untitledNessun vento è buono per chi non sa dove andare” spiegava Seneca. Ora, dopo anni trascorsi a discutere sui limiti e le storture di una governance europea posta al servizio di una nuova oligarchia dello spirito, è giusto porsi alcune domande. Del tipo: “Che  società intendiamo costruire?”; “quali priorità indichiamo alla pubblica attenzione?”; “che rapporto sussiste fra ingiustizia sociale e libera iniziativa economica?”; “in che misura i pubblici poteri possono incidere sulle dinamiche del mercato per diminuire la disuguaglianze materiali?; e, in relazione all’ultimo quesito, per farlo bisogna necessariamente riscoprire il valore del nazionalismo o è possibile immaginare nuove e diffuse forme di controllo democratico che trasformino la globalizzazione dei capitali in globalizzazione dei diritti? Ecco, immodestamente, credo che accennando delle risposte alle testé formulate domande sia possibile intravedere per intero ratio, genesi, evoluzione, svolgimento e sintesi circa il delicato e complesso periodo storico che stiamo inconsapevolmente vivendo. Partiamo dall’inizio. Che società immaginiamo? Io punto alla realizzazione di una società libera, prospera e armoniosa, dove ogni uomo possa essere messo nelle condizioni di contribuire, con il proprio lavoro e i propri talenti, al benessere di tutti.  Come ambizione astratta direi che va bene, anche se, i più esigenti fra i miei lettori non si accontenteranno di sicuro di una semplice enunciazione di principio. Quindi, scendendo più nel dettaglio, preciso il mio pensiero. Come dimostra l’ottimo libro scritto da Thomas Piketty, Il Capitale nel XXI secolo, la scelta di come approcciarsi alle vicende macroeconomiche è sempre politica e mai tecnica. L’idea che i mercati siano un mondo felice e a parte, capaci perciò di autoregolarsi al fine di garantire il benessere collettivo, è difesa oramai solo da tipi alla Mario Monti.  Il desiderio di rivendicare la piena autonomia del privato rispetto alla presunta invadenza dei pubblici poteri rappresenta quindi, non il trionfo di una ovvietà che funge da punto di partenza, quanto l’affermazione di un dogma di fede che comporta chiare ricadute su un piano meramente sociale e politico. Quali sono oggi i totem che monopolizzano l’attenzione mediatica? Io ne individuo due: l’evocazione quasi spiritica per la tanto agognata  “crescita” e la continua ossessione per la ricerca di una non meglio definita “competitività”. Crescita e competitività sono le nostre moderne tavole della legge, accompagnate da corposa dottrina e relative prescrizioni. Per colpire al cuore il diabolico sistema di potere che ci opprime occorre partire dalla realizzazione di una rivoluzione culturale che dissolva la potenza dei due dioscuri appena individuati. La semplice crescita economica non equivale di per sé alla realizzazione di una società più equa e più giusta. Anzi, spesso avviene l’esatto contrario. Al tempo della rivoluzione industriale, ad esempio, l’impetuoso incremento della ricchezza complessiva determinava perlopiù la pacifica esplosione di fenomeni di estrema emarginazione urbana. Un fenomeno per certi aspetti simile a ciò che accade ai nostri giorni, quando, nonostante il miglioramento delle tecnologie consenta di ottimizzare la capacità di produrre, l’aumento delle sacche di indigenza sembra paradossalmente sul punto di esplodere. Quindi la parola “crescita” da sola non significa nulla se non metabolizzata insieme ai concetti di “uguaglianza” e “redistribuzione”. Certo, la crescita zero paralizza i rapporti di forza tendendo a rendere stringenti i rapporti fra le diverse classi sociali stabiliti dal mantenimento di un capitale che si trasmette di generazione in generazione. Ma invertire la spirale recessiva non basta senza la contestuale predisposizione di  politiche destinate a ridurre il peso delle diseguaglianze. Anche il mito della competitività è, a ben guardare, un guscio vuoto. A cosa serve competere sui mercati globali diminuendo il potere di acquisto dei lavoratori? Non certo a migliorare le condizioni di vita della maggior parte degli uomini, obiettivo-fine che abbiamo individuato all’inizio di questo articolo. L’enfasi per la “competitività” può servire ai grandi gruppi industriali tedeschi che si arricchiscono a dismisura obbligando la Merkel a conseguire ingenti surplus commerciali; di sicuro però non aiuta materialmente le condizioni di vita di tutti quelli che non possiedono quote azionarie di colossi industriali come Siemens o Bmw. Quindi, crescita e competitività vanno subito sostituiti con i ben più nobili concetti di “uguaglianza” (non solo formale e giuridica) e “opportunità” (vere solo in regime di piena occupazione). Ma per fare questo è necessario che una nuova governance pubblica sostituisca al potere gli attuali rappresentanti di una ingorda plutocrazia convintasi che l’interesse generale coincida guarda caso con il proprio interesse particolare. Naturalmente non è così. Ma, arrivati a questo punto, la domanda vera è un ‘altra. Per ristabilire il dominio dell’interesse pubblico su quello privato c’è bisogno di recuperare in profondità il significato della locuzione “primato della politica”. E per ristabilire il primato della politica è indispensabile individuare un luogo più o meno esteso all’interno del quale tale primato democratico possa trovare pieno e totale compimento. L’interrogativo finale con il quale vi lascio è perciò il seguente: per fare tutto ciò è indispensabile riscoprire il valore dello Stato-nazione, ultimo baluardo posto a difesa del capitalesimo cavalcante, o è possibile immaginare e realizzare, a margine della globalizzazione dei mercati, anche quella dei diritti e della giustizia sociale? Tale biforcazione contiene al suo interno il destino prossimo delle generazioni a venire.

