untitledRicevo e volentieri pubblico un estratto del libro di prossima uscita scritto da Valerio Musumeci.

     

    Qualche tempo fa il vulcano Etna si destò con lo scalpore di una grande novità: per la prima volta dal dopoguerra, la Sua regione si era data un governo figlio del centrosinistra nazionale, retto da un personaggio che unisce la provocazione di essere gay a quella dell’antimafia, eletto con una maggioranza risicata, costretto a scendere a patti con molte persone per poter governare, un signore che poteva permettersi di travolgere Nello Musumeci e di zittire la Santanché; il nome dell’uomo del destino era Rosario Crocetta, Presidente della Regione Siciliana. Il governo di Crocetta e il suo stesso feeling si sposano bene con una metafora di tipo letterario; il presidente si è sentito l’eroe di un romanzo, colui che contro tutte le avversità riesce attraverso un percorso di formazione a raggiungere la meta finale; e così vogliamo considerarlo, con gusto letterario, come un personaggio romanzesco.  L’eroe Crocetta voleva mettere sossopra questa regione e restituirle il fasto di cui godeva ai tempi della Magna Grecia; licenziare tutti i consulenti, investire in teatro e cultura, assoldare senza soldi un famoso cantante perché ci lavorasse su, ma a tempo perso, mica è così importante, poi licenziarlo con il collega scienziato, voleva tagliare tutti gli stipendi, Crocetta, voleva fare questo e quello, ma dopo due anni pare non ci sia ancora riuscito. E’ lecito domandarsi se quello dove l’autore non può decidere le sorti del protagonista sia un romanzo o un’allucinazione; quel che è certo è che i siciliani, artefici della rivoluzione crocettiana, hanno scelto due anni fa di scrivere un romanzo dove sin dall’inizio si sapeva che la fine sarebbe stata sempre la stessa, che la rivoluzione sarebbe stata falsa rivoluzione, il romanzo un finto romanzo, e che l’incapacità dei siciliani di leggere tra le righe quanto si diceva in campagna elettorale prima del voto è il segnale di un blocco dello scrittore che sembra ormai destinato ad offuscare le glorie passate di una terra che è sconfinatamente grande e che è stata la più fertile del mondo, terra di grano e di artisti, di arance e poeti, di vino e di grandi geni. Non crediamo che la creatività dei siciliani si sia esaurita; crediamo che sia stata ingannata, con astuzia, dal Presidente eroe, plagiata da un desiderio di modernità politically correct tipico di chi si sente ghettizzato perché isolano, imbrogliata da tanti specchietti per le allodole e costretta a scegliere ciò che in condizioni normali mai avrebbe scelto. Ma così è, il dado fu tratto, e a Crocetta tocca fare gli auguri, l’augurio di cadere senza farsi troppo male, se vuol continuare a crederci, almeno lui, alla storia che lo vede protagonista, a sentirsi davvero un eroe; noi non possiamo crederci più, che levi lo scudo e qualche colpo lo affondi anche per noi.

    Valerio Musumeci

    Categorie: Cultura

    23 Commenti

    1. giuseppe scrive:

      E’ piu’ facile Eroe una tantum che galantuomo sempre.il grande Pirandello insegna.Ad Maiora Semper

    2. ugo scrive:

      Solo, non fare l’errore di pensare che quella che hai descritto sia una storia caratteristica siciliana, perché di affabulatori contapalle è piena l’Italia, da Livigno a Lampedusa. Anzi, mi correggo, è pieno il mondo intero nell’area compresa tra i due poli. Chi ambisce a posizioni dirigenziali è intrinsecamente un poco di buono. Senza eccezioni.

