untitledOggi mi piacerebbe evidenziare insieme a voi gli obiettivi che come comunità culturale e politica tutti insieme perseguiamo. Molto spesso capita di assistere ad involontarie frizioni, litigi e incomprensioni figlie di un diverso modo di interpretare le stesse parole. Liberalismo, socialismo e uguaglianza sono concetti vasti, capaci di racchiudere ognuno al proprio interno una serie impressionante di suggestioni alle volte perfino in contraddizione fra di loro. Per capirsi non basta evocare un concetto e, spesso, non basta neppure presentarne un esatto excursus di tipo storico orientato filologicamente. Bisogna allora sforzarsi di condividere in profondità un comune “sentire”, anelito di giustizia che accumuna i migliori, anche e soprattutto a discapito di una dialettica sofistica ed epidermica che sovente salva la superficie per uccidere lo spirito. Proviamo per un attimo ad individuare le priorità che la nostra coscienza ci detta, senza cioè preoccuparci di catalogarle in automatico all’interno di un contenitore astratto. Qual è il fine del nostro impegno? L’Uomo. Come si difende la dignità dell’Uomo? Concependolo sempre e comunque come un fine e mai come un mezzo. Può essere felice un uomo che non è libero? Non credo. Cosa è la libertà? Libertà di espressione, di culto, di associazione, di intraprendere e di viaggiare. E poi, prima fra tutte le libertà prima indicate, libertà dal bisogno. E’ libero chi non ha i mezzi per provvedere al sostentamento di necessità basilari come mangiare, vestirsi e possedere una casa? Non è libero. E’ libero chi, pur possedendo il minimo indispensabile per sopravvivere, vive una dimensione subalterna e di sostanziale sudditanza? Non è libero. Qual è allora il compito che noi, sinceri democratici e progressisti, ci siamo dati dando vita al Movimento Roosevelt? Quello di garantire a tutti e a ciascuno il mantenimento dello status di cittadini conciliandolo con la definitiva liberazione dalla schiavitù materiale. Chi condivide questo semplice e chiaro fine è uno di noi. Gli obiettivi, scolpiti nella pietra, restano fermi; le procedure per realizzare gli obiettivi possono invece di volta in volta cambiare e divergere. Per questo, all’interno dei partiti politici degni di questo nome esistono le correnti, per consentire il periodico fronteggiarsi di ricette alternative, tutte però finalisticamente elaborate con la genuina intenzione di servire il comune obiettivo. Vediamo ora quali sono le posizioni che con maggiore frequenza emergono anche qui, nello spazio virtuale abitato dalla comunità de Il Moralista. Da una parte, esistono coloro i quali ritengono che le libertà economiche siano garanzia assoluta per il successivo sviluppo e mantenimento delle libertà sociali e politiche; dall’altro si stagliano non di rado le posizioni di chi, non senza argomenti, ritiene invece l’esaltazione del liberoscambismo garanzia di miseria diffusa nonché lievito di nuovi fascismi. Ora, la prima qualità che contraddistingue un uomo saggio da uno stolto è quella detta “del discernimento”. E l’uso del discernimento consente all’uomo saggio di non mischiare una verità finale (“vogliamo una società formata da cittadini liberi dal bisogno”), da una di tipo procedurale (“per realizzare la società che volgiamo dobbiamo assolutizzare il libero scambio o fare l’esatto contrario”). Storicamente le libertà economiche sono andate quasi sempre a braccetto con le libertà politiche e sociali. Tale considerazione trasforma il concetto appena espresso in verità perpetua? Sicuramente no. Perché ciò che è valso per il passato, non vale per il presente. Prendiamo ad esempio il caso cinese, dove l’innesto di riforme destinate a riconoscere la proprietà privata e le regole del libero mercato non hanno impedito il consolidarsi di un regime politico dispotico, assolutistico e violento. E prendiamo pure il caso dell’attuale Unione Europea, dove proprio sull’altare dell’assolutismo del dio-mercato si stanno limitando e restringendo le libertà politiche e democratiche (il caso Grecia è oltremodo emblematico). Questo per dire che, mentre è assolutamente importante rimanere fermi sui principi, è giusto coltivare una sana flessibilità rispetto a tutto ciò che riguarda gli strumenti preposti alla realizzazione del fine. “Signore, dammi la forza di cambiare le cose che vanno cambiate e di conservare quelle che vanno conservate. Ma, soprattutto, concedimi la saggezze di distinguere le une dalle altre” (Tommaso Moro).

