1483739_10201489092451751_1134362911_nIl 5 giugno scorso Mario Draghi ha annunciato il taglio di tre tipologie di tassi di interesse praticate dalla Banca Centrale Europea.

    Il tasso di rifinanziamento (refi rate) pagato dalle banche quando prendono in prestito del denaro dalla BCE è stato portato dallo 0,25% allo 0,15%. Il tasso marginal lending, utilizzato dalla BCE come strumento di emergenza per fornire liquidità a brevissimo termine in cambio di garanzie è stato portato dallo 0,75% allo 0,4%.

    Il tasso sui depositi (deposit rate) è stato infine portato per la prima volta in territorio negativo al -0,1%: si tratta del tasso pagato dalle banche per mantenere presso la BCE le riserve di liquidità in eccesso. Il deposit rate era già stato portato a zero nel luglio 2012, e con questa ulteriore manovra le banche non solo non riceveranno alcuna remunerazione sulla liquidità presente in questi depositi, ma saranno anche tassate sull’intero saldo in eccesso.

    Con questa svolta regolatoria, la BCE spera di raggiungere un duplice obiettivo. Da un lato, si pensa che tassando le banche sui depositi in eccesso esse saranno costrette a prestarle al pubblico. Dall’altro, si ritene che i maggiori prestiti forniti all’economia possano stimolare investimenti e quindi contrastare la deflazione.

    Il primo degli effetti attesi dalla BCE discende dalla concezione secondo cui i prestiti avvengono se ci sono dei depositi disponibili nei portafogli bancari. In realtà, come dimostrano le recenti pubblicazioni di alcuni ricercatori della Bank of England, il nesso di causalità va invertito. Le banche non sono dei semplici intermediari che raccolgono il risparmio del settore privato per poi prestarlo, bensì creano il credito espandendo il proprio bilancio e generando il deposito corrispondente per il correntista. Quindi i prestiti creano i depositi, e non viceversa.

    Nel decidere se concedere un prestito o meno, la banca non controllerà la quantità di riserve che ha a disposizione, bensì verificherà la capacità presente e futura del creditore di ripagare la quota capitale e gli interessi relativi al prestito.

    La gestione delle riserve per la banca è inerente esclusivamente a soddisfare i requisiti regolatori posti dalla banca centrale: se la quantità di riserve che la banca centrale obbliga le banche a depositare presso di sè è superiore alla liquidità disponibile della banca, questa dovrà prendere in prestito dalla banca centrale stessa le riserve mancanti. In ogni caso, fino a quando gli interessi pagati dai correntisti sono superiori a questi costi di rifinanziamento sostenuti dalle banche, queste ultime realizzeranno comunque degli utili.

    Dal momento che la quantità dei prestiti erogati dalle banche non dipende dalla disponibilità di riserve, ma dallo stato dei creditori nell’intero sistema economico, è difficile pensare che questa operazione di manovra dei tassi d’interesse porterà ad un aumento dei prestiti e quindi degli investimenti nell’Eurozona.

    L’obiettivo di contrastare la deflazione tramite i tassi d’interesse negativi risulta irraggiungibile: sarebbe necessario piuttosto incrementare i redditi complessivi del settore privato, creando posti di lavoro per dare impulso alla domanda aggregata. Pertanto, solo un aumento della quantità e della qualità dei redditi di cittadini e imprese può incentivare le banche a far ripartire i prestiti.

    Al contrario, l’imposizione di tassi d’interesse negativi costituisce una forma, seppure indiretta, di austerità in quanto si tratta di una tassa a tutti gli effetti che grava sui bilanci bancari già fortemente esposti. Andrea Terzi, docente di Economia alla Franklin University, spiega perché:

    A riscuotere la “tassa” è la Bce. Il denaro viene contabilizzato negli utili della Banca centrale per essere poi distribuito alle banche centrali nazionali. Anche nell’ipotesi che l’Eurosistema ne accantoni solo una parte e che il resto sia poi distribuito e speso dai governi nazionali, la manovra è assimilabile a un prelievo netto dal settore privato (le banche si rifarebbero in parte sui clienti), ovvero a una forma di “austerità” sui generis.

    Perciò, oltre a non poter generare un effetto consistente sulla domanda, le conseguenze della manovra praticata dalla BCE potrebbero estendersi anche ai tassi d’interesse pagati da lavoratori e imprese. La tassa applicata al patrimonio netto delle banche potrebbe determinare un aumento dei tassi d’interesse praticati ai clienti, per compensare la diminuzione degli utili che ne risulterebbe.

    In merito agli ulteriori effetti collaterali che ne seguirebbero, Terzi aggiunge:

    Un possibile effetto è il deprezzamento dell’euro, che potrebbe incoraggiare le esportazioni dell’Eurozona, sempre a condizione che la domanda aggregata estera (che in ultima analisi è finanziata dal disavanzo pubblico dei governi stranieri) rimanga sufficientemente forte e stabile. Peraltro, è ragionevole aspettarsi che l’effetto cambio sia contenuto e passeggero. Con meno euro disponibili, il prezzo dell’euro potrebbe in realtà aumentare nel medio termine [grassetto nostro, ndr].