    Francesco Maria Toscano

    3/10/2014

    30 Commenti

    1. davide scrive:

      anche all’interno dello stato nazione non è detto che vi sia il primato della politica: basta guardare quelle nazioni come l’inghilterra dove è stato applicato il liberismo…è vero che ci sono opportunità di lavoro per tutti ma ciò non significa che ci sia una redistribuzione del reddito ovvero molti lavoratori specie quelli immigrati hanno una qualità della vita pessima o mediocre e solo i più fortunati cambiano realmente la loro posizione…quindi invece di fantomatici ritorni agli stati nazione oppure alle monete locali, una classe dirigente che opera per il benessere dei governati perseguirebbe come obiettivi quelli dell’estensione dei diritti a chi non ne ha e della sovranità monetaria al fine di garantire la piena occupazione…cmq a mio avviso ci sono anche altri falsi dogmi da smontare: la produttività che implica che un lavoratore venga giudicato per quanto fa guadagnare alla sua azienda e la flessibilità parola che molto spesso significa assenza di tutele per il lavoratore…

    2. Io continuo ad insistere, hai visto mai che si fa ancora in tempo! Manca un progetto, manca una visione dall’alto, complessiva, che tenti di mettere a posto la maggior parte possibile delle caselle. Per uscire dalla crisi senza rinunciare alla indipendenza economica è necessario un progetto complessivo e un patto tra gli italiani. Dunque: RIQUALIFICAZIONE DEL COSTRUITO, MESSA IN SICUREZZA DEL TERRITORIO, RILANCIO DELL’INDUSTRIA DELL’ACCOGLIENZA. Perché il nostro paese si riprenda economicamente servono due o trecento miliardi e c’è poco da fare: o si stampano o si prendono da chi ce li ha o non si pagano i debiti fino a data da destinarsi, oppure si fa un mix di queste cose. Per questo gli interventi da fare subito in economia sono:
      1) Congelamento del debito pubblico fino a data da destinarsi.
      2) Tassa Patrimoniale sui grandi patrimoni (Banche, Assicurazioni, Grandi Imprese, Malavita Organizzata e non, Famiglie storicamente ricche).
      3) Sostituire ai due settori trainanti dell’economia italiana del secondo dopoguerra, che erano l’industria edilizia di nuova edificazione di alloggi e l’industria dell’automobile, l’edilizia di riqualificazione del costruito, delle infrastrutture e di messa in sicurezza del territorio e l’industria dell’accoglienza (turismo in senso lato).
      4) Dirottare su detti nuovi settori trainanti massicci investimenti pubblici e privati.
      5) Impegno in ogni ambito competente affinché in entrambi i settori, turismo ed edilizia, trovino spazio grandi, medie e piccole aziende nei rispettivi ruoli ma con pari dignità.
      6) Investimenti pubblici nei trasporti e nella rete.
      7) Agevolare l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro sia da dipendenti che da imprenditori.
      Non c’è nessun altro paese al mondo che ha il nostro patrimonio artistico archeologico e paesaggistico. Allora trasformiamo l’Italia in un giardino accogliente. Smettiamo di costruire case e realizziamo infrastrutture. Riqualifichiamo il costruito e mettiamo in sicurezza il territorio. Facciamo una politica di investimenti nei trasporti pubblici e disimpegniamo lo Stato dal sostegno all’industria con produzioni a basso valore aggiunto. Investiamo soldi pubblici e privati nell’edilizia di riqualificazione e nel turismo. Non c’è da meravigliarsi del fatto che nessun economista affronta il problema dell’economia italiana in questi termini. Nessun paese ha la nostra arte, la nostra architettura, la nostra storia, i nostri luoghi e in nessun paese quindi si può considerare l’accoglienza risorsa inestimabile come potrebbe essere da noi e non ci può essere esperienza di altri paesi da prendere a modello. Abbiamo una materia prima che non ha nessuno e invece di impegnare tutte le nostre forze per farla fruttare diamo retta agli stranieri che vogliono costringerci a diventare competitivi coi cinesi sul costo del lavoro.

