untitledChi fa parte del Movimento Roosevelt [MR] – al di là di una legittima pluralità di idee e di propositi anche diversi, ma auspicabilmente convergenti – non può ignorare la fonte dei diritti umani, il momento storico della loro formulazione e successiva elaborazione, nonché il progressivo riferimento che trovarono nella carta costituzionale di molti paesi, anche a prescindere dalla loro effettiva realizzazione nell’ambito della società civile.  Il dibattito sui diritti umani inizia già nell’antichità classica e procede di pari passo col più ampio confronto su ciò che debba intendersi per giustizia e diritto naturale. Nel I libro della Repubblica di Platone, il sofista Trasimaco identifica il diritto naturale nel diritto del più forte, con la conseguenza che leggi e giustizia rappresentano solo l’utile di chi ha il potere perché è il più forte. Insomma, per dirla con Cicerone [De Officiis, I,10,33] Summum ius, summa iniura. Dice Trasimaco a Socrate:
    “[…] Ogni governo stabilisce sempre le sue leggi a seconda del proprio interesse, la democrazia istituisce leggi democratiche, la tirannide tiranniche e così via: una volta poi stabilite queste leggi i governanti dichiarano che per i sudditi giusto è ciò che giova a loro, e chi trasgredisce è punito come trasgressore delle leggi, come violatore della giustizia. Ecco, amico mio, in che consiste questa giustizia che io affermo essere di fatto sempre la stessa in tutte le città: ciò che giova al potere costituito. Esso possiede, infatti, la forza, perciò per chi ragiona rettamente, segue che ovunque il giusto consiste sempre nella stessa cosa, in ciò che giova al più forte. [Repubblica, 338e-343]
    Partendo dallo stesso presupposto, e cioè che in natura vige il diritto del più forte, nel Gorgia platonico, Callicle, un altro sofista, rovescia il punto di vista di Trasimaco. Leggi e diritti sono solo l’espediente escogitato dai più deboli che si uniscono insieme per impedire l’affermazione dell’unica giustizia esistente in natura: il diritto del più forte. Ma nell’Atene del V secolo, nel fervido clima culturale favorito dalla democrazia di Pericle, altri sofisti si levano per affermare tesi completamente opposte a quelle di Trasimaco e di Callicle: Ippia di Elide nel sostenere che “tutti gli uomini sono congiunti tra loro, perché il simile è per natura parente del simile”; Alcidamante [cfr. Aristotele, Retorica] col proclamare la libertà originaria dell’uomo, giacché “la natura non creò nessuno schiavo”; Antifonte Sofista per sottolineare il contrasto esistente tra legge [nomos] e natura [fusis], la violazione che la norma di diritto positivo compie di frequente nei confronti dei diritti che appartengono all’uomo per natura, la sostanziale uguaglianza naturale di tutti gli uomini:
    Noi rispettiamo e veneriamo coloro che hanno nobili natali, ma non rispettiamo e non veneriamo chi è di oscura nascita. In questo ci comportiamo gli uni verso gli altri da barbari, perché per natura in tutto e per tutto siamo tutti uguali, sia barbari che Greci. Basta considerare le necessità naturali proprie di tutti gli uomini: sotto questo aspetto nessuno di noi può essere definito barbaro o greco. Noi tutti respiriamo, infatti l’aria con la bocca, con le narici e…”[Oxyrh, Pap., XI, n.1364, ed. Hunt, Fragm. B.,col.2:D.-K.,87 B.44.]
    Per quanto posta su basi materiali, la concezione di Antifonte – unitamente alle affermazioni di Ippia e Alcidamante – rappresenta l’espressione ante litteram del giusnaturalismo, con l’idea che il diritto naturale si fondi sulla ragione, con la conseguente individuazione dei primi diritti umani inalienabili, e non più sui suoi istinti ferini. Non a caso, nel XVII Secolo, a seguito di tutto un fiorire nella cultura occidentale di scritti che rompono con il diritto canonico, Grozio enuncia i principi del moderno giusnaturalismo, in base al quale il diritto naturale perde la sua fonte giustificativa nella legge divina, per trarre il suo fondamento unicamente dalla ragione umana. Contestualmente, con Johannes Althusius si affaccia nella storia il principio della sovranità popolare e la legittimità di ogni comunità umana tramite un contratto esplicito o implicito.
    La prima moderna rivendicazione di diritti umani, ancorché limitata alla sicurezza personale e al patrimonio, fondata però sul diritto naturale e sulla tesi contrattualistica del potere è La Petizione dei Diritti che nel 1628 il Parlamento Inglese invia al re Carlo I. Promossa da Sir Edward Coke, la Petizione contiene quattro principi: 1) Nessuna tassa può essere imposta dal Sovrano senza il consenso del Parlamento. 2) Nessuno può essere imprigionato senza una prova [ribadendo un principio della Magna Charta, già noto come “habeas corpus”]. 3) Nessun soldato può essere alloggiato a carico della popolazione. 4) Nessuna legge marziale ha valore in tempo di pace.
    Una più ampia ed elaborata rivendicazione di diritti umani si ha nel corso della I Rivoluzione Inglese, con il Patto del Libero Popolo Inglese [An Agreement of the Free People of England], elaborato tra il 1647 e il 1649. La modernità del Patto sta innanzi tutto nel riconoscere la sovranità al Popolo prima ancora che al Parlamento. Si legge tra l’altro nelle conclusioni:
    È chiaro il motivo per cui noi vogliamo istituire un patto col popolo e dichiarare quali siano i nostri diritti naturali, piuttosto che chiedere al Parlamento di sancirli: nessun atto del Parlamento è, o può essere, immodificabile, per cui non esclude con garanzia sufficiente – per la vostra e la nostra sicurezza – la possibilità che un altro Parlamento si lasci corrompere e decida in senso contrario. Inoltre, il Parlamento deriva potere e rappresentatività da coloro che glieli trasmettono. Il popolo deve quindi specificare in che cosa consiste tale potere e tale rappresentatività, ed è appunto questo che si prefigge il nostro patto”.
    Tra i punti di particolare significato, c’è la libertà religiosa: “Tutto ciò che concerne la religione e il culto non può essere in alcun modo da noi demandato a un potere terreno, dal momento che non possiamo, senza commettere deliberatamente un peccato, rinunciare anche in minima parte a ciò che la nostra coscienza dichiara essere la volontà di Dio: inoltre, l’insegnamento in questo campo alla nazione intera – mai però con la forza – resta affidato alla coscienza”.
    C’è inoltre l’abolizione delle decime e la fine della coscrizione obbligatoria che sarà sostituita dall’arruolamento volontario di soldati a pagamento:
    Obbligare i cittadini a servire nell’esercito va contro la loro libertà, e perciò non possiamo permettere che i nostri rappresentanti ci costringano a questo servizio. Al contrario, riteniamo che essi, grazie al denaro che hanno sempre a disposizione (l’arma principale di ogni guerra) potranno arruolare in qualsiasi momento un numero sufficiente di soldati che combattano per una causa giusta”.
    E ancora, c’è l’estensione del diritto di voto “a tutti gli uomini dai ventun anni in su”; l’ineleggibilità parlamentare dei membri delle forze armate salariate e degli amministratori di denaro pubblico; l’obbligo per gli avvocati di astenersi dalla professione durante l’esercizio del mandato parlamentare; l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, senza distinzione di “potere, ricchezze, titoli, nobiltà, nascita, posizione sociale”.
    Con l’ascesa al potere del Cromwell e la proclamazione della Repubblica [Commonwealth] e successivamente con la restaurazione degli Stuart, i diritti umani sanciti dal Patto del Libero Popolo Inglese furono vanificati e neppure con la seconda rivoluzione e l’incoronazione di Guglielmo d’Orange tornarono in auge. Nel 1689 fu però riconosciuto dal nuovo sovrano il Bill of Rights che dettava regole per la successione al trono e che, pur parlando di sudditi e non più di cittadini, riconosceva al Parlamento libertà di parola e di stampa. In particolare il Bill of Rights si compone di 13 articoli che hanno il fine di stabilire cosa debba ritenersi illegale e quali incontestabili diritti debbano essere garantiti alle Camere dei Lords e dei Comuni, in quanto organi di espressione della volontà popolare:
    1. che il preteso potere di sospendere le leggi o l’esecuzione delle leggi, in forza dell’autorità regia, senza il consenso del Parlamento, è illegale;
    2. che il preteso potere di dispensare dalle leggi o dall’esecuzione delle leggi, in forza dell’autorità regia, come è stato assunto ed esercitato in passato, è illegale;
    3. che il mandato per costituire la passata Court of Commissionners per le cause ecclesiastiche, e tutti gli altri mandati e corti di analoga natura, sono illegali e pericolosi;
    4. che levare tributi per la Corona o per il suo uso, su pretesa di prerogativa, senza la concessione del Parlamento, per un tempo più prolungato o in un modo diverso da quello che è stato o sarà stato concesso, è illegale;
    5. che è diritto dei sudditi avanzare petizioni al re, e che tutti gli arresti o le procedure d’accusa per tali petizioni sono illegali;
    6. che levare o tenere un esercito permanente all’interno del regno in tempo di pace, senza che ciò sia col consenso del parlamento, è illegale;
    7. che i sudditi protestanti possono avere armi per la loro difesa conformemente alle loro condizioni e come consentito dalla legge;
    8. che le elezioni dei membri del Parlamento debbono essere libere;
    9. che la libertà di parola e di dibattiti o procedura in Parlamento non possono esser poste sotto accusa o in questione in qualsiasi corte o in qualsiasi sede fuori dal Parlamento;
    10. che non debbono essere richieste cauzioni eccessive, né imposte eccessive ammende; nè inflitte pene crudeli o inusitate;
    11. che i giurati debbono essere nelle debite forme indicati in una lista, da notificare; e che i giurati che decidono sulle persone nei processi per alto tradimento debbono essere liberi proprietari;
    12. che tutte le assicurazioni e minacce di ammende o confische fatte a particolari individui prima della condanna, sono illegali e nulli;
    13. e che per riparare a tutte le ingiustizie, e per correggere, rafforzare e preservare la legge, il Parlamento dovrà tenersi frequentemente.
    Per tutto il secolo XVII procede intanto, soprattutto in Inghilterra, il dibattito sulla natura del potere, sul diritto naturale e sul contratto sociale. Si delineano quattro scuole di pensiero. Si va da Robert Filmer, che continua a sostenere l’origine divina del potere del Sovrano, a John Warr che rivendica la sovranità popolare in nome di Dio, in virtù della scintilla divina presente in ogni uomo. La tesi contrattualistica del potere è invece sostenuta da Thomas Hobbes e da John Locke ma con opposte implicazioni. Per Hobbes, lo stato di natura è caratterizzato dal principio, già evocato in età classica, che “ogni uomo è un lupo per l’altro uomo” [homo homini lupus], con il risultato che il potere si accentra nelle mani del più forte e che non esiste il diritto naturale, ma solo il diritto fondato sulla forza. Per uscire da questa condizione di guerra incessante degli uni contro gli altri, gli uomini accettano di divenire parte integrante di uno Stato che d’ora in avanti godrà di un potere illimitato. Locke, al contrario, ritiene che non necessariamente nello stato di natura gli uomini debbano combattersi fra loro, in quanto la ragione li fa consapevoli di possedere il diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà. Si assoceranno, dunque, ma solo al fine di evitare l’anarchia e di creare uno Stato per la tutela di tali diritti, e il cui potere [avendo ben cura di separare il potere legislativo da quello escutivo] potrà sempre essere rimesso in discussione allorché venga meno il fine stesso della costituita comunità politica. Saranno poi i coloni americani, circa mezzo secolo più tardi, a mettere in pratica il liberalismo di John Locke, in parte ispirandosi anche al Patto del Libero Popolo Inglese. Con la dichiarazione unanime di tredici Stati Uniti d’America e la proclamazione dell’indipendenza. Mentre sarà l’Europa continentale, ventitre anni più tardi, quasi alla fine del XVIII Secolo, ad esporre la più compiuta tavola dei diritti umani, quelli che l’immaginario collettivo ricorda come i principi del 1789. Ma di ciò mi occuperò in un successivo intervento. Mi soffermo invece ancora per qualche breve, ulteriore riflessione su quanto già detto.
    Se guardiamo alla storia dell’Occidente, si vede bene che la questione dei diritti umani restò sempre, mutatis mutandis, nei termini in cui la ponevano gli antichi filosofi greci. Da una parte, Trasimaco e Callicle, sostenitori del diritto del più forte – basato sulla natura ferina dell’uomo e sull’idea di una originaria disuguaglianza che fa gli uni più forti e/o più intelligenti e capaci di altri, gli uni atti a comandare, gli altri a ubbidire – che legittima la privazione dei diritti umani a vantaggio di un’aristocrazia della forza e/o dello spirito che, come nella visione di Callicle, più che di Trasimaco, legittima lo Stato giusto perché oligarchico e totalitario. Dall’altra, Ippia di Elide, Alcidamante e Antifonte Sofista, che rivendicano per tutti gli uomini – in quanto una sola è la condizione umana sulla Terra, a prescindere dalle diverse risorse e capacità – il godimento degli stessi diritti imposti dalla medesima natura, anche contro la legge positiva, laddove questa si manifesti in palese violazione dei diritti fondamentali che spettano a ogni essere umano, in quanto uomo dotato di ragione.  Da una parte gli ideologi e i sostenitori del giuspotivismo, dell’assolutismo e del totalitarismo, dall’altra i fondatori e i fautori del giusnaturalismo, del liberalismo e della democrazia. Non a caso il fascismo e ancora di più il nazismo si fecero interpreti della più grande negazione dei diritti umani che la Storia abbia mai conosciuto, col massacro programmato – il nazismo – o semplicemente avallato – il fascismo – di milioni di ebrei, ma anche di zingari, omosessuali, massoni e avversari politici. Non a caso la dottrina del fascismo, elaborata da Benito Mussolini e da Giovanni Gentile, irride ai principi dell’Ottantanove che chiama “sacri” e “immortali” per meglio beffarli.