    3. Non concordo. La situazione che ho descritto è cuntu siciliano perché i motivi per i quali Crocetta è stato eletto pescano nella storia della Sicilia e nella nevrosi del suo isolamento. In Lombardia un Crocetta ex sindaco di Milano non avrebbe avuto possibilità contro Formigoni, e perché li le destre si sono comportate meno cretinamente, e perché i lombardi non sentono il bisogno di dimostrare a se stessi alcunché. Inoltre non penso affatto che Crocetta sia un poco di buono, anzi lo ritengo in perfetta buona fede. Come ho scritto, lui alla storia che lo vede protagonista ci crede davvero, come ha ribadito qualche giorno fa a La Zanzara. È soltanto assolutamente incapace e assediato dalle forze che lo hanno eletto.

      • ugo scrive:

        Valerio: “non penso affatto che Crocetta sia un poco di buono”

        Neppure io lo penso, ne sono certo. E non perché lo conosca in prima persona o lo voglia squalificare come individuo*, piuttosto perché l’esperienza mi ha portato ad imparare che la generalizzazione che ho scritto poco sopra in grassetto è assiomatica e, come tale, non ammette eccezioni. Ammetto che ci siano varianti nei modi in cui il principio generale può diventare pratica, ma sicuramente non esistono casi che lo smentiscano.

        * il mio non è quindi da intendere come un “attacco” contro Crocetta in quanto Crocetta, potremmo anche parlare di Quisquilio Mastruzzi o di Mariano Santuzzi (nomi di fantasia) e la cosa non cambierebbe d’una virgola

        • Che l’idea assiomatica le derivi dall’esperienza non è una lampante contraddizione epistemologica? A parte questo, caro Ugo, naturalmente rispetto la sua analisi, pur continuando a non concordare. Se la locuzione gergale “poco di buono” fosse volta ad aggettivare per sottrazione il politico di turno, potrei trovarmi d’accordo con il suo uso anche in riferimento a Crocetta. Se invece la si usa per definirlo negativamente e in toto in quanto (uomo) politico, su quel campo non la seguo più. Le implicazioni di questo tipo di ragionamento sono a parer mio disastrose. La colpa principale di Crocetta è la vanità, quindi nemmeno la brama di potere che in genere motiva i politici a livelli anche molto più bassi. Paradossalmente il sistema assiomatico da lei proposto finisce per rendere al mio governatore un favore che non merita.

          • ugo scrive:

            Con le mie parole non mi riferivo solo ai politici, ma alla più vasta categoria dei dirigenti (e degli aspiranti tali). E’ un tratto etologico della nostra specie quello per il quale chi ha nel proprio temperamento l’attitudine all’arrampicamento sociale è individuo fortemente egocentrico, incapace d’empatia e (secondo gli schemi e nei limiti imposti dalla cultura di riferimento) violento. Le percentuali che identificano questo tratto e il suo opposto (la remissività) sono soggette alle oggettivissime percentuali identificate da Mendel. Son solito concludere affermando che tra chi soffre di mentalità dirigenziale gli incapaci finiscono in galera, gli altri ci comandano (attenzione, non ci rappresentano, proprio ci comandano). Coloro che non soffrono di mentalità dirigenziale, ben lungi dal tentarla, neppure ci pensano a iniziare un processo d’arrampicata sociale.

            • Non capisco dove voglia approdare questa sua teoria. In Sicilia, tanto per evitare di discettare comodamente di massimi sistemi, il potere e i voti sono spesso concentrati nelle mani di chi inerpicarsi per la canonica scala sociale non può minimamente sperarlo, necessitando sovente di celarsi alla Legge e allo Stato. Malgrado ciò, costoro hanno sempre trovato il modo di favorire l’arrampicata di un loro protetto, il cui dramma è proprio quello di NON COMANDARE, e MALE RAPPRESENTARE. Questo è un addebito che possiamo ben fare al governatore della Sicilia e a tanti protagonisti della politica siciliana e nazionale, e anche europea. Teorizzare che chi rivesta ruoli importanti in società sia stronzo a prescindere mi sembra mal si concili con la realtà e con le posizioni di chi vorrebbe, anche tramite questo blog, sforzarsi di rideterminarne e indirizzarne al bene le posizioni.