      • ugo scrive:

        Danilo: “Tassa Patrimoniale sui grandi patrimoni (Banche, Assicurazioni, Grandi Imprese, Malavita Organizzata e non, Famiglie storicamente ricche)”

        Quelli sono i padroni del vapore, vuoi che si sparino sui piedi da soli?

        Danilo: “Investimenti pubblici nei trasporti”

        Io invece direi: “investimenti in una riorganizzazione che permetta di ridurre la coattività dei trasporti”. In altre parole, fare in modo che sia meno e sempre meno obbligatorio spostarsi per poter vivere. Ma, anche in questo caso, se pensi a quale lucro genera obbligare la gente a correre in qua e in là, vuoi che le dirigenze si sparino sui piedi da sole? Vedrai che ci forzeranno a muoverci sempre di più e a costi sempre maggiori. Ovviamente, la flessibilità è uno degli strumenti usati per forzare vieppiù verso la mobilità coatta.

    3. Mah scrive:

      “uguaglianza” (non solo formale e giuridica) e “opportunità”

      Significa “mobilità sociale” ma finché non pronunciate questo sintagma non vi segue nessuno.

      E non lo fate perchè sapete che nessuno di voi sarebbe disposto a rischiare di perdere qualcosa in termini di privilegio per dare ad altri l’opportunità di guadagnarne a loro spese.

      Solo che senza questo sacrificio la borghesia “local” non verrà seguita dal popolo che continuerà a andare come una banderuola da una parte e dall’altra senza riuscire a costituire una reale soggettività politica nonostante numericamente sia la forza superiore a tutte le altre.

      Ricordatevi, uguaglianza e opportunità significano mobilità sociale e questa significa possibilità di “salire” ma necessariamente anche di “scendere”.
      Se accettate questo la vittoria sarà vostra in tempi rapidissimi.

      • il Moralista scrive:

        Caro Mah non so di chi parli…per quanto riguarda la mia ricchezza personale ti dico soltanto che di scendere ancora non mi pare proprio il caso…Sono già a zero…

        • Mah scrive:

          Francesco, non vengo qui a fare discorsi ad hominem, il “voi” era riferito al GOD che, immagino sarai d’accordo su questo, è prevalentemente espressione di una buona media borghesia italiana la quale è tanto brava ma un pelino restia a cedere un millimetro del privilegio sociale ed economico conquistato.

          Farebbe bene però a valutare questa opzione perché altrimenti il popolo non la seguirà, rimarrà sostanzialmente isolata e si troverà a perdere non un pochino ma tutta la propria rendita di posizione.

          Quindi HO CAPITO che non tutti i membri del GOD e della ER sono “medio borghesi” ma la maggioranza sì e soprattutto ha quella mentalità.

          Per cui vi ripeto la mia personale opinione e cioè: cominciate a nominare la mobilità sociale, denunciate lo scandalo di una società dall’ascensore sociale bloccato, fate incazzare la gente comune con dati numerici che indicano come le élites vogliono cristallizzare le posizioni sociali per isolarsi e auto ghettizzarsi in una enclave dorata mentre il resto del mondo dovrà elemosinare per un minimo di benessere SENZA LA MINIMA SPERANZA PER IL PADRE DI POTER VEDERE IL FIGLIO MIGLIORARE LA PROPRIA CONDIZIONE.

          Se ci pensi un attimo non c’è un singolo altro argomento che possa veramente fare presa.

          • il Moralista scrive:

            Caro, ogni tanto ho l’impressione di scrivere direttamente dalla luna. Per saperne di più del God scrivi al God. Io del God conosco solo Magaldi che tutto mi pare tranne un “medio borghese” (semmai un pregiato intellettuale, se proprio ci tieni a definirlo). La E.R non c’entra nulla con la massoneria (clicca per leggere http://www.ilmoralista.it/2014/07/22/lassociazione-eleanor-roosevelt-non-e-massonica-ne-para-massonica-chiaro/). Quanto al tema dell’ascensore sociale bloccato con me sfondi una porta aperta. Prova a fare una rapida ricerca su questo blog e troverai una miriade di riscontri. Poi se ti va di dipingermi per forza come un borghese ricco e annoiato che si diverte ad abbellire l’anima dei buoni sentimenti tra una vacanza a Cortina e una a Capri fallo pure. Sappi però che io in vacanza non ci vado dal 2001. Perciò se ti viene in mente qualcuno che regala viaggi premio fatti sentire…

            • Mah scrive:

              Pronto, casa Toscano?
              C’è Francesco?
              No?
              Allora signora per cortesia gli lasci detto che lo so da me che non ha una lira, lo si vede lontano un miglio e nemmeno Magaldi è un milionario, non è che ci vuole la scienza infusa per capirlo, eh?