    P.s. Invito tutti i lettori de Il Moralista ad iscriversi al “Movimento Roosevelt” in vista del primo congresso nazionale che si terrà a Perugia in data 21 marzo 2015. Il modulo per aderire lo trovate in alto a destra

    http://www.movimentoroosevelt.com/

    Francesco Maria Toscano

    10/03/2015

    Categorie: Editoriale

    19 Commenti

    1. Spartaco scrive:

      L’obiettivo è creare “una società formata da cittadini liberi dal Bisogno”? Di quale Bisogno si parla però, del bisogno indotto dalla società (bisogno di un lavoro, bisogno di un reddito, bisogno di una macchina etc. etc.) o dal bisogno di seguire il proprio istinto (bisogno di possesso di beni materiali, bisogno di possedere i propri simili, bisogno di essere posseduti, bisogno di prevaricare il prossimo, bisogno di competere, bisogno di potere, etc. etc.)?. Se si vuole liberare i cittadini solo dai bisogni indotti dalla società, senza liberarli dal bisogno di seguire il proprio istinto, probabilmente l’uomo comune sarà sempre vittima dei gruppi organizzati che, attraverso vari percorsi, si saranno liberati da alcuni impulsi naturali (in particolare si saranno liberati dall’istinto di competere fra loro e avranno apprezzato i vantaggi di aiutarsi)
      I Medici erano oligarchi in un periodo dove non esisteva il neoliberismo e non esistevano molti bisogni indotti dalla società; avevano raggiunto una tale posizione perché erano più abili degli altri oppure perché facevano parte di una organizzazione i cui membri si aiutavano fraternamente mentre gli altri commercianti si facevano una concorrenza spietata? Il fatto poi che la moglie di Draghi sia una discendente dei Medici potrebbe scatenare anche i complottisti più moderati. Liberare l’uomo profano dall’illusione della proprietà privata illimitata mi sembra il primo passo per liberare l’uomo dal Bisogno.

      W la libertà dal Bisogno

    2. Liberare dall’idiozia coloro che esternano in modo tale da reputare la Politica in base ad un interesse materiale e, di fatto, liberare Il Popolo, anzi istruirlo in modo tale da liberarlo dalle catene della voluta ignoranza a discapito della volgarità intellettuale sia di politici sia di inetti amministratori.
      Lunga vita!

    3. Giuseppe scrive:

      il grande errore delle religioni è il negare il benessere materiale , la vita nella dimensione attuale , a discapito di una prossima vita eterna di stampo spirituale .
      la vita è una , con diverse sfumature , quindi il benessere nell’ambito della sfera materiale , diviene il trampolino di lancio della propria interiorità .
      cosa evidentemente assente in menti limitate dal potere materiale fine a se stesso , vedi i venerabili tipo Draghi ecc.
      finchè la gente è mentalmente e fisicamente plagiata da certi stereotipi culturali , non è possibile un cambiamento in positivo , e forse questo potrebbe essere un artifizio dello spirito di opposizione …..

