto dei principi fondativi? Non guardiamo a ciò che scrissero, bellissimo e validissimo, nella loro Costituzione: guardiamo i fatti, che la smentiscono amaramente. Questi hanno il pallino di governare il mondo, ovvero di prosperare ai danni del resto del mondo conquistando e colonizzando non con la forza di un modello vincente bensì con la forza delle conseguenze del fallimento economico, con la menzogna, con la corruzione dei governi. Si vorrebbero sognare gli Stati Uniti d’Europa su siffatto fulgido esempio di ipocrisia, violenza e sopraffazione?
      Cosa dovremmo mutuare dagli USA, le gang, la povertà dei bassi ceti, la smodata ricerca di ricchezza di sette società sorelle, il monopolio delle invenzioni e dello sfruttamento dei relativi brevetti, l’omomania, l’aggressione delle nazioni rimanenti tramite l’insediamento di governi graditi salvo poi procedere con sistematiche “rivoluzioni pacifiste” indotte, pagate un tot al kilo, che ne giustifichino l’invasione e azioni belliche con armi e metodi più o meno convenzionali?
      Credo, e ne sono convinta, che se non si agirà prima sull’essere umano e per l’essere umano, privilegiando questo rispetto al potere delle nazioni, non vi sarà aggregazione politica che tenga. Anzi, maggiore sarà la potenza della nazione, maggiore e più subdola e cruenta sarà l’aggressione verso qualunque popolo che detenga qualcosa di appetibile entro i propri confini nazionali, sia ciò una riserva energetica o una posizione geografica strategica.

      • Rodion scrive:

        Ottimo Laura.

        Gli USA sono l’esempio più fulgido del fallimento della società multietnica: non solo è l’evidenza empirica dell’impossibilità dell’integrazione razziale ma l’orrore è che le classi sociali potrebbero essere definite “per razza”. Concetto che sfuma più si sale nella piramide sociale, dove il concetto di etnia si confonde con quella di famiglia…

        Un’altra evidenza è l’incapacità secolare di produrre cultura che non sia l’immediato riflesso di quella europea.

        Gli unici che si sentono americani in vago senso “patriottico” sono quelli che vantano la “discendenza dalla Mayflower”: l’identità culturale infatti non ha radici dalla terra/patria ma dalla NAZIONE: infatti non sono “patriottici”, ma NAZIONALISTI.

        «Il contrario di “mondialismo” NON è ritorno alla nazione ma RITORNO ALLA PATRIA e al legame che esiste tra geografia e lingua». Il vero gene della cultura antropologica.

        Infatti negli USA (nome di nazione asettico, squisitamente politico, senza nessun riferimento culturale) parlano “inglese” (no comment, appunto) e non possono avere NEANCHE un senso identitario, un “carattere nazionale”, al contrario dei RUSSI.

        Usano il 30% delle risorse terrestre per aver, statisticamente, una qualità della vita vergognosamente bassa.

        L’unico modo per eliminare le frontiere è eliminare le CULTURE: ed è quello che stanno facendo.

        Il motivo di questa aberrazione è da ricercarsi nella sua strumentalità di chi influenza i processi macroeconomici e, in funzione anche sociologica, ben argomentato da Kalecky in “Political Aspects of Full Employment” (relazione tra movimento di capitali – e di converso di persone ndr -, disoccupazione, distruzione della ricchezza, controllo delle istituzioni politiche).

        Per edificare un mondo ideale degli uomini diventa necessario distruggere l’uomo stesso: non è una scelta, sono le leggi della natura.

        E’necessario verificare se questa “idealità” è una idealità “assoluta” oppure l’idealità di “qualcuno” che la vuol imporre paternalisticamente a tutti gli altri.

        La legge del più forte, la legge della giungla.

        Da qui l’involuzione.

    4. GLS scrive:

      Non so se è una provocazione, uno scherzo, un tentativo di rilancio dialettico per uscire dai soliti schemi, ma mi sembra un filino ottimistica questa visione. Personalmente allora, utopia per utopia, non mi limiterei agli stati uniti d’Europa ma andrei dritto alla grande unione planetaria del progetto Venus: se vogliamo sognare, facciamolo in grande. Ma appena possibile torniamo ad impegnarci nel risveglio delle coscienze affinché una sobria consapevolezza della realtà possa squarciare e abbattere i veli dell’ipocrisia dominante per giungere presto ad una svolta decisa verso una soluzione alla crescente drammaticità dilagante.

    5. Petronius scrive:

      E’ un vecchio errore quello di opporre la pacata razionalità al nazionalismo; contro un sentimento comune la ragione (come è anche giusto) non può nulla.

      E’ ovvio che se nessuno si decide a scendere in campo dalla parte delle vittime dell’Europa tecnocratica l’unica reazione possibile sarà quella di aggregarsi attorno al sentimento primordiale dell’appartenenza identitaria “di default” cioè la nazione.
      Chi continua a criticare senza decidersi ad assumere il ruolo di leader che peraltro continua ad affermare che gli spetta di diritto, finirà per apparire ipocrita o pauroso.

    6. […] attuali per il tramite della riscoperta di un nostalgico e aggressivo sciovinismo di ritorno (clicca per leggere). Molti miei lettori, in maniera garbata e argomentata, hanno espresso prevedibili perplessità al […]

    7. Alessandra scrive:

      ..non vedo perche’ non si puo’ stare in un’europa solidale, come stati sovrani, ognuno con la propria identita’, usi, costumi, lingua..sta storia di “grande e” bello”.. e’ una gran fregata..e tuttosta a dimostrarlo..

      • Gianluca scrive:

        Concordo…
        Sopra l’Unione Europea c’è scritto, grande come una casa: “perdete ogni speranza voi che entrate”…
        Il discorso alla fine è molto semplice:
        se anziché combattere la povertà, la sinistra ha deciso di combattere L’UNICO SPAZIO che riconoscere dei diritti sociali, che si riconosce in una solidarietà più ampia, allora sono nemici del popolo.
        Nel 2014, l’Europa ha già dimostrato fin troppo bene quanti danni può fare.
        Come Von Hayek ha dimostrato, questo tipo di mostri porta solo al neoliberismo più sfrenato.
        REGOLATEVI di conseguenza, e finiamola di difendere idee contro esseri umani.
        L’inferno è lastricato di buone intenzioni, e non sarà la prima bella idea ad essere archiviata dalla SStoria.

    8. Gianluca scrive:

      Al contrario del pensiero di Francesco Maria Toscano, che comunque seguo sempre con interesse, trovo velleitario il solo pensare che ancora, nel 2014, si possa arrivare ad un Unione Europea diversa, scontrandosi con l’amara realtà… fatta da interessi strutturati enormi, ed un impalcatura studiata apposta per portare avanti i progetti neoliberisti. Se non si butta giù questa impalcatura totalmente “neoliberista”, non ci sarà mai spazio per una costruzione europea diversa.

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    • Chi è il moralista

      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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