              Mi raccomando signora, glielo faccia capire bene per favore che lui crede davvero che io pensi che lui sia un borghesone benestante…ha ragione a sghignazzare signora ma lo so anch’io che è una scemenza, si figuri se prendo un abbaglio simile, però lui si è talmente convinto…cosa ci si può fare…comunque grazie tante, eh?
              Arrivederci.

              • il Moralista scrive:

                Carissimo, se conosci la veridicità delle cose che ti racconto, una domanda sorge spontanea: “perché continui allora a cacare il cazzo?” Forse per un insopprimibile istinto da rompicoglioni che ti domina e ti attraversa?

                Pronto, signor Cacacazzi?
                E’ sempre lì?
                E’ d’accordo con quello che dico?
                Bene, e allora, di grazia, perché rompe sempre i coglioni?
                Ah, capisco, è più forte di lei…
                Bene, bene, non si preoccupi…buon divertimento e chiami quando vuole…
                La saluto.

              • Mah scrive:

                Toccato un punto debole?

                Mi spiace molto.

                Con affetto

              • il Moralista scrive:

                Ma quale punto debole…si chiama ironia…

    4. ugo scrive:

      Se le nostre dirigenze sono arrivate al punto di concepire la pensata “consideriamo i proventi del crimine nella valutazione del benessere” una ragione ci sarà. Che le dirigenze, assiomaticamente, non siano costituite da persone pregevoli è un dato di fatto, ma che arrivassero a tanta spudoratezza senza che alcuno aprisse bocca se non per lodare l’iniziativa… be’… francamente fa cadere le braccia.

      • alessandro scrive:

        Pensa, caro Ugo, che l’iniziativa di includere il sommerso (evasione fiscale e proventi del crimine) nel conteggio del PIL, ai fini del ricalcolo dei parametri di Maastricht e del cosiddétto fiscal compact, proviene proprio dall’Italia e in particolare dall’ex Primo Ministro Berlusconi. Quando si propose il fiscal compact nella UE, Mr.B. intuì che per il rispetto del patto di bilancio sarebbero occorsi decine di miliardi di tagli all’anno per l’Italia, tant’è che per tutelare le specificità del nostro paese, dove il “nero” è molto diffuso, chiese ed ottenne dalle autorità europee di includere il “sommerso” nel conteggio del PIL nazionale. Questo lo dichiarò Berlusconi stesso in un Talk show, forse Porta a Porta, se trovo il link te lo posto. Singolare, no? Quindi anche le olgettine sono incluse…

    5. Stefano Sandri scrive:

      Riscoprire il valore dello Stato-nazione
      quando si stanno tutte frammentando,
      perché la tendenza è questa a lungo termine, mi pare inutile e pericoloso.
      Gli stati-nazione producono guerre da sempre in Europa e nel resto del mondo.
      La globalizzazione dei diritti e della giustizia sociale, in un’Europa diversa
      da quella di oggi è ovviamente preferibile, ma vi pare realisticamente
      realizzabile un’impresa del genere nel corso di questa nostra vita terrena?
      In una società devastata come la nostra come può fiorire un nuovo Rinascimento europeo?
      Per ricostruire un edificio si deve attendere che la demolizione abbia termine, questo io credo purtroppo, per molti anni vedremo solo macerie, alle nuove generazioni il compito gravosissimo e pieno di insidie, di ricostruire un mondo diverso.
      Perdonate il tono pessimista ma è quello che penso.
      Stefano

      • Gianluca scrive:

        Ditelo all’Ucraina… ancora con questi luoghicomuni? Comunque tranquilli, l’Unione Europea SERVE proprio a disperdere la democrazia e la volontà popolare.

    6. Spartaco scrive:

      Quando leggo articoli come questo mi ricordo perché ho il blog de Il Moralista nella lista dei preferiti. La mia modestissima risposta alla domanda: per fare tutto ciò è indispensabile riscoprire il valore dello Stato-nazione? E’ SI. Riappropriarsi della sovranità politica, monetaria, territoriale, scrivere nuove regole che permettano alla politica di poter controllare i mercati e da qui costruire una società dove crescita e competitività vengano subito sostituiti con i ben più nobili concetti di “uguaglianza” e “opportunità”. A quel punto, una democrazia cosi fatta, non ci sarebbe più il bisogno di esportarla con le bombe. Si diffonderebbe per osmosi fino a creare prima gli Stati Uniti d’Europa e poi un Nuovo Ordine Mondiale.