              • ugo scrive:

                Essendo la specie umana dotata d’un cervello ipertrofico, alcuni individui decidono che è strategicamente vincente servirsi di fantocci per comandare non visti. Gli individui che, dici, non possono sperare di inerpicarsi per la scala sociale, in effetti ci si arrampicano eccome, tanto che piegano i propri simili al proprio volere. Diciamo che lo fanno in modo “creativo”, ma il principio che ho enunciato non è certo contraddetto dal caso specifico.

                Tra l’altro, la mentalità “mafiosa” (in senso lato) è un tratto caratteristico della nostra specie, e coincide in massima parte con quella che io ho definito mentalità dirigenziale. In definitiva, un “mafioso” è un dirigente a tutti gli effetti.

              • ugo scrive:

                Mi sono accorto che mi sono rivolto col tu a chi mi riservava il lei. Per favore, non lo interpreti come un segno di mancanza di rispetto o di tracotanza, quanto come il risultato d’una prassi consolidata (di solito, in questi luoghi telematici ci si dà del tu).

    4. Il principio che lei enuncia (“Chi ambisce a posizioni dirigenziali è intrinsecamente un poco di buono”), che se permette teorizza in base a premesse poco chiare, escluderebbe da parte della collettività il diritto di contestare, criticare e di conseguenza indirizzare le azioni dei potenti delle società, riducendoci ad un diritto naturale del più forte (del più stronzo) che apertamente confligge con gli scopi dell’ordinamento democratico, nato per dare trasversalmente gli stessi diritti ai deboli e ai forti. La lettura di determinati meccanismi che lei fa risulta secondo me viziata da questa premessa. Alcuni individui, che semplificando definiremo “mafiosi”, mandano avanti con il loro supporto altri soggetti per inserirli nel meccanismo del potere statale e parastatale; questo per lei sembra determinare un’equivalenza tra i “mafiosi” e i loro galoppini, e fin qui posso anche seguirla, ma avvalora anche la similitudine tra i “mafiosi” stessi in quanto “poco di buono” con qualsiasi altro alto dirigente o politico che sieda in un posto di potere. Questo è spesso vero, ma non necessariamente. “Un “mafioso” è un dirigente a tutti gli effetti”, lei scrive con ragione, ma un dirigente NON SEMPRE sarà una sorta di mafioso. Detto in parole povere, lei sostiene che sia l’uomo a corrompere il potere, anziché il contrario. Rideterminare questo assunto ci porterebbe a rideterminare l’idea di uomo come animale politico-sociale da Aristotele in poi.

      • ugo scrive:

        Vede, stiamo ovviamente parlando dei massimi sistemi ma, anche tenendo conto di questo limite, ammetto come assolutamente vero il fatto che la mia visione delle cose è tremendamente negativa. Purtroppo temo che sia anche tremendamente realistica.

        Le premesse che mi portano alla conclusione che ho brevemente enunciato nei commenti precedenti possono non essere condivise, ma sicuramente non sono semplicistiche. Probabilmente non incontrano grande favore perché affondano le radici in un terreno poco coltivato e poco gradito da chi si occupa di “scienze sociali”, quello dell’etologia comparata. Per di più, affrontata con il pragmatismo di chi mette le mani nel fango assai più che sui libri.

        Osservando con quello spirito i comportamenti dell’animale umano non si può far altro che “vedere nero”, perché la realtà dei fatti è più buia d’una miniera di carbone.

