untitledLa forza è metro del potere. Nelle sue forme più e antiche primordiali questa ovvietà si palesava per il tramite di guerre, regicidi e congiure; nella sua accezione più moderna tale necessitato connubio, ora ben impastato con il lievito dell’ipocrisia, vanta invece beffarde velleità di giustizia. Cosa voglio dire? Che il rapporto tra i poteri dello Stato, nel caso specifico quello tra politica e magistratura, non è mai neutro. Atmosfere, circostanze e condizioni relativizzano giocoforza il concetto stesso di giustizia, costringendo gli operatori del settore (più o meno consapevolmente) a trasfigurasi quasi sempre in contabili pronti ad intervenire per certificare sconfitte già in altre sedi consumatesi. La classe dirigente della Prima Repubblica, quella dei vari Craxi, Forlani e Andreotti, non crollò sotto i colpi delle inchieste di Mani Pulite. Con la fine del mondo bipolare, all’indomani della caduta del Muro, si esauriva nei fatti il compito storico ben interpretato da una precisa nomenclatura improvvisamente riscopertasi anacronistica e fuori luogo.  L’Italia dei primi anni Novanta, quella delle privatizzazioni apparecchiate dal Venerabile Draghi, entrava infatti speranzosa nell’era nuova, quella della responsabilità e dei tecnici al potere. La ramazza mascherata da giustizia interveniva quindi per sgombrare il campo ancora occupato da arnesi vecchi e inservibili. Questo tipo di meccanismo, che gli stolti chiamano “complotto”, risponde alle leggi del “determinismo” così per come ben intuite ed argomentate da pensatori del calibro di Marx ed Hegel. Discorso analogo potrebbe farsi per Berlusconi, da sempre nel mirino delle procure, guarda caso condannato in via definitiva solo sul finire della sua lunga carriera politica. Naturalmente, in quest’ottica, l’effettiva innocenza o consapevolezza di chi incarna il potere è del tutto irrilevante. Sia chiaro che il determinismo storico, il più delle volte, opera all’insaputa degli stessi protagonisti in campo, limitandosi cioè a costringere alcuni personaggi a compiere scelte necessitate per quanto travestite da libero arbitrio. Ciò avviene per il tramite di un processo simile a quello che obbliga i globuli rossi a trasportare l’ossigeno ai tessuti in ossequio al rispetto di una legge più alta e nascosta che, di fatto, gli stessi agenti  ottemperano ma disconoscono. Questo non significa che tutto è prestabilito da una legge oscura e immanente, arcigna e sadica fino al punto da rendere la vita degli uomini troppo simile a quella del famoso criceto sulla ruota. Niente affatto. L’Uomo è libero. Ma la concatenazione di tante diverse libertà innesca sempre fenomeni teleologicamente dominati dalle puntuali, coerenti ed inesorabili Leggi della Storia. Chi le studia finisce perciò quasi sempre con il coltivare velleità di preveggenza. Ora conoscete il processo logico che mi portò ad anticipare a beneficio dei miei lettori l’intervenuta  marginalità di Berlusconi (clicca per leggere), la sua successiva condanna (clicca per leggere), il tradimento di Gianni Letta e Angelino Alfano (clicca per leggere), nonché l’improvviso irrompere sulla scena del Rottamatore Renzi (clicca per leggere). Utilizzando lo stesso metro di allora, oggi vi dico che molti esponenti del Nuovo Centro Destra, nato per la gioia di Napolitano quando Renzi era ancora all’orizzonte, rischiano di vedere svanire l’incanto. Con la brusca archiviazione di Enrico Letta muore infatti sul nascere la ratio che sottintendeva  “l’operazione Alfano”, destinata perciò nel brevissimo periodo a prosciugarsi in un modo o nell’altro. Anche il governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti, da me tempo fa sollecitato con scarsi risultati intorno ai temi della crisi economica (clicca per leggere), rischia di finire travolto perché, parafrasando Talleyrand, “peggio che un crimine ha commesso un errore”. La cattiva influenza esercitata da alcuni grigi avvocaticchi, presunti avamposti del decadente Gianni Letta, assurti ad inopinati ruoli di illuminati ed ascoltati consigliori, ha spalancato le porte dell’Ade. D’altronde, si sa, “Deus amentat quos perdere vult” (Isaia).

    Francesco Maria Toscano

    27/03/2014

    Categorie: Editoriale, Politica

    3 Commenti

    1. Giovanni scrive:

      Francesco, se sei a conoscenza di cose che i comuni calabresi non sanno, tirale fuori adesso, oppure taci per sempre su Scopelliti e sul “modello” Reggio.

    Commenta a Giovanni


    "nella mia vita ho conosciuto farabutti che non erano moralisti ma raramente dei moralisti che non erano farabutti." (Indro Montanelli)


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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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