      Pace e Amore a tutti

    7. alessandro scrive:

      Questa è la domanda delle domande, il tema dei temi. Crescita e competitività non vogliono dire niente. Oggi in ogni angolo della terra si utilizzano degli indicatori del tutto inadeguati per misurare il benessere economico di un paese e dei cittadini che lo popolano. Il PIL cinese cresce dal 7 al 10% l’anno e la Cina è ormai la seconda potenza mondiale dopo gli USA. La Cina cresce ed è competitiva. Questo risponde ai desiderata delle élite neo-feudali, mentre il cinese medio guadagna 5 dollari al giorno e vive in uno Stato di polizia governato da fascio-comunisti. È vero, oltreché le merci, i servizi e i capitali, sarebbe cosa gradita globalizzare anche i diritti umani. La Germania è competitiva e cresce (anzi cresceva, oggi se la passa un po’ male) eppure ha i salari fermi da 10 anni. Che senso ha allora parlare di modello tedesco quale esempio di competitività? Con il jobs act renziano vogliamo addirittura copiare la riforma del mercato del lavoro tedesco, magari creando mini jobs da 450 euro al mese per milioni di precari italiani.
      Concordo sul fatto che cambiare la classe dirigente sostituendola con volti nuovi e magari più giovani non risolva nulla. È appunto il caso del rottamatore fiorentino wannabe, intento a rispondere a quei consessi al quale è bramoso di accreditarsi. Semmai sarebbe molto più utile poter scegliere i nostri rappresentanti al governo delle istituzioni. In Italia si sono alternati già tre Presidenti del Consiglio non eletti dai cittadini, ma da altri consessi che fanno capo a Napolitano, Draghi e compagnia cantante.
      Estendiamo il discorso su scala globale. Al fine di garantire il controllo su ogni entità sovranazionale statuale, federale, non governativa, o su qualsiasi “Autorità” o accordo transnazionale su scala globalizzata (WTO, TTIP), basterebbe poterne eleggere i propri rappresentanti al loro interno? E fatemi capire quanto conterebbe un rappresentante italiano nel determinare gli indirizzi da assumere nell’ambito delle trattative per la costituzione dell’area di libero scambio TTIP? Se la Scozia o la Catalogna avessero ottenuto l’indipendenza, quanto avrebbero contato nei processi decisionali che disegneranno il futuro assetto del mondo globalizzato? Attenzione a non confondere la politica con l’economia. Uno stato nazionale piccolo può competere anche con stati molto più grandi, purché abbia i fondamentali macroeconomici a posto. Ma una piccola entità statuale non può incidere in modo significativo sui complessi processi di globalizzazione in atto. Per questo motivo sono favorevole ad esempio alla formazione degli USE, ovviamente con una forma di governo regolata da una Costituzione, una legge fondamentale che serva a strutturare le istituzioni in forma solida e a sottrarne il controllo dalle tecnocrazie europee. Suggerirei pertanto di essere prudenti quando si promuovono facili ritorni agli Stati nazionali. Se solo si capisse che oggi la partita si gioca tutta a livello globale! L’obiettivo della élite mondialista è proprio destrutturare, deregolamentare, liquefare e rendere inconsistenti le istituzioni democratiche ai vari livelli e tutte le strutture che costituiscono i pilastri della società. Il ritorno agli stati nazionali è un falso problema, come è velleitario e fuorviante aderire o promuovere entità sovranazionali o federali o accordi commerciali a struttura liquida, come ad esempio l’attuale Unione Europea.
      A ciò si aggiunge il problema della rigidità del cambio, ovvero del “problema euro”, in tal caso, ma solo limitatamente alla “questione” monetaria, sarei favorevole al recupero di parte della sovranità nazionale. Si risolverebbero parte dei problemi, ma non gli effetti deleteri di questo accelerato processo di globalizzazione.

      • Caro Alessandro, leggerti è sempre un piacere. Io, auspico in una Europa senza Stati-Nazione sostituiti, in modo intermediario, affinché le sovrane leggi Europee vengano poste in essere in base al territorio di appartenenza.
        Di fatto, togliessimo lo Stato- Nazione rimane il problema dell’intermezzo tra Il comprensorio ( Unione dei comuni inferiore ai 5 mila ) e le leggi Europee. Ecco che appare la figura del governatore. Figura intermediaria con funzione di catalizzatore e super-visore tra le leggi emanate dal governo Europeo e la destinazione finale; il Comprensorio. Indi un dialogo tra il sindaco e il governatore.
        Detto ciò , emergono tre poteri.
        Potere Europeo.
        Governatore della Regione
        Sindaco del comprensorio.
        Mi piace, spero anche di tuo gradimento!
        Lunga vita!