        • Avevo intuito che la sua Weltanschauung affondasse le radici in un campo specialistico a me oscuro: per questo ho ribadito più volte di non riuscire a seguirla su certi cammini cui il suo argomentare ci conduce. Aldilà delle specifiche sicurezze di ognuno, che rispetto e non pretendo di scalfire, ammetterà che ci siano delle linee guida generali che consentano a chiunque di affrontare la questione, sebbene non ferrato nelle discipline che lei con profitto coltiva. Due considerazioni su tutte: se l’etologia comparata ha scientificamente mostrato, come lei dice, che la persona leader della specie umana deve avere necessariamente certe caratteristiche negative e sociopatologiche, che dire della figura del capobranco in natura, che mi risulta oltretutto fondamentale per l’esistenza in vita di diverse specie oltre la nostra? E in secundis: benché negativo, il suo giudizio sui “poco di buono” che governano la nostra società non deve arrendersi al fatto che se la struttura sociale umana non mostra segni di cedimento rispetto alla sua costruzione grossomodo piramidale probabilmente un motivo ci sarà, visto che la natura è solita fare di necessità virtù? Lo chiedo con sincero interesse.

          • ugo scrive:

            Prima di tutto, visto che non mi piace millantare crediti campati in aria, sgombriamo il campo da un equivoco: non sono uno specialista. Non nel senso accademico, per lo meno. Detto questo…

            Le sue osservazioni sono pertinenti ed esatte: la figura del capobranco è favorevole alla specie e la “natura” (attenti a non personificarla, perché non ha individualità) segue le sue leggi. Il problema nasce quando si cerca di dare una lettura etica a questi dati di fatto.

            Il capobranco è sempre un pessimo individuo anche nell’ambito delle altre specie, un individuo arrogante, tracotante, violento, fondamentalmente egocentrico. Il capobranco agisce come agisce per interesse individuale, non certo per recare vantaggio alla sua specie — quel vantaggio è un “effetto collaterale” del suo agire egocentrico, della ricerca del vantaggio personale nelle sue forme più istintive.

            Inoltre, “la specie” è un costrutto collettivo piuttosto astratto, una categorizzazione tipicamente umana ideata da un essere, homo sapiens, che ha una vera e propria passione per le schematizzazioni in ogni loro forma. La schematizzazione è il modo in cui noi homo “leggiamo” l’ambiente che ci circonda per adattarlo alla nostra forma mentale. Il vantaggio per la specie non è necessariamente un vantaggio per l’individuo, anzi, spesso è vero il contrario. “Agire per il vantaggio della specie” non ha nulla di eticamente pregevole, soprattutto se si considera che, guarda caso, le prassi messe in atto sono sempre vantaggiose prima di tutto per il dominante stesso, il più delle volte senza minimamente preoccuparsi dei suoi sottoposti se non nella misura in cui può trarne un utile.

            Ho impiegato anni a capire che l’idealizzazione della “Natura” (attribuendole la maiuscola) è perniciosa tanto quanto l’idealizzazione dell’homo. Si tratta di impronte interpretative che tendiamo a replicare di generazione in generazione facendo danni su danni, rendendo difficoltosa l’osservazione oggettiva dei fatti. Il “risveglio” non è stato privo di scossoni emotivi e, tutt’ora, lo pago al prezzo di un’amarezza di fondo della quale farei volentieri a meno. La realtà è ben lontana dalle forme mitologicizzate che le attribuiamo. La realtà dei fatti (la “Natura”) è esente da virtù come da peccato. La realtà è. E per gli individui il suo modo di essere non è mai un affare (neppure per i dominanti, che se la passano solo relativamente meglio dei sottoposti).

            Tutto sommato sarebbe bene chiedersi in età giovanile se sia etico costringere all’esistenza nuovi individui che saranno giocoforza assoggettati al gioco di siffatta realtà (la mia personalissima risposta, si sarà capito, è no). Ma l’età giovanile assai poco si presta a questo tipo di riflessioni, perché in gioventù la chimica predomina e impone le sue leggi anche ai pensieri, coadiuvata dalla poca esperienza.

            Ma, avviandomi lungo questa nuova linea, sto pericolosamente sfondando il limite oltre il quale si cambia argomento. Senza contare che è elevato il rischio di rendersi ridicoli di fronte a tutti coloro che son soliti non farsi troppe domande. Non so fino a che punto ne valga la pena.