    “ […]Il Fascismo è contro tutte le astrazioni individualistiche, a base materialistica, tipo sec. XVIII; ed è contro tutte le utopie e le innovazioni giacobine. Esso non crede possibile la “felicità” sulla terra come fu nel desiderio della letteratura economicistica del `700 […]Per agire tra gli uomini, come nella natura, bisogna entrare nel processo della realtà e impadronirsi delle forze in atto(10).Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per l’individuo in quanto esso coincide con lo Stato, coscienza e volontà universale dell’uomo nella sua esistenza storica.(11)E’ contro il liberalismo classico, che sorse dal bisogno di reagire all’assolutismo e ha esaurito la sua funzione storica da quando lo Stato si è trasformato nella stessa coscienza e volontà popolare.Il liberalismo negava lo Stato nell’interesse dell’individuo particolare; il Fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell’individuo.(12)E se la libertà deve essere l’attributo dell’uomo reale, e non di quell’astratto fantoccio a cui pensava il liberalismo individualistico,il Fascismo è per la libertà. E’ per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell’individuo nello Stato. (13) Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il Fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo.(14)Il Fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più;(17)ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come deve essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti.(18)[Benito Mussolini, “La Dottrina del Fascismo”, Milano, 1942, Enrico Hoepli editore]
    Queste idee, a beneplacito di chi coglie diversità tra un “primo” fascismo e il fascismo di guerra, si ritrovano già nel 1926:
    “[…]siamo cioè in uno Stato che controlla tutte le forze che agiscono in seno alla nazione. Controlliamo le forze politiche, controlliamo le forze morali, controlliamo le forze economiche, siamo quindi in pieno Stato corporativo fascista… Noi rappresentiamo un principio nuovo nel mondo, noi rappresentiamo la antitesi netta, categorica, definitiva di tutto il mondo della democrazia, della plutocrazia, della massoneria, di tutto il mondo, per dire in una parola, degli immortali principi dell’89.” [S. E D.: 1926; vol. V, pagine 310-11].
    E prima ancora nel Manifesto degli Intellettuali Fascisti elaborato da Giovanni Gentile nel 1925:
    […]questa piccola opposizione al Fascismo, formata dai detriti del vecchio politicantismo italiano (democratico, reazionalistico, radicale, massonico) è irriducibile e dovrà finire a grado a grado per interno logorio e inazione, restando sempre al margine delle forze politiche effettivamente operanti nella nuova Italia. E ciò perché essa non ha propriamente un principio opposto ma soltanto inferiore al principio del Fascismo, ed è legge storica che non ammette eccezioni che di due principi opposti nessuno vinca, ma trionfi un più alto principio, che sia la sintesi di due diversi elementi vitali a cui l’uno e l’altro separatamente si ispirano; ma di due principi uno inferiore e l’altro superiore, uno parziale e l’altro totale, il primo deve necessariamente soccombere perché esso è contenuto nel secondo, e il motivo della sua opposizione è semplicemente negativo, campato nel vuoto […]”.
    E ancora sulla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, si veda di seguito cosa ne pensa un altro ideologo del fascismo, all’indomani dell’invasione nazista di Parigi. Siamo nel Luglio del 1940 [Anno XVIII dell’era fascista], l’Italia è appena entrata in guerra e tale Adriano Lualdi non è neppure sfiorato dal sospetto della triste sorte che alla fine toccherà, non ai francesi, ma ai camerati tedeschi. La sua preoccupazione sta piuttosto nell’imputare a quelli che chiama tra virgolette i “sacri principi” dell’89, la causa del decadimento fisico, morale e spirituale che ha portato alla disfatta militare della Francia:
    […]Non crediamo affatto – contrariamente a quanto ritengono molti specialisti espertissimi delle vite e delle crisi dei popoli e dei regimi – che la Francia potrà riaversi senza troppe difficoltà e in tempo relativamente breve del gravissimo colpo che l’ha gettata a terra. La catastrofe della Francia non è un fatto accidentale, come di uno che incèspica e cade: è la ineluttabile logica conclusione di un lungo processo di decadimento fisico morale spirituale e politico al quale tutti i francesi hanno pazientemente e volonterosamente collaborato per lunga serie di anni: è il completo fallimento dei «sacri principi» della rivoluzione dell’89, e dei loro modi e metodi di applicazione, e del clima morale che da essi principi, e dalle loro degenerazioni, fatalmente derivò, avvelenando tutta intera la Nazione. I «sacri principi» furono dichiarati e riguardati dai francesi – e pare lo siano ancora – come «intangibili». Ma non valsero a rendere intangibile l’anima della Francia, che ne rimase uccisa”.
    Può anche darsi che abbia ragione lo storico israeliano Zeev Sternhell [Nel saggio del 1989, Le origini dell’ideologia fascista, tradotto in italiano quattro anni dopo da G. Mori per Baldini Castoldi], nel sostenere la netta distinzione tra fascismo e nazismo, e nel ritenere il fascismo, non tanto e non solo la reazione della classe dominante in combutta con la media e piccola borghesia, ma tendenzialmente la sintesi dell’incontro di due distinte eresie: “un radicalismo di destra, eretico rispetto alla destra moderata e conservatrice che tassa il macinato, fucila i cafoni, cannoneggia il popolo e decora Bava Beccaris; e un radicalismo di sinistra, eretico rispetto alla sinistra riformista e progressista, pacifista e codarda”.
    Comunque sia, resta il fatto che il fascismo fu per principio, come ogni totalitarismo di destra e di sinistra, nemico giurato dei diritti umani.