    8. Gianluca scrive:

      Segnalo un articolo che parla incidentalmente anche di Piketty:

      Secondo voi, perché proprio adesso lo Spiegel scopre quello che noi dicevamo anni or sono? (e non perché fossimo dei geni, ma perché i più banali dati macroeconomici del più importante paese europeo erano e sono a disposizione di tutti quindi bastava guardarli).

      (qui la versione per diversamente europei nel blog dell’ottima Carmen)

      E secondo voi, perché quel gegnio di Piketty si accorge oggi che esiste la disuguaglianza, ma, dice lui, riguarda soprattutto l’1% superiore e dipende dal fatto che le imposte son diventate (esogenamente?) più basse per i ricchi?

      (comunque, questa del top 1% è un’operazione di spin geniale, ma ne riparleremo)

      Perché improvvisamente per alcuni il cielo diventa celeste, il prato verde, l’acqua umida e il fuoco caldo?

      Il primo risveglio, quello dello Spiegel, è la dimostrazione del fatto che non esiste la Germagna (inutile, io continuo a ripetervelo ma tanto non lo capite). C’è un pezzo di capitalismo tedesco al quale l’allentamento dell’austerità farebbe comodo, questo è indubbio. I giornalisti non sono dei cani. I cani ogni tanto abbaiano anche se il padrone preferirebbe di no. I giornalisti mai. Quindi qualcuno ha detto allo Spiegel di dire che l’acqua è umida, stringendo al vento per una ipotetica virata di bordo nella quale i parametri fiscali possano essere allentati per dare fiato al sistema. Questo qualcuno non è la Germagna. È un pezzo di Germagna. Magari qualcuno dei simpatici King Charles del capitale italiano che seguono questo blog (esempio: l’amico della Fata Smemorina di Pieria) sa di quale pezzo del capitale tedesco sia il King Charles lo Spiegel, così potremmo capire meglio (dai, sei più bello di un King Charles e soprattutto più simpatico…).

      Ma la cronaca mi interessa poco: ritenete, for future reference, due principi metodologici:

      1) la Germagna nun esiste (e ricordate nelle élite tedesche la regola non è quella di correre in soccorso del vincitore, ma di correre ad aggredire il perdente);
      2) quello che c’è nun se po’ nisconne (la verità viene sempre a galla).
      Il secondo risveglio meriterebbe un discorso più articolato. Piketty è un piddino di alta caratura internazionale. Uno che, dopo trenta anni di salari reali piatti (vedi figura), si accorge che c’è un problema di aumento della disuguaglianza, e lo attribuisce al fatto che le imposte sui ricchi sono diminuite, si iscrive saldamente in quel disegno di politica europea che consiste nel ristabilire l’equità sociale non tutelando il lavoro e riportando le retribuzioni in linea con la produttività (la mia proposta, come sapete), ma “tassando i ricchi”.

      Che belle parole! Giustizia sia fatta! Ma… chi sono i ricchi?

      Questi Robin Hood dei miei coglioni, in buona sostanza, vogliono togliervi prima la seconda casa, e poi anche la prima, per salvare le banche tedesche, perché, sia chiaro, i ricchi non sono i Ferrero (quelli hanno tutto in Lucimburgo). I ricchi “aggredibili” (i candidati al rovesciamento di prospettive usano questo termine) siete voi, ma, va da sé, perché l’operazione riesca devono farvi contenti e cojonati. Piketty vi fa contenti (“abbiamo ristabilito la giustizia sociale”) e Padoan, col gomito sulla bilancia, vi fa cojonati (“‘na patrimonialina? Subito, dotto’! So’ 20 mijardi, che faccio, prendo?”).

      E nel top 1% ovviamente ci vogliono entrare loro, i Robin Hood. Insomma, P&P (Piketty and Padoan) stanno dalla stessa parte, che non è la nostra.

      Per oggi fatevi bastare questo. Non tutti i giornalisti e non tutti gli economisti sono così. Tanti parlano da tempo e in modo serio della disuguaglianza, senza avere l’endorsement dei grandi media, e se non ce l’hanno, un motivo ci sarà. Del resto, molti donabbondiano, e comunque non tutti sono sufficientemente stronzi e narcisisti da prendersi, come me, la visibilità che viene loro negata.