            • La ringrazio per la dettagliata risposta. Se consente vorrei riportare il discorso alla sua origine, senza perdere di vista alcuni punti molto interessanti cui siamo pervenuti tramite le ultime osservazioni.
              Crocetta, cui lei attribuisce a priori la qualifica di “poco di buono” inserendolo nel contesto assiomatico sopra ampiamente dettagliato, non dispone di alcuno dei tratti distintivi del capobranco da lei descritto. Non è arrogante, tracotante, violento, a ben osservarlo non è neanche egocentrico: è solo molto vanitoso. Secondo me, infatti, non è affatto una persona leader, e la sua colpa principale è essersi portato, con la grave complicità di una cumacca di inqualificabili ladroni, ad un ruolo che non può sostenere. Ciò comporta, naturalmente, che non essendo egli un capo il popolo siciliano non goda nemmeno collateralmente degli effetti positivi che giustificano in natura l’esistenza del ruolo di capobranco (effetti collaterali forse riscontrabili nei governi Cuffaro e Lombardo). Faccio questo ragionamento, Ugo, a partire dalle sue premesse. Se è d’accordo con quanto ho scritto finora, riesce a riconoscere validità alle seguenti proposizioni?, cioè:
              1. che Crocetta sia l’esempio che non per forza chi tenta l’arrampicata sociale sia un “poco di buono” ma piuttosto un individuo che abbia poco di buono (la sottile differenza non le sfuggirà);
              2. che la presenza della figura del capobranco in natura, con i piccoli benefici e i grandi dispiaceri che ne derivano per i suoi sottoposti, trovi un certo bilanciamento nella capacità di critica (espressa dall’uomo) e nella lotta per la successione (nell’uomo e negli altri animali) tale da esorcizzare l’amarezza cui lei è pervenuto tramite i suoi studi?
              Sento che questo dibattito ci avvicina a una certa diversa comprensione delle radici tematiche che questo spazio curato dall’amico Toscano tenta quotidianamente di dirimere, dal punto di vista teorico (ed è già molto) e da quello pratico (attraverso l’Associazione Eleanor Roosevelt, sulla quale a questo punto mi piacerebbe avere un suo parere).

            • ugo scrive:

              Mmm… interessanti precisazioni, quelle che mi propone.

              Per prima cosa, lascerei in pace Crocetta perché, come ho già scritto, non lo conosco se non per sentito dire. Quel che sto discorrendo non riguarda lui in quanto individuo, ma un tratto umano purtroppo più comune di quanto non ci piaccia dover ammettere.

              Sulla seconda proposizione mi dolgo di rilevare che chi lottasse per la successione soffrirebbe evidentemente a sua volta di quella che ho chiamato mentalità dirigenziale. Chi non è afflitto da quel tipo di mentalità deleteria non lotta per la successione. Piuttosto potrà lottare (se ne ha i mezzi e le capacità) per liberarsi del fardello rappresentato da chi ha attitudini dominanti. In questo caso, l’obiettivo non sarà soppiantare l’individuo alfa per prenderne il posto, ma al più soppiantarlo per toglierselo di torno. Purtroppo chi ha indole alfa unita a elevate capacità è di solito un osso duro che non può essere rosicato, ma solo spezzato. E per spezzarlo in genere ci vuole un altro osso dello stesso tipo, ovvero un altro alfa carogna quanto il primo e, per aggravare le cose, ancor più abile. Qualora circostanze fortuite permettessero a dei non alfa di liberarsi del tiranno di turno, lo spazio liberato sarebbe presto occupato da altri aspiranti dirigenti ripristinando una tirannia sovrapponibile a quella precedente anche se, magari, con forme diverse. Insomma, di fatto il problema non ha soluzione poiché è connaturato alla nostra specie (e non solo alla nostra).