      • Andrea Franco scrive:

        @ Giuseppe non è proprio così. La negazione dell’importanza della sfera materiale è tipica di una certa interpretazione del cristianesiomo (ed anche di elementi gnostici) di area cattolica. Viceversa nel Protestantesimo le cose sono all’apposto. la ricerca della ricchezza è “ad major gloria Dei”: si tratta in fondo del contrasto di due tendenze radicate nell’umanità da tempo immemorabile nei confronti del mondo sensibile. Una à quella del considerarlo semplice riflesso di una realtà trascendente ‘l’altra lato o di considerrlo unica realtà
        : spiritualismo tendente ad evaporare nel nulla da un punto di vista, materialismo nudo e crudo dall’altro. La storia dell’uomo è, in fondo, la ricerca dell’equilibrio tra questi due estremi…con obbiettivo, come cita un vecchio detto teologico di “riportare la Creazione all’Ordine Sovrannaturale”….(non fuggirla nè esaltarla nella sua finitezza…)

        • Giuseppe scrive:

          è questo il punto , da una parte il cristianesimo ( cattolico/gnostico ) che rifiuta la materia , dall’altra il protetantesimo/calvinismo , che cerca nel benessere materiale un mezzo di ascesa .
          lasciamo perdere l’oriente ,
          e allora cosa siamo qui a fare ?
          se conosci bene Steiner , ricordi che associa San Francesco al Buddha ?
          ottima sintesi sarebbe per conciliare certe prospettive spirituali ,
          ma sarà vero ?

          • Andrea Franco scrive:

            Dunque..il “cristianesimo che rifiuta la materia” è solo un espressione parziale e “angusta” dell’Impulso del Cristo che, come tale, è “penetrazione nella Materia” e non certo rifiuto..Il Cristo portò SULLA SCENA DELLA STORIA , con l’Atto della Resurrezione , il germe della REDENZIONE della materia dall’”oscurità della notte” che era gradualmente discesa sulla Terra e suul’umanità a partire dal Peccato Originale o SEduzione Luciferica o Avvento del Kaly Juga comunque lo si voglia chiamare. Quindi va chiarito che ciò che si è manifestato exotericamente per duemila anni è solo una “traccia”,spesso contraffatta, di quanto il Logos incarnato ha voluto portare nel mondo. Ed è mia (come di non pochi altri) convinzione personale che Steiner abbia avuto il compito di indicare agli uomini la Via operativa (esoterica innanzi tutto) per avvicinare la Nuova Rivelazione del Cristo, offrendone i frutti pratici, fra cui quello della TRiarticolazione dell’Organismo Sociale. La vicenda del rapporto occulto fra il Buddha e Francesco d’Assisi è poi emblematico per indicare la metamorfosi cristiana dei migliori impulsi precristaini, come, lo è la meno conosciuta vicenda del “Logos d’Oriente” che affiora exotericamente nella “Leggenda di Barlaam e Josaphat”, o nella Dottrina dei Bodhisattva propria al Buddhismo Tibetano. Quindi,riassumendo… da fare ne abbiamo moltissimo…..

            • Giuseppe scrive:

              noi viviamo in un tempo fisico relativo , quindi parlare di un tempo precristiano può avere un senso , e il teorema steineriano , in ambito storico-spirituale , lo descrive in modo esaustivo .
              ma se trascendiamo la storia , di qualsiasi tipo , fisico o metafisico , cos’è in realtà il messaggio cristiano ?

              • Andrea Franco scrive:

                Non è certo una domanda facile.. Innanzi tutto in quanto “trascendere la storia” è discorsivamente impossibile, meno che mai tramite astratte enunciaizioni teologiche o dialetticamente esoteriche. Mi limito quindi ad un paio di osservazioni. In primis si puo’ dire che piu’ che un “messaggio” (che comunque puo’ avere svariati livelli, exoterici ed esoterici) il cristianesimo soprattutto esoterico potrebbe essere concepito come una “direzione” . Essa porta verso l’incontro con un Essere o una Persona ,storica e metastorica insieme, e non con un istituzione od organizzazione qualsivoglia.
                Esotericamente si puo’ dire che tale Persona è ,segretamente, il Fondamento su cui si regge lo stesso essere del “mendicante dello Spirito” che si pone come obbiettivo l’Incontro in questione (Non vi dissi forse voi tutti siete Dei? si legge nel IV Vangelo..) Naturalmente chi ha già percorso tale strada e vive nell’”atmosfera dell’Incontro” narra e narrerà agli altri “mendicanti” ciò che egli ha sperimentato sia lungo la “marcia di avvicinamenmto” sia dopo, quando l’Incontro diviene perenne corrente di Vita. Si puo’ dire in sintesi che si tratta in definitiva di assumere gradualmente coscienza di ciò che, inconscientemente si è nel profondo.
                E’, in senso profondo, l’impresa del “Graal” (gradalis_graduale), che , per i noti motivi,compresa la presenza di potenti forze dell’Ostacolo che sono atterrite dall’idea che l’uomo sfugga al loro controllo e si congiunga col Logos , non puo’ certo essere semplice e indolore….. (Parsifal errò moltissimo prima di fare la domanda giusta….)

    4. Junius scrive:

      «Storicamente le libertà economiche sono andate quasi sempre a braccetto con le libertà politiche e sociali.»

      Questo è inopinabilmente falso quando per “libertà economica” si intende “liberismo”: evidentememte non è chiara la differenza tra “libertà economica” intesa come libertà d’intrapresa e diritto alla proprietà privata (libertà dell’individuo, contesto “micro”), con liberismo economico, ovvero “libertà del mercato” dallo Stato (“freedom from” in un contesto “macro”, sociopolitico).

      Il liberalismo abbracciato dai neoclassici come i “federalisti” europei o mondialisti, propugnano il “liberoscambismo” e il “laissaze-faire” che non ha nulla a che fare una generica “libertà economica”.

      (Keynes, come tutta la scuola post-keynesiana – vedersi soprattutto Minsky – parte da una riflessione sull’instabilità intrinseca generata dal “free trade”: infatti propugna la REPRESSIONE FINANZIARIA, che è proprio la limitazione della “libertà dei movimenti di capitali” voluta dalla globalizzazione “massonica”: per questo a Bretton Woods la sua proposta, come quella di White, fu rifiutata. I federalisti sono de facto antidemocratici, ed è evidente come emerge dal “liberal paradox” di Amartya Sen e dal teorema di Dani Rodrik.
      Chi si professa “liberoscambista” E “keynesiano” o è un ignorante o ti piglia per il culo: come ho spiegato, è PACIFICO che i due pensieri stiano contrapposti nel conflitto distributivo. Keynesismo e federalismo fanno ovviamente a pugni nel 90% delle aree economiche)

      Questa distinzione era ben chiara ai nostri padri costituenti che, memori della crisi del ’29 e dei 60 milioni di morti che generò nei 15 anni successivi, progettarono un ordinamento che era “antifascista” soprattutto perché “antiliberista”.

      Particolarmente esemplificativi sono gli artt. 41 e 42 Cost.:

      Art. 41
      L’iniziativa economica privata è libera.
      Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
      ***
      La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
      ***
      Art. 42
      La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
      ***
      La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
      ***
      La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.

      Viene rifiutato il “laissaze-faire” degli ordinamenti liberali.

      Poi, con buona pace degli europeisti, l’art.11 Cost. rifiuta il “free trade” (come ovviamente le “cessioni” di sovranità…):

      Art. 11
      L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

      “in condizioni di parità con gli altri Stati”: ovvero sono anticostituzionali i trattati di libero scambio che, per i motivi che ho diffusamente spiegato (ovvero il pippone sui “vantaggi comparati”, ecc.), forzano una “cessione” di sovranità (ovviamente auspicata dai “federalisti” per creare il loro super stato mondiale “one labour one market”) che è cosa ben diversa da una “limitazione” di sovranità in funzione pacifista come dalla necessità espressa post WWII con la nascita dell’ONU. Cioè nel ’48, come si evince dalla successiava Dichiarazione Universalista della Roosevelt, era PACIFICO che la PACE (appunto) veniva garantita dal RISPETTO della SOVRANITÀ e dell’AUTODETERMINAZIONE dei popoli e che “non è la società che si FONDA sulla LUCIFERICA LIBERTÀ” ma è la LIBERTÀ che si fi FONDA SUL LAVORO e sulla SOLIDARIETÀ SOCIALE.