      Nec pluribus impar.
      http://goofynomics.blogspot.it/2014/09/qed-39-lo-spin-tedesco-cazza-la-randa.html

    9. Gianluca scrive:

      Caro Toscano,
      il problema è semplice. L’Europa non esiste, se non nei deliri di Tsipras, l’Italia con un sua costituzione ormai solo formale, ma ancora salvabile, in parte SI.
      Dico in parte, perché ci manca la sovranità politica, da cui discendono libere decisioni monetarie, fiscali, etc.
      Abbiamo abdicato, abbandonato la costituzione fondata sul lavoro, liberal-socialista, per andare verso un impalcatura fondata sulla sola concorrenza, a immagine degli interessi delle multinazionali e della finanza.

      Io vorrei che la smetteste di sognare, e prego che prima o poi vi svegliate da questo sogno “europeo” e gli italiani comincino a rimboccarsi le maniche, facendola finita con l’eterna attesa di un matrimonio sbagliato e che non ci sarà mai.
      La più alta ideologia progressista si DEVE schiantare con la realtà attuale e cominciare a dare strumenti nel breve-medio termine per ristabilire una scala di valori, distrutta da 30 anni di propaganda liberista. Milioni di giovani disoccupati e famiglie distrutte non possono aspettare esercizi onanisti di “cospiratori” più o meno in buona fede. Inoltre, se cominciassimo a guardarci allo specchio, scopriremmo che neanche l’unione italiana è stata un grande successo… e forse dovremmo fare una rivoluzione a partire da questo. A cominciare dalla criminalità, che è anche frutto di questa Italia, con una parte importante abbandonata a se stessa…

      Ripartiamo dalla costituzione del 1948, prima che il paroliere la distrugga definitivamente, e cerchiamo di capire come risolvere gli enormi problemi di questa unione, quella italiana.

      • Gianluca scrive:

        p.s. non aspettate le destre razziste e autoritarie, e nemmeno i venti della finanza, per favore…

      • Gianluca scrive:

        C’è un altra cosa che mi ripromettevo di evidenziare, e poi invece mi è sfuggita.
        Toscano quando parli di competitività, devi confrontarti con la realtà. Ho l’impressione che quando parlate di politica ed economia, siate sulle sulle nuvole… altrimenti non si spiega.
        È un po’ come se dicessi voglio l’acqua asciutta… non ha senso, e lo stesso quando tu parli di ripudiare la competitività.

        Faccio un esempio terra terra. Secondo te, con il libero mercato europeo, se la pensionata va a fare la spesa… e vede un buon latte tedesco a 0,75€, e un buon latte italiano a 0,98€… quale compra!? Moltiplicate queste scelte per milioni di persone, che non trovando il denaro sotto l’albero, e avendo ripudiato il brutto e cattivo nazionalismo che tanto fa male, non comprano italiano ma quello che gli pare.
        Ecco, vogliamo abolire il mercato? Rivoluzione comunista, o cosa? In un sistema capitalistico, non se ne esce, dovete fare i conti con la competitività… quindi se volete proteggere parzialmente le vostre aziende, dove magari i lavoratori non sono proprio schiavizzati come in altre parti del mondo, o dove si è fatto del dumping salariale (germania), ci sono tanti strumenti… ma dovete rinunciare parzialmente al dio mercato unico… mi spiego?

    10. Gianluca scrive:

      Aggiungo questa notizia, spero “gradita”, di un libro in prossima uscita:
      “A volte le notizie sono un puro lavaggio del cervello”.
      Il nuovo libro di Udo Ulfkotte, un ex giornalista tedesco con 17 anni di esperienza, rivela la pratica diffusa dei pagamenti ai media tedeschi da parte degli Stati Uniti d’America e della NATO per promuovere la loro agenda, ed è diventato un bestseller.

      Il lavoro di Ulfkotte chiamato ‘Gekaufte Journalisten (‘ Giornalisti comprati ‘), offre una moltitudine di casi, nomi ed esempi di manipolazione dell’opinione pubblica tedesca orchestrata dalla Ambasciata degli Stati Uniti in Germania e in diverse organizzazioni internazionali.

      Egli dimostra un alto livello di auto-critica, dal momento che ammette di aver ricevuto soldi dai servizi segreti americani per mettere a fuoco diversi problemi da un certo punto di vista. Così, alcuni media tedeschi non sono altro che succursali del servizio di propaganda della NATO, afferma.

      “Molte persone che non sanno molto su come funziona il giornalismo in Germania o in Occidente in generale si sorprenderanno. Per coloro che credono ancora nell’indipendenza e la libertà dei nostri mezzi leggere questo libro, senza dubbio, sarà uno shock,” dice a RT il redattore capo del giornale tedesco ‘Zuerst’, Manuel Ochsenreiter.