    Sergio Magaldi

    Categorie: Cultura, Politica

    22 Commenti

    1. Cromo scrive:

      Gli inglesi ed i francesi sono popoli che hanno fatto la rivoluzione liberale, quindi capiscono l’importanza di essere cittadini, partecipi attivi della politica come atto fondativo delle loro comunità.
      Gli italiani sono passati da sudditi analfabeti di un nobile di provincia a sudditi del regno d’Italia con parziale diritto di voto ed una cittadinanza gentilmente concesso da un re piemontese e con armi francesi e denari inglesi.
      Con l’apertura in Italia delle prime fabbriche, in poco tempo appaiono durissime lotte sindacali, sacrosante per i soprusi, ma senza l’elaborazione storica del sindacalismo inglese, durato 100 anni, il risultato da noi fu il fascismo.
      Parlando di politica, siamo passati da contadini vassalli di un signorotto ad organizzatori della prima internazionale anarchica in pochissimi anni, saltando tutti i passaggi intermedi!
      Morale, nessuna elaborazione del concetto di cittadinanza.
      Quello che è seguito ne è stata la logica conseguenza, e dura fino ai giorni nostri.

    2. Giuseppe scrive:

      da notare che l’Inghilterra e la Francia , non hanno nel loro territorio fisico , un centro di potere come la Chiesa Cattolica in Italia .
      spostare in territori europei diversi , idee progressiste , è un ottimo stratagemma per diversificare ( divide et impera ) forze che in ultima hanno lo stesso fine .
      io credo che lo studio della metastasi cattolica possa aiutare a capire la fine che stiamo facendo .
      che potere può avere un organismo di controllo mentale , presente in modo capillare nel tessuto sociale quotidiano .
      quante parrocchie esistono in Italia ?
      quante fonti media sono al servizio del senso comune civico degli italiani ?
      Orwell avrebbe di che compiacersi se vivesse nell’Italia attuale .

      • Cromo scrive:

        Il problema nasce prima ancora della chiesa cattolica:
        risale a quando un editto imperiale romano esentò gli abitanti della penisola italica dal servizio di leva.
        La chiesa cattolica poi, ha “solo” ereditato e gestito
        tante miti pecorelle già ammansite ed addomesticate
        dal connubio Chiesa/Impero.

        Quando porge la man Cesare a Pietro
        da quella stretta sangue umano stilla.
        Quando il bacio si dan Chiesa ed Impero
        un astro di martirio in ciel sfavilla!