              Circa la possibilità che Crocetta non sia riconducibile al tipo umano del dirigente (può essere – ribadisco che non lo conosco)… be’, la possibilità c’è. A questo punto la domanda diventa: quale dirigente (capo branco, alfa, carogna… i sinonimi sono molti) avrebbe deciso di avvalersi della copertura di un fantoccio e perché? Con che modalità? Il fantoccio sarebbe consapevole di essere fantoccio o sarebbe stato manipolato? Una cosa è certa, nella situazione dalla quale prende spunto questa nostra conversazione da qualche parte si cela la presenza di un sociopatico affetto da mentalità dirigenziale che sta perseguendo i suoi obiettivi. E, assiomaticamente, tra quegli obiettivi non c’è certo l’interesse dei singoli individui non alfa che costituiscono la comunità.

              P.S. Ho apprezzato la sottigliezza alla quale ha alluso distinguendo coloro che sono dei poco di buono da coloro che hanno poco di buono. Molto arguto e pertinente! :)

            • ugo scrive:

              Dimenticavo: dell’associazione Eleanor Roosevelt non so nulla se non quel poco che ho letto sulle pagine del nostro (mi si permetta di attribuirgli questo attributo) Toscano. In astratto, dato che si tratta di un’associazione costituita da individui appartenenti alla specie homo sapiens, sento di poter affermare che non esula dai meccanismi che sto cercando di descrivere. Chi la vive, cerchi di capire come, e di liberarsi degli alfa che con ogni probabilità sono al suo interno, particolarmente di quelli più abili. Il loro obiettivo è sicuramente usare l’associazione per il proprio tornaconto, quale che sia. E, mi raccomando, non si prenda questa mia affermazione come un tentativo di delegittimazione di alcunché. Come specie, siamo quel che siamo, e non è né motivo di vanto, né motivo di vergogna. Una vacca deve vergognarsi o vantarsi d’avere le corna? Un abete deve vergognarsi o vantarsi d’avere pigne appese ai rami? La pirite deve vergognarsi o vantarsi di cristallizare in forme prevalentemente cubiche?

              • il Moralista scrive:

                Ugo il tuo nichilismo è deprimente…

              • ugo scrive:

                Sul fatto che sia deprimente concordo. Sul fatto che sia nichilismo assai meno. Io lo chiamerei piuttosto realismo.

              • il Moralista scrive:

                Ugo se il realismo ti ha indicato simili sintesi prova con l’immaginazione.

              • ugo scrive:

                Aiutami con qualche argomentazione stimolante. Ma cura che non sia riconducibile al vasto filone dei sogni, perché di quelli ne ho più che in abbondanza dei miei. Anzi, direi che indulgo in più sogni di quanti sarebbe consigliabile coltivarne, anche questo è molto umano. Il problema è che i sogni (usa pure un altro termine, se preferisci) sono qualcosa destinato a rimanere nel mondo delle idee, mentre il mondo delle realtà fattuali segue il corso che ho descritto. Fa schifo, lo so, ma che ci posso fare? Non l’ho deciso io che le cose devono essere come sono.