      ‘Giornalisti comprati’ è diventato un bestseller in Germania, anche perchè molte persone sono interessate allo stato attuale del giornalismo tedesco per le tensioni in particolare tra la Russia e l’UE. Come afferma un commento sul libro, questo perché “la diversità di opinioni è solo simulata: a volte le “notizie” (in Germania) sono puro lavaggio del cervello”

      http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=11&pg=8828

    11. Cari/e, nel leggere la dicitura STATO-NAZIONE,emerge ogni qualsivoglia allergia.
      Perché il fascismo si è tramutato in dittatura dopo avere dato al popolo italiano il MANIFESTO DEI FASCI DI COMBATTIMENTO e il Re d’allora, rassicurava ogni ambasciatore residente in italia dell’imminente fallimento politico di Benito Mussolini, figlio vitreo di Churchill!
      Perché?
      perché nel 1924 il fascismo si alleò coi NAZIONALISTI_NAZIONALISTI_NAZIONALISTI.
      Asserisco ciò, perché facendo il libraio, ho avuto la fortuna di leggere LA DISGREGAZIONE DELL’EUROPA DI FRANCESCO NITTI- EDITRICE FARO ROMA – PRIMA EDIZIONE 1945.
      lo Stato-Nazione è il perno centrale di ogni guerra sia passata sia a venire!
      Lunga vita

      • Gianluca scrive:

        Questa è pura fuffa ideologica.
        Gli Stati Uniti, sono una nazione di tanti stati… e hanno fatto più guerre di qualunque altro paese al mondo. “L’Europa” già ne ha fatta qualcuna… ma di che parliamo?
        Si è solo spostato il problema, a dimensioni più colossali e più distruttive.

        • Caro Gianluca leggi il libro succitato, dopodiché ne riparliamo.
          Il tuo ragionamento cozza contro l’affermazione di NITTI, il medesimo NITTI chiese a coloro che lo condussero in Italia, dopo l’esilio voluto dal regime fascista; dove sono i fascisti che mi esiliarono a Parigi!
          Voleva dire ciò; dove sono i Nazionalisti che esiliarono un Europeista Liberale!

          • Gianluca scrive:

            Niente, non ce la fate a uscire dal frame ideologico. Vi fa schifo il fascismo italiano (w l’italia ma fatta l’italia, fa schifo l’italia no?) e ora volete il fascismo europeo… mhhh
            Europa e Italia sono contenitori non contenuti.
            Inoltre, questa retorica dell’anti-nazionalismo mi è molto sospetta, perché siete i primi nazionalisti Europei. Il grande sogno che merita grandi sacrifici.
            Il tuo ragionamento, cozza con la logica elementare e con la storia.
            Ripeto, la guerra è già in atto, e contro i popoli… in più in nome di un fascismo europeo, di un nazione europa che ci chiede sacrifici e va salvata a tutti i costi (perché altrimenti mamma Merkel piange…).
            Il fatto di spostare il fascismo ad un livello più lontano dai popoli, non lo rende meno pericoloso. Anzi, io tendenzialmente sarei per l’avvicinare ai popoli la decisione politica, ove possibile… responsabilizzando i cittadini più direttamente. Troppe regioni e città sono allo sbando… nel degrado. Questo monoteismo dell’Europa a tutti i costi, ci sta distruggendo nel profondo.

    12. Stefano S. scrive:

      Provo a proporre un punto di sintesi:
      Quello che ci divide non è il fine ultimo ma la fiducia nello stato-nazione come strumento adatto a realizzarlo.
      Ripartiamo da quello che ci unisce e condividiamo una battaglia giusta e urgente da combattere subito sul territorio italiano, per il bene nostro e dei nostri concittadini.
      Molto meglio che dividerci per le discordanze sulla dimensione e sul grado di purezza etnica del “contenitore” che ci ospiterà forse un giorno.
      Argomento sicuramente importantissimo e giustamente dibattuto ma adesso cominciamo a vincere una piccola battaglia tutti assieme
      perché le sconfitte si susseguono da anni
      e la gente è oramai alla canna del gas.
      Mettiamoci d’accordo e facciamo qualcosa subito.
      Stefano

      • Gianluca scrive:

        Appunto, io sono ben lontano dall’ideologia del contenitore fino a se stesso, come i “massoni” nazionalisti italiani di allora, e “massoni” nazionalisti europei di oggi.
        Loro ergono a vitello d’oro il contenitore e non il contenuto… ovviamente non tutti in buona fede, anzi…

        • S.Villa scrive:

          Caro Gianluca,sono pienamente d’accordo con te.
          Attendo di sapere che linea politica adotterà la costituenda associazione ER.
          L’unica cosa che non metto in dubbio è la buona fede del Magaldi,e’ una persona sincera e intellettualmente onesta.
          Cordiali saluti.

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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