        -Carducci-

    3. Gio scrive:

      un prototipo in tema di diritti umani è ravvisabile a partire dal 539 a.C. Il c.d. Cilindro di Ciro II Re di Persia.

      http://it.wikipedia.org/wiki/Cilindro_di_Ciro

    4. Junius scrive:

      Giusto per amor di filologia: prima dell’inizione dell’800 di “liberalismo” non si parla.

      Esistono istanze di carattere libertario da diverse “sensibilità” del movimento illuminista: la più importante sicuramente è quella della tradizione inglese e, in parte francese, che ha evidente genesi di carattere mercantile e plutocratico: non ascrivibile sicuramente ai “diritti inalienabili della persona umana” ma più naturalmente all’esigenza di affermazione in opposizione dell’ordine nobiliare prima ancora che assolutista.

      Questa distinzione tra “bene” e “male”, assolutamente riconducibile al sistema di valori dell’individuo, non può essere invece assolutamente trasposta sul piano sociopolitico se non a scopi di propaganda ed ingegneria sociale.

      Quando si parla di “liberalismo” si parla della sovrastruttura, della falsa coscienza della nuova classe mercantile “anglosassone” che rovesciò il legittimo governo francese – avversario secolare nell’imperialismo coloniale – con il classico slogan politically correct: “libertà, uguaglianza, fratellanza”.

      Politically correct che fa storicamente da cosmesi alla vera natura “mercatista” implicita nel liberalismo che nasce, appunto, con Adam Smith.

      La Rivoluzione Francese è, fondamentalmente, il primo successo del geniale filosofo morale inglese: ovvero quello di propugnare il “free trade” che sarà, come spiegherà dettagliatamente in seguito List, “il cavallo di Troia” per soggiogare le nazioni meno economicamente sviluppate.

      La prima grande vittima fu la Francia che sottoscrisse il Trattato di Eden nel 1786, l’antenato dello SME, del Trattato di Maastricht e del futuro TTIP: la Francia fu invasa dalle merci inglesi, che avevano il ricardiano “vantaggio comparato”, e la miseria che portò il liberoscambismo in Francia fu la goccia che fece traboccare il vaso della disperazione sociale francese.

      Chiaramente, insiema agli slogan “politically correct”, anche in Francia operava una rete di collaborazionisti per lo più riferibili ai servizi inglesi e alla massoneria: chiaramente ben rappresentati dai girondini liberali del “laissaze-faire”…

      Questo è il “liberalismo”: free trade e laissaze-faire. Liberoscambismo e liberismo economico. Ovvero le libertà che negano tutte le altre, tanto acclamate quanto inesistenti.

      Ma gli “ordinamenti liberali” del centro degli imperi coloniali, erano talmente illiberali che vedevano sempre più compromesso l’ordine sociale a causa del furore socialista: gli oppressori cercano di sedare le classi subalterne con i primi esperimenti di gatekeeping: ovvero l’owenismo e, in seguito, il liberalismo sociale. Entrambi ben coordinati dal noto think tank eugenetista della Fabian Society.

      Gli insostenibili squilibri causati dal liberalismo colonialista, dopo l’orrore della WWI, rendono la forza socialista rivoluzionaria sempre più pericolosa.

      Il cosmetismo non regge, ci sono menti troppo fervide e passionarie a coordinare i moti rivoluzionari: l’impero finanzia i totalitarismi nelle aree geostrategiche di interesse.

      Il fascismo? È ovviamente fondamentale distinguere le due fasi: per il semplice motivo che riportare come nel post quei frammenti dell’ideologia fascista è assolutamente fuorviante e mistificatorio.

      Il fascismo nasce come strumento tirannico per affermare il liberalismo: tanto che nella prima fase, Mussolini non sproloquiava di statualismo in semplice funzione nazionalista e prima ancora per necessità “keynesian-rooseveltiana” di salvare le regali natiche del grande capitale italico immerdato dopo la crisi del ’29.

      Prima del ’29 Mussolini era propugnatore dello “stato minimo” di concezione liberale: «lo Stato deve solamente occuparsi di proteggere i gentiluomini dai briganti».

      Quindi, da buon vassallo ubbidiente, agganciò la lira alla sterlina come Churchill agganciò la sterlina all’oro: la famosa “quota 90″ con cui, insieme ai managanelli, venne spazzato via l’odiatissimo – dai liberali – sindacalismo e vennero gettati in miseria gli Italiani.

      Chiaramente i “cambi fissi”, come inizialmente con il Trattato di Eden e successivamente con lo SME e poi con l’euro, sono un dogma del “free trade”: ovvero dell’imperialismo. Tanto che la celebre economista Joan Robinson definì il liberoscambismo come «la più subdola forma di mercantilismo».

      Così è anche se non vi pare.

      • I Profani di Pavlov scrive:

        Queste sono vere analisi, complimenti Junius.
        Infatti il tikitaka liberal-progressista a centrocampo a che serve se non a mantenere il risultato?
        Scriva ancora e ci delucidi Junius su queste questioni…personalmente la leggo con molto piacere, infatti ormai visito questo blog sperando di trovare i suoi commenti.

      • Gio scrive:

        Ignoranza mia forse, ma non si corre il rischio di confondere mercantilismo e liberismo? Non è forse scorretto equiparare il pensiero liberista di Smith con l’attuale paradigma liberista?

        Sarebbe ora di fare maggiore chiarezza. Smith stesso ha fortemente criticato il mercantilismo nei suoi aspetti fondanti.