      Cioè l’Universalismo del ’48 ha FONDAMENTO OPPOSTO del MONDIALISMO (neo)LIBERALE tanto di Churchill, che di Spinelli che, ovviamente, di Kelergi.

      Il liberale, come il federalista, sono per “la democrazia governata” non per la democrazia “governante”: un movimento politico non può accogliere entrambe le istanze: queste NON sono complementari. Sono SUPPLEMENTARI, sono in ANTITESI.

      Devi aver coraggio di fare una scelta: o da una parte o dall’altra.

      Inutile suggerirti da che parte giocano la Merkel e Draghi… è il tuo percorso.

      E queste sono considerazioni a carattere epistemico, non di per sé un giudizione etico sulle “intenzioni” di chi più o meno crede di professare gli stessi “valori”.

      Il “buon senso” senza cultura, è “controllo” senza “potenza”, ovvero è “gestione del dissenso”.

      Mo la pianto qua perché ho visto la squadra di calcio del Velletri piuttosto inquieta e livorosa…. (anche se ho notato che hanno ascoltato il mio consiglio di rinunciare alla prosa impiegatizia in favore di una scrittura un po’ più sgrammaticata e di pancia. C’è comunque ancora tanto da lavorare).

      • il Moralista scrive:

        Chi ha detto che per libertà economiche intendo “liberismo”? Non ti sembra scorretto elaborare un ragionamento partendo da una base di partenza supposta e falsa? Potresti spiegarmi con precisione quali elementi di fatto ti inducono a negare che le democrazie parlamentari sono storicamente sorte in contesti favorevoli alla libera iniziativa privata? Ti risulta che Keynes, evidentemente apprezzato da entrambi, fosse iscritto al “liberal party”? Era un forse, precursore di Scajola, una specie di “liberale” a sua insaputa? Per il resto apprezzo quanto te lo spirito e la ratio degli articoli della nostra Costituzione da te richiamati, trovandoli coerenti con la mia visione della società e del mondo.

      • Gio scrive:

        Appurato che il Moralista non equipara affatto “liberismo” e “libertà economica”, la questione che Junius propone è, in sintesi, l’incompatibilità strutturale e valoriale tra federalismo, quale forma di Stato, e politiche Keynesiane.
        Ricordando che le politiche economiche di stampo Keynesiano sono funzionali alla difesa dei diritti sociali.

        A)Essendo la forma di stato federale quella propugnata dal MR per la futura govenance libera e democratica dell’Europa potresti, Junius, spiegare ancora la ratio che sottende l’equazione federalismo = liberismo, possibilmente apportando alle tue delucidazioni esempi pratici? In che modo la struttura organizzativa di uno stato federale influisce e determina l’indirizzo della politica economica?

        B) E’ possibile contrastare gli effetti nefasti della sussidiarietà eliminando i vincoli di bilancio, i tetti di spesa per le politiche sociali e via discorrendo?

        Assolutamente condivisibile l’interpretazione dell’art.11 Cost. Che poi la lettera di tale articolo è talmente chiara che nemmeno occorre scomodare l’interpretazione autentica dei padri costituenti.
        la Repubblica consente semplicemente le limitazioni e giammai le invocate ed attuate cessioni.
        Esempio:eliminare le barriere doganali costituisce una mera limitazione. Far gestire le barriere doganali ad un ordinamento straniero (leggi ordinamento dell’UE) comporterebbe invece una cessione.

        Invece, in merito all’ illegittimità costituzionale del pareggio di bilancio un ulteriore argomento a supporto di questa tesi è dato dall’art. 47 Cost.