    5. Sulle mie considerazioni del 20 settembre e sulla puntuale risposta di Ugo del 22 (ore 14.44 – 14.52):
      1. Lei previene quella che sarebbe stata la mia prossima annotazione sulla consapevolezza da parte dell’Utile Idiota di essere lo strumento nelle mani di soggetti terzi impossibilitati ad impegnarsi personalmente nella gestione del potere o convinti che sia più conveniente mandare avanti un galoppino. Su chi siano questi soggetti, in Sicilia, è superfluo aprire qualsiasi discussione. Vorrei precisare che in alcun modo l’inconsapevolezza da parte di Crocetta sarebbe per me una scusante del suo triste operare: per il semplice fatto che tra un incapace par suo, cui abbiamo già addebitato una sconcertante vanità, e un vero soggetto leader, alla collettività il primo nuoce nel senso di non portare neanche quei benefici fisiologici e collaterali propri della gestione del secondo (e tali da giustificare la permanenza di questo modello organizzativo in tutta la storia di quella che magari impropriamente definiamo la nostra specie).
      2. Il fatto che la catena delle dominazioni da parte di questi soggetti dominanti non possa essere spezzata se non in condizioni particolari e con grave rischio per la collettività induce ulteriormente a considerare il modello piramidale l’unico attraverso il quale è stato finora possibile gestire la nostra specie. La tendenza di qualsiasi forma di governo umano ad approssimarsi presto o tardi all’oligarchia (tanto a partire da regimi democratici quanto da regimi dittatoriali) conferma questo assunto. Parimenti è vero che nella maggior parte delle società occidentali la storia recente ha rilevato uno sforzo di cambiamento in senso contrario a questo sistema gestionale tale da autorizzare il pensiero che la nostra specie stia tentanto di transitare ad un modello gestionale diverso: sempre di branco, evidentemente, si parla, ma è lecito pensare ad un branco gestito democraticamente e dal basso?
      Devo poi dire che ho apprezzato il lapidario intervento del Moralista a cui è seguito il vostro breve scambio dei giorni scorsi. In effetti, caro Ugo, da qualche giorno mi chiedo, non me ne voglia, e riprova del rispetto che le porto siano questi miei lunghi interventi, se lei sia in effetti il teorico di una Weltanschauung  basata su evidenze scientifiche lette in chiave anti idealista, o semplicemente se si stia divertendo, con intelligenza e buon gusto, a difendere dialetticamente una posizione qui sostenuta per la prima volta e poi ripresa e argomentata nei successivi commenti. Un certo compiacimento che traspare nel suo confermarsi “deprimente” e la totale assenza di linguaggio tecnico-scientifico nelle sue considerazioni sull’etologia comparata (che sarà pure qualcosa di specifico) mi inducono a credere alla seconda opzione. Il rigore logico di tutto il suo discorso, ivi compreso il giudizio sull’Associazione Eleanor Roosevelet sulla quale non casualmente l’ho provocata, mi confermerebbero nel credere alla prima. In entrambi i casi mi tolgo il cappello.

    6. ugo scrive:

      Valerio, mi piace il suo modo di dialogare composto, argomentativo, critico ma non aggressivo.
      Direi che abbiamo condotto uno scambio di opinioni interessante e degno sul quale non ho molto da aggiungere. Mi sento però di rimarcare alcune cose, probabilmente secondarie, a scanso del permanere di equivoci: 1. da subito ho ammesso di non essere uno specialista, bensì semplicemente uno che ci tiene a ragionare “di testa sua” sulle cose che lo circondano; 2. nonostante la mancanza di specializzazioni accademiche, quel che ho riportato è il frutto di osservazioni sistematiche e protratte nel tempo nel, diciamo così, mondo reale; 3. sono ben lontano da un intento ludico; 4. il mio tenermi lontano dal gergo tecnico è senz’altro dovuto alla mancanza di formazione accademica, ma è anche la conseguenza di una scelta comunicativa ben precisa; 5. ammetto senza problemi che esperienze di vita diverse possano condurre ad analisi e conclusioni diverse, e sono persuaso che confrontarsi contribuisca a offrire nuovi dati per ulteriori riflessioni.

      P.S. Concordo in pieno sul fatto che le comunità umane tendano spontaneamente all’oligarchia; non credo invece che sia in corso un cambiamento sostanziale in questo schema comportamentale (potrebbe piuttosto verificarsi un “aggiornamento” delle forme nelle quali lo stesso schema si presenta).

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    • Chi è il moralista

      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

    • Cos’è il moralista

      Sito di approfondimento politico, storico e culturale. Si occupa di temi di attualità con uno sguardo libero e disincantato sulle cose. Il Moralista è un personaggio complesso, indeciso tra l'accettazione di una indigeribile realtà e il desiderio di contribuire alla creazione di una società capace di riscoprire sentimenti nobili. Ogni giorno il Moralista commenterà le notizie che la cronaca propone col piglio di chi non deve servire nessuno se non la ricerca della verità. Una ricerca naturalmente relativa e quindi soggettiva, ma onesta e leale.

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