        “Merita di essere segnalata l’interpretazione del concetto di mano invisibile data dal noto giurista italiano Guido Rossi (da un’intervista del 6 giugno 2008 a la Repubblica): “Uno dei suoi concetti più equivocati è quello della mano invisibile. Nella vulgata si è imposta l’idea che Adam Smith con la mano invisibile abbia inteso dire che il mercato deve essere lasciato a se stesso perché raggiunge automaticamente un equilibrio virtuoso. La mano invisibile è diventato l’argomento principe in favore di politiche di laissez-faire, fino ai neoliberisti. In realtà Adam Smith prende a prestito l’immagine della mano invisibile, con molta ironia, dal terzo atto del Macbeth di Shakespeare. Macbeth parla della notte e della sua mano sanguinolenta e invisibile che gli deve togliere il pallore del rimorso prima dell’assassinio. Smith ha preso in giro ferocemente quei capitalisti che credevano di avere il potere di governare i mercati. Tra l’altro Adam Smith capì allora che la Cina sarebbe tornata ad essere una grande potenza dell’economia mondiale, e auspicò una sorta di Commonwealth universale per governare il nuovo ordine internazionale”.

        Nessun economista sano di mente oserebbe elaborare una teoria economica prescindendo dal contesto storico nel quale dovrebbe operare. L’analisi storica precede quella macroeconomica, fungendo da base per l’elaborazione di una teoria economica. Quante e quali sono le differenze storiche che ci separano dagli economisti classici e le loro teorie? sono , a mio avviso , enormi. Non sarebbe più giusto evidenziare anche le differenze che intercorrono tra i classici ed i neoclassici?

        Secondo me si corre il rischio di pericolosa reductio ad unum criticando indistintamente teorie diverse tra loro sotto molti aspetti.

        ps
        Faccio tali domande e considerazioni non per alimentare futili polemiche, ma per una maggiore comprensione, mia e degli altri.

      • Gio scrive:

        “La prima grande vittima fu la Francia che sottoscrisse il Trattato di Eden nel 1786, l’antenato dello SME, del Trattato di Maastricht e del futuro TTIP”

        Junius , qui hai saltato (volutamente?) un passaggio importante e fondamentale: l’Unione
        europea dei pagamenti (UEP)una camera di compensazione che, fra il 1950 e il 1958,
        finanzia il 75 percento degli scambi intereuropei, ponendo le basi del mercato unico e
        contribuendo in maniera decisiva alla ricostruzione e allo sviluppo nell’epoca dei miracoli
        economici. Ricreare all’interno della UEM un’istituzione secondo il modello della UEP potrebbe
        consentire anche oggi, come allora, di uscire dall’impasse. Costituirebbe un modo per
        consentire all’Europa di tornare a crescere senza indulgere alla tentazione di un
        neomercantilismo su scala continentale e senza dover imboccare la strada dell’unificazione
        forzata a cui è stato dato il nome di “convergenza” creando
        presso la BCE una nuova fonte di finanziamento, ispirata alla UEP e alla Clearing Union
        di Keynes, volta ad agevolare il riassorbimento degli squilibri e il finanziamento
        dell’economia reale (cit)

        Questa è ad esempio solo una delle tante proposte non anti-liberiste tout court che vengono avanzate per il superamento dell ‘attuale crisi.

        Criticare questa o altre proposte simili inevitabilmente ti costringe a fare i conti con ipotesi diverse dal modello dominante, dunque, asserita ed illustrata la distinzione tra mercantilismo e liberismo potresti illustrare un tuo modello/teoria ? (giusto per comprendere oltre la giustissima critica all’attuale paradigma imperante) quale potrebbe essere, nei fatti, una soluzione alternativa.

        Grazie

      • Gio scrive:

        “La UEP era anch’essa un’unione monetaria, sorta in un momento in cui le economie
        europee erano fortemente indebitate e non riuscivano a crescere. Il suo successo nel far
        ripartire gli scambi e gli investimenti in Europa fu dovuto a pochi semplici principi che la
        distinguono tuttavia nettamente dalla Unione economica e monetaria (UEM). Anche la
        UEP era dotata di una moneta unica, ma si trattava di una pura unità di conto non coniata:
        un euro ante litteram, ma diverso per le modalità di emissione e di circolazione. L’euro è
        una merce che i paesi in deficit devono prendere a prestito dai paesi in surplus pagando un
        interesse; l’unità di conto della UEP era una semplice moneta scritturale, che poteva essere
        utilizzata soltanto per finanziare gli scambi fra paesi e non poteva essere comprata né
        venduta né tesaurizzata indefinitamente; per questo, era sempre disponibile in quantità
        commisurata alle esigenze dell’economia reale, circolava rapidamente ed evitava la
        creazione di squilibri persistenti.”

    5. Andrea Franco scrive:

      Interessante disamnina storica. Interessante anche il commento di Junius, che mi sembra, mostra una certa impostazione matrerialistico-storica. A mio avviso il problema della “libertà” va considerato in un ottica che tenga conto dei diversi campi in cui si articola l’azione umana nel mondo sensibile. Fatto salvo come punto di partenza quello della Rivoluzione Francese, va innazni tutto ripensata, come voleva ad esempio Adriano Olivetti, l’interrelazione fra le tre sfre-principio in cui si basò l’idea-forza dell’evento del 1789. Così la libertà è fondamentalmente propria alla sfera dello Spirito e della Cultura ( e quindi della dignità umana senza distinzione di etnia,colore etc) , l’uguaglianza a quella dei diritti e della Politica, la fraternità a quella dell’Economia ov tutti , dal punto di vista della preoduzione , lavoriamo per altri. E’ la fondamentale forma triarticolata della Società, che, in altre lontane epoche ed in altre forme costituì la struttura-chiave delle civiltà indoeuropee e non solo (Dumezìl.Eliade ecc.) ,essendo il “riflesso terreno” della Sprituale struttura trinitaria dell’essere umano nella sua completezza e dell’Univesro cosmico-spirituale.