    L’operazione quindi potrebbe determinare effetti positivi esclusivamente per quei settori del mondo finanziario che intendono utilizzare l’euro come moneta da investimento per preservare il valore delle proprie attività, ed hanno bisogno di una moneta “forte”.

    Lungi dal costituire una svolta nella concezione delle politiche economiche europee, la manovra della BCE si troverebbe in linea con l’intera costruzione della moneta unica come delineata da Alain Parguez nel suo saggio “A false money against the real economy” [Una moneta falsa contro l’economia reale, nda].

    Come delineato in questo articolo di Francesco Ruggeri e Giuliano Toshiro Yajima, la pianificazione dell’euro da parte dei padri fondatori ha avuto come obiettivo primario la creazione di una moneta che fosse più scarsa possibile, in modo da poterne mantenerne alto il valore. Questa costruzione può essere vista come la volontà di mantenere elevati i profitti di chi utilizza la moneta per attività speculative, a discapito degli utilizzi volti a generare investimenti produttivi e maggiore occupazione.

    Giacomo Bracci e Francesco Ruggeri

    Categorie: Economia, Lavoro

    14 Commenti

    1. ugo scrive:

      Bracci-Ruggeri (chiunque siano): “sarebbe necessario piuttosto incrementare i redditi complessivi del settore privato

      Ah, be’, perché invece dei redditi del settore pubblico chissenefrega! Ma, dico, la finiamo di pensare che chi lavora nel settore pubblico sia un non-lavoratore e che (sottinteso) rubi lo stipendio? Perché il servizio che presto come lavoratore pubblico è un servizio esattamente quanto quello che presta chi lavora nel settore privato. Anche solo, come fanno questi Bracci e Ruggeri, sottintendere il contrario è una manovra disprezzabile ed addirittura odiosa. Finiamola una buona volta con questa propaganda pelosa e cerchiamo di tenere i piedi per terra con un minimo di onestà.

      • il Moralista scrive:

        Ugo, hai frainteso. Settore privato=famiglie e imprese. Settore pubblico= Conti dello Stato. Nel ragionamento svolto da Bracci e Ruggeri, tu, insegnante nella scuola pubblica, rientri nella categoria “settore privato”. Chiaro?

        • ugo scrive:

          Mica tanto chiaro…

          • Edinz scrive:

            A me pareva molto chiaro.

            Quel che invece non colgo è il motivo per cui le banche, nel decidere quanto prestare, non dovrebbero tener conto della propria liquiditã. Credo che, per i parametri imposti dagli accordi di Basilea 2, ci sia un limite; se non ricordo male la “riseva frazionaria” non deve essere inferiore al 2% delle somme prestate. Al riguardo, caro Moralista, potresti precisare meglio ciò che intendi? Forse che sbaglio io nell’interpretare le regole bancarie sui prestiti?

            • Giacomo Bracci scrive:

              Caro Edinz, il coefficiente di riserva obbligatoria è stato fissato al 2% da Basilea II esattamente come dici.

              Il motivo per cui il livello delle riserve disponibili è un problema che si presenta solo successivamente alla concessione del prestito risiede nel fatto che le banche non prestano fondi che hanno depositato presso la BCE, ma creano questi fondi semplicemente espandendo entrambi i lati del proprio bilancio.

              Ciò significa che, se la banca presta 100 soldi ad un cliente, la banca segnerà un +100 sulle proprie attività (ovvero il diritto a vedersi restituiti i 100 soldi in un certo lasso temporale) e contemporaneamente un +100 sulle proprie passività (ovvero il diritto del cliente a ricevere i 100 soldi immediatamente).

              Parallelamente, il cliente avrà una situazione patrimoniale in cui segnerà un +100 fra i propri crediti (ovvero i 100 soldi che deve ricevere direttamente dalla propria banca) e un +100 fra i propri debiti (i 100 soldi che deve restituire alla banca in un certo arco temporale).

              Fino a qui, nulla si crea e nulla si distrugge. Allora come mai la banca dovrebbe concedere il prestito? I 100 soldi sono soltanto un numero registrato elettronicamente, quindi da dove arrivano i profitti per l’istituto bancario?

              I profitti arriveranno se il tasso che la banca applica al cliente (poniamo, ad esempio, che sia il 10%) sia in primo luogo sufficiente a coprire i costi che dovrà sostenere la banca stessa, e poi in grado di generare un surplus; esattamente come una qualunque impresa che vende prodotti per realizzare degli incassi che oltre a coprire i costi permettano di generare un profitto netto.

              All’interno dei costi che la banca prevede di sostenere ci saranno naturalmente l’affitto delle strutture, gli stipendi dei dipendenti, le tasse da pagare sui redditi e così via. Oltre a questi, ci saranno i costi aggiuntivi sostenuti nel caso in cui la banca abbia bisogno di liquidità giornaliera extra per effettuare pagamenti e incassi di routine, e che per motivi vari (fra cui la necessità di rispettare il vincolo della riserva obbligatoria posto dalla banca centrale) la banca deve chiedere in prestito o alla banca centrale o ad altre banche.