        “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.
        Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.”

        Se il risparmio consiste in quella parte di reddito non utilizzata ed accantonata dal cittadino ne deriva automaticamente che il risparmio stesso è il frutto di una politica di deficit dello Stato che non può recuperare tutto attraverso la tassazione altrimenti il risparmio sarebbe impossibile e verrebbe a mancare l’oggetto della tutela costituzionale.

    5. Junius scrive:

      Moralista… ma infatti io lo metto per via ipotetica rispetto al tuo assunto, e lo faccio perché ho evidentemente il sospetto che questo non sia chiaro. Ho avuto una recente scambio con l’utente Gio poco tempo fa su questo tema.

      Quindi niente di scorretto.

      Innanzitutto dai per scontata l’esistenza di “democrazie parlamentari” quando molti liberali avevano il buon gusto, almeno, di non chiamarle “democrazie”: visto che lo schiavismo moderno, dato il progresso culturale, è molto più inaccettabile nell’età moderna che al tempo dei Greci.

      È evidente che il liberalismo, espressione ideologica della nuova classe mercantile e finanziaria, presupponosse l’universale principio libertario della “libertà d’intrapresa”, in quanto naturale espressione dei diritti individuali tipica dei vari movimenti di pensieri, anche contrapposti, dell’età dei lumi. È difficile “liberare” il mercato dallo Stato democratico quando non ammetti almeno la libera iniziativa privata.

      È una banalità: non riesci a cogliere l’obiezione proprio perché non pare tu colga l’inseparabilità tra ideologia liberale e “liberismo”.

      Come giustamente intuisci, il liberismo economico (parlando di laissaze-faire) nega, nelle sue estreme conseguenze, la libertà economica stessa.

      Come scriveva lo stesso Spinelli, “le piccole e medie imprese erano inefficienti e da spazzare via in favore della grande impresa”: è evidente che la concentrazione di capitale tipica degli oligopoli (che ovviamente lui negava essendo una neoclassico marshalliano e NON un keynesiano) soffoca la libera iniziativa privata di chi il CAPITALE di partenza NON LO HA (come chi generalmente lo acquisisce per eredità): ti pare che in quelle che tu definisci “democrazie liberali” gli operai e i contadini – ovvero gran parte del demos – potessero andare in banca e chiedere un prestito per un “libera attività d’impresa”? Ti sembra normale quello che sostieni?

      La libera iniziativa privata è SEMPRE e SOLO quella della CLASSE DOMINANTE: e il liberismo serve per perpetuarla a danno delle classi subalterne.

      Queste cose sono BANALI per i VERI KEYNESIANI.

      Keynes (per chi lo ha letto, ovviamente…) era certamente un liberale: ma lui stesso, nella Teoria Generale ammette che “non capisce” come mai abbia sempre dato per scontato come fosse bello e ottimo il “laissaze-faire-free-trade” quando, con un po’ di onestà intellettuale era evidente che la teoria classica avesse premesse epistemologiche e logico-consequenziali assolutamente infondate.

      Keynes è lui stesso “parte della sovrastruttura per cui fornisce gli strumenti epistemici per distruggela”: egli opera “dall’interno”, è parte della “educated bourgeoisie”, e dimostra di essere un’intelligenza e un’umanità fuori dal comune.

      Il fatto di militare nel Liberal Party (che non dà assolutamente per scontato! Leggersi “Am I liberal?”) È UNA SCELTA DI CARATTERE PARTITICO, una selta di carattere POLITICA non assolutamente di carattere IDEOLOGICO.

      Probabilmente, in quel contesto storico-geografico, (conoscendo poi il rapporto tra Fabian Society e laburismo…), avrei fatto lo stesso: cazzo, alle ultime elezioni ho votato Borghi!

      I beoti non sono i “liberali sociali” inglesi (socioliberali), che da “destra” gettano le basi per arrivare a “sinistra”: i beoti sono i “socialisti liberali” (liberalsocialisti) che da “sinistra” aprono le “backdoor” per restaurare la “destra”…

      Ma queste son “finezze” che deliziano gli intenditori.