    6. Marco Saba scrive:

      “…resta il fatto che il fascismo fu per principio, come ogni totalitarismo di destra e di sinistra, nemico giurato dei diritti umani.” dice Magaldi. Certo, così come si potrebbe anche dire a ragione che l’attuale “democrazia” (un’oligarchìa bancaria abilmente travestita) è nemica giurata della sovranità popolare e dei diritti dei lavoratori

      • Andrea Franco scrive:

        Già..però andrebbero fatte delle distinzioni. Lo stato di diritto liberaldemocartico, con tutto quello che di negativo possiamo e dobbiamo dire sulla riduzione graduale degli spazi di vita e sull’oppressione dei poteri tecnofinanziari,culturali- in poche parole delle forze della menzogna organizzata- è sempre preferibile alle dittature, nere o rosse. Laddove alle 5 di mattina si veniva svegliati dall’irruzione di ceffi della Gestapo o NKVD di turno ,onde sparire….. Insomma: c’è tutta una gradazione di “perdita di spazi” da tenere presente.
        Ci sarebbe anche da parlare delle distinzioni storiche,politiche e soprattutto di “retroscena occulto” relative l rapporto fra fascismo e nazionalsocialismo, ma mi fermo qui.

        • Gio scrive:

          Concordo con quanto scritto sopra.
          Inoltre, molto probabilmente non saremmo nemmeno qui a parlare di massimi sistemi se quel numerino: 3% presente nel trattato di Maastricht fosse stato l’ 8 ad es.

          Prima fondamentale critica razionalmente fondata (basata cioè sugli stessi strumenti adoperati dalla macroeconomia “ortodossa”) da operare è quella al lavoro (criminale) di Reinhardt e Rogoff
          che sembrava indicare l’esistenza di una correlazione negativa fra il tasso di crescita di
          un’economia e il livello del suo debito pubblico (segnatamente per livelli superiori al 90
          percento del PIL). L’idea che esistesse una simile correlazione (e che si trattasse di una
          relazione causale, cosa peraltro non dimostrata dagli autori), ha giocato un ruolo non
          marginale nell’ispirare le politiche di austerity, i cui effetti benefici sono stati poi messi in
          discussione perfino da parte di economisti di quel FMI che le ha predicate e promosse per
          decenni: “In un contesto economico fragile, la probabilità che una terapia di austerity
          risulti controproducente è assai più elevata che in tempi normali” (Cherif e Hasanov,2012)

          Ma di cosa stiamo parlando? Pure la matematica smonta le stesse (attuali) teorie liberiste, con buona pace del pensiero storico critico e filosofico.

    7. Gio scrive:

      @junius

      “Il fascismo? È ovviamente fondamentale distinguere le due fasi: per il semplice motivo che riportare come nel post quei frammenti dell’ideologia fascista è assolutamente fuorviante e mistificatorio.
      Il fascismo nasce come strumento tirannico per affermare il liberalismo: tanto che nella prima fase, Mussolini non sproloquiava di statualismo in semplice funzione nazionalista e prima ancora per necessità “keynesian-rooseveltiana” di salvare le regali natiche del grande capitale italico immerdato dopo la crisi del ’29.”

      E il corporativismo del ’22? Sarebbe stato funzionale alle teorie liberiste sulla base di che? Dimostralo please :)

      • Nervo Scoperto scrive:

        Bravo Junius che con un adeguata pressione sulle fasce dei fludificanti esterni costringe tutti i 22 in campo a scoprire le difese regalando cosi al pubblico una partita d’altri tempi.

        • Gio scrive:

          i commenti e le critiche di junius sono fondamentali per questo blog.
          In 3 righe:”
          “La Rivoluzione Francese è, fondamentalmente, il primo successo del geniale filosofo morale inglese: ovvero quello di propugnare il “free trade” che sarà, come spiegherà dettagliatamente in seguito List, “il cavallo di Troia” per soggiogare le nazioni meno economicamente sviluppate.” critica e smonta il liberoscambismo Smithiano (i c.d. vantaggi assoluti).
          tuttavia nessun liberista oserebbe oggi proporre teorie classiche, sicchè Smith è, ad oggi, completamente andato e al nostro Junius non resta altro che smontare la teoria dei vantaggi comparati di Ricardo e il modello di Heckscher-Ohlin falsificando i due modelli economici al netto della base ideologica sottesa ai suoi commenti che già conosciamo ed in parte condividiamo.

          • La B Zona di Oronzo Cana' scrive:

            Concordo ma il suggerimento di Nero Scoperto è che la B zona di oronzo cana’,il paradosso di leontieff,e le acrobazie di Ricardo servono a non scoprire quel lavoro di squadra che è il tikitaka a centrocampo citato da un altro commentatore.La “reductio ad unum” invece ,essendo un’attacco ad una sola punta, giustamente porta le “fasce” avversarie a lasciare la difesa rimando scoperta cosi la difesa.Ora la questione è:il “libero” deve giocare davanti o dietro alla difesa? Tutto il resto è melina propagnadistica.