              Ecco perché nel decidere se effettuare o meno un prestito la banca non si preoccuperà del livello della liquidità corrente. La banca può procurarsi quella liquidità in qualsiasi momento, mentre dovrà tener conto della situazione reddituale del cliente, perché se il pagamento degli interessi si interrompe, la banca perderà profitti e quindi andrà incontro al fallimento.

              Spero di aver chiarito il punto, ma qualora ci siano dubbi non esitare a scrivere!

              Un abbraccio
              Giacomo

            • ampul scrive:

              Perché non gliene frega niente alla banca quanto ha in attivo quando riceve la tua richiesta di prestito… quello che guarda è il tuo “essere in grado” di restituirlo…
              Se ci pensi bene, considerando solo la propria liquidità, le banche dovrebbero prestare fino ad un certo limite… invece ciò non avverrà mai!

          • Giacomo Bracci scrive:

            Caro Ugo, hai perfettamente ragione, c’è una propaganda pelosa che tenta di delegittimare il pubblico impiego per varie ragioni, tra le quali il famoso “non ci sono i soldi”.

            Il nostro lavoro divulgativo esiste proprio per smentire questo ed altri miti pericolosi che, in nome di una inesistente necessità di tagliare la spesa sociale, intende colpire la sicurezza ed i redditi dei lavoratori. Se vuoi approfondire, ti consiglio questo articolo dedicato al tema (http://www.ilmoralista.it/2013/12/17/debito-pubblico-peso-o-necessita/).

            Come precisava Francesco, il concetto di “settore privato” in economiche indica semplicemente l’insieme di tutti i lavoratori e tutte le imprese di una nazione. Quindi i dipendenti pubblici rientrano nel “settore privato”, mentre il loro datore di lavoro è il “settore pubblico”, cioè l’insieme formato dallo stato e da tutte le amministrazioni pubbliche.

            Da umile lavoratore nella vigna, sono a tua disposizione per qualsiasi altro chiarimento in merito all’articolo.

            Un abbraccio
            Giacomo

          • ampul scrive:

            È chiarissimo. Ti basta rivedere la domanda aggregata keynesiana per capirla anche meglio.

    2. Mauro scrive:

      Mi rendo conto da queste risposte all’articolo, di come noi italiani siamo ignoranti.
      Mi spiego ora come mai Renzi possa prendere il 41% alle europee .
      O come possano uscire articoli sui giornali come quello di Marco Fortis sul messaggero che parla del mostro del debito pubblico……no comment…rimaniamo pecore

      • Edinz scrive:

        Bene, allora, dall’alto della sua cultura finanziaria, le chiedo umilmente di illuminarci. Del resto, andavo cercando spiegazioni. Non faccia il modesto, per favore.

    3. Ivan, Curioso. scrive:

      Scusate ma la BCE non ha previsto i risvolti negativi della manovra? Cioè, se è riuscito benissimo a evidenziarli l’articolista, grazie anche alle parole del professor Terzi, mi chiedo come mai il CDA della BCE, composto da eminentissimi economisti, non abbia valutato il fatto che questa manovra potesse essere a doppio taglio. Qualche delucidazione?

      • ampul scrive:

        Perché non ne ha l’interesse! La Bce oggi è espressione di potentati economici (a loro volta espressione di ur lodges) a cui la attuale situazione sta non bene, benissimo!

        Se tu fossi un grosso gruppo finanziario, una multinazionale che “delocalizza”, ecc, saresti più contento se i tuoi lavoratori lavorano tanto e sono pagati poco (rispetto alle ore lavorate…) o se lavorano poco e sono pagati tanto?
        Ricordiamoci che “gli eminentissimi” sanno bene quale è il dramma, conoscono bene i dati dell’occupazione, sono al corrente dei numeri della recessione, ma perché non agiscono in nome di quelle comunità scientifiche e accademiche che da anni sostengono una ripresa economica solo a seguito di politiche keynesiane di rilancio, di impiego di risorse sottoutilizzate (e non esaurite come sostengono altri…)???
        E invece agiscono in nome di altre “oscure” comunità accademiche, in nome di un paradigma totalmente catastrofico nei fatti?
        L.Gallino scrive: “La perseveranza da parte dei governi e quasi tutti i politici dell’UE, nell’errore di utilizzare per risolvere la crisi le medesime teorie che l’hanno provocata appare invero diabolica!”

        Spero di essere stato chiaro.

        • Ivan, Curioso. scrive:

          Chiarissimo. Ora so per cosa avere i brividi. Purtroppo credo che l’unico tentativo di risoluzione che stiano cercando di attuare i paesi occidentali sia quello di organizzare un conflitto che azzeri i debiti e rimetta a posto i paesi emergenti. Purtroppo ciò che ancora si fa fatica ad ammettere è che questo sistema economico che succhia l’80% delle risorse per appena il 20% della popolazione è destinato a crollare. Chissà che questa non sia una manovra per ridurre i consumi del popolo e creare un oligarchia sovrana. Il bello è che lo scopriremo presto, perché tra un po’ non ci sarà abbastanza petrolio per tutti.

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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