            • Gio scrive:

              No, no, no, attenzione! Noo! Pàstene soppaltate secondo l’articolo 12, abbia pazienza, sennò posterdati, per due, anche un pochino antani in prefettura…(cit)

              • Neuroni a Specchio scrive:

                “Teoria dei giochi e propaganda postmoderna.
                La formazione dei ruoli di una squadra nella visione della nuova ingegneria sociale”

                Relatore prof. Joko PoKo Mayoco dell’universita’ di Sushimi:

                Porta:
                gatekeepers;

                Difesa:
                trolls;

                Centrocampo: testimonials(storici o attuali);

                Attacco: debunkers

                Allenatore:
                Spin Doctor

    8. Junius scrive:

      @gio

      Lascia stare differenze capziose che non colgono il punto: teoria classica, neoclassica, ecc. Se per questo il neoliberismo della scuola austriaca non c’entra niente con quello anglosassone, con quello ordoliberale o con quello dei Chicago boys.

      Eppure Hayek insegnò tanto a Friburgo, quanto a Chicago, quanto a Londra.

      Per avere una “bussola” nella complessità del divenire storico-sociale è necessario “de-ideologizzarsi” e far riferimento al “pragmatismo-epistemico” ben rappresentato dalla “teoria del conflitto”: sia in senso più marcatamente di genesi marxista che di genesi weberiana (quest’ultima ben descritta dal Magaldi).

      Quindi, al di là della “tecnicalità” economica, con cui si rischia di far confusione tra “vincoli di cambio”, “unità di conto” e “monete scritturali”, il primo passo è comprendere come tutte le svariate teorie economiche, che partono più o meno da premesse epistemologiche diverse, sono raggruppabili fondamentalmente in due grandi paradigmi che fanno da tesi ed antitesi. La sintesi è la realtà sociopolitica.

      Quindi, da una parte avrai i post-keynesiani-marxiani, dall’altra avari i neoclassici composti dai neo-keynesiani fino agli austriaci.

      Questi sono due paradigmi che si contrappongono nel conflitto distributivo: che, nella società contemporanea è storicamente chiamato conflitto di classe che è, a sua volta, il conflitto politico più importante per la struttura sociopolitica.

      Un paradigma ha come obiettivo in vari modi quello di ridistribuire il reddito, quindi il “potere” (paradigma basato sui fondamenti lavoristi tipici della tradizione marxiana confluita in quella keynesiana); il paradigma contrapposto fa gli interessi – fondamentalmente – del capitale: ovvero preme per una polarizzazione della ricchezza, quindi, del potere.

      Un paradigma economico (formato da diverse teorie che sono la “forma”) rappresenta la tesi progressiva volta alla democratizzazione intesa come diffusione del “potere” (la sostanza); l’altro paradigma (sempre formato da diverse teorie economiche) rappresente l’antitesi reazionaria volta alla conservazione del “potere” e tesa a una restaurazione oligarchica (insomma, quello che si chiama volgarmente “neoliberismo”).

      Bene.

      Certo che la storia è fondamentale: Smith era un genio tanto quanto Keynes, ed entrambi servirono la loro Patria.
      Certo è che Smith, come da tradizione anglosassone, propugnò una teoria che in quel momento storico fu l’asso vincente per perpetuare un potere di carattere dinastico in qualche modo egemone ancora oggi.

      Ma visto che sottolinei lo scollamento tra “caricature degli autori”, pensieri realmente scritti, e proposte realmente propugnate, ti faccio altresì notare che Smith oltre aver, prima della Ricchezza delle nazioni, fatto gran proseliti sul protezionismo, lui di fatto – politicamente – propose spudoratamente il “free trade”.

      (Il “free trade”, ovvero il “liberoscambismo”, ha funzione colonialista/imperialista; il “laissaze-faire” ha invece una funziona “classista”: uno è funzionale alla lotta “inter-dinastica”, l’altro è funzionale alla “lotta di classe”: vanno sempre gemellati)

      Chi difese gli USA dall’aggressione mercantilista britannica, fu Hamilton, che i lavori di Smith li lesse e si oppose al “cavallo di Troia” proposto da Smith in persona al governo americano… (proponeva “di non sviluppare le imprese “tecnologiche” su suolo americano”, specializzandosi in produzione “a basso valore aggiunto”, come vuole quella che poi Ricardo chiamò “teoria dei vantaggi comparati”)

      La versione 2.0 del liberalismo che si impone con la tirannide, invece, fu quella di Pinochet, il pupillo di Frieadman e Hayek (che di “libertà” ha sproloquiato per decine di migliaia di pagine)… e ora tramite l’Unione Europea. In particolare tramite l’unione monetaria.

      È anche vero che con mercantilismo si intende propriamente quella politica “sbilanciata verso l’export” di cui ci delizia storicamente la Germania: fondamentalmente compressione dei diritti dei lavoratori e agguerrito protezionismo.

      Ma infatti il “free trade” è la politica “mercantilista” (stando con la Robinson) propria della potenza economica egemone che “calcia via la scala” (stando con List) con cui, invece, ha potuto arrampicarsi sull’albero (del benessere economico) chi possiede l’Imperium. Fate quello che dico ma non fate quello che ho fatto… il bipensiero prima (e dopo) Orwell.

      Il “federalismo” è necessario per permettere il “free trade”. Che genera la guerra, non la pace…

      p.s.

      Il corporativismo fascista era proprio volto a sopprimere gli “interessi sezionali” gestiti con il sindacalismo… erano i fascisti a dirimere le faccende lavorative.

      Infatti credo tu lo confonda con le “corporazioni” della società francese pre-rivoluzionaria che, infatti, furono “smantellate” dai liberisti girondini subito dopo….

      • Gio scrive:

        Giusta la tua osservazione sul corporativismo fascista. Ignoranza mia. Mi sto ancora documentando.

        ps

        non lasciare il blog, continua a scrivere apportando il tuo contributo

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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