      Che abbracciamo (almeno io e te, visto che ho la certezza che molti altri che ci lurkano livorosi, giochino sull’altra sponda) gli stessi Valori ci è noto dall’inizio.

      Ma rifletti bene sul contributo che cerco di dare dall’inizio:

      tra il “dire” (la “forma”) e il “fare” (la “sostanza”), c’è di mezzo il “come”: ovvero l’episteme (e, di conseguenza, la techne).

      Concentrati, per piacere, su questo concetto: l’EPISTEME NON È UN’OPINIONE.

      Così è se vi pare.

      Ma anche se non vi pare.

      • il Moralista scrive:

        Forse non ho ben formulato le domande e, quindi, le ripeto.
        1)Ti risulta che la democrazia parlamentare, la divisione dei poteri, la nascita della pubblica opinione e della libertà di stampa, si accompagnino storicamente nel mondo occidentale al superamento delle economie curtensi e feudali in voga prima delle rivoluzioni illuministiche?
        2)Ti risulta la circostanza che individua proprio in tale sorgente di civiltà e di progresso la scintilla che determina la creazione in Occidente, e non altrove, di società libere, aperte, opulenti e interclassiste ora minacciate da un manipolo di neoaristocratici di ritorno?

        Ps. Gradito un evangelico “si” o “no” in risposta, perlomeno quale preliminare per la successiva fioritura di colti e apprezzati riferimenti storiografici, filosofici e macroeconomici.

        • Junius scrive:

          Sono stufo: non leggi, non capisci, e continui a riproporre banalità ideologiche e superficiali.

          a) No. Non mi risulta come non risulta a nessuno che studi con serietà queste questioni: il parlamentarismo (non le “democrazie parlamentari”… almeno che non dividi come gli eugenetisti i cittadini “demos” dai lavoratori “zotici asserviti”) e la divisione dei poteri, l’informazione, l’opinione pubblica e i diritti di voto PER CENSO, sono figli di uno storico processo culturale che trova massima espressione durante l’Illuminismo.

          Le “rivoluzioni illuministiche” non esistono: almeno che non ci mettiamo a credere a tutte le puttanate che racconta la TV.
          Se vuoi credere alla “rivoluzioni” inglesi, francesi e americane come figlie della “cultura illuminista” fallo. Anch’io credevo a Babbo Natale. Un conto è il progresso culturale che “tempera” la ruvidezza della Storia, un conto è la Storia del conflitto tra gruppi e classi.

          Se non riconsci un golpe o una guerra coloniale da una “rivoluzione illuministica” (?) sono affari tuoi. Le fiabe sono confortevoli.

          La tua esperienza di “democrazia” è figlia del “socialismo” e della contrapposizione tra blocchi imperialistici: almeno che tu non sia “figlio di papà” che da secoli esercitava le libere professioni. Se sei storicamente un “borghese” o magari un “plutocrate”, allora ti godi la “democrazia” da un bel po’. (I nobili, invece, godono e basta da sempre…).

          b) No. Innanzitutto l’opulenza è stato qualcosa di moderno e riservato a pochi: l’interclassismo è un concetto che non ha senso se non per far credere che non esista “il conflitto di classe”: che non ci può non essere, come ricordava ai pisquani Warren Buffett recentemente. Ridendo, visto che è stata la sua di classe a vincere. Tu continua a credere alla lotta fra “bene” e “male” come nei film hollywoodiani o nei cartoni animati giapponesi…

          Nelle democrazie costituzionali non si parla di “interclassismo”: si parla di PLURICLASSISMO.

          Comunque, non solo ti ho già risposto a queste domande nei post precedenti, ma ho anche risposto a molte altre domande che sarebbero già dovute sorgerti e a cui troverai, sempre negli stessi post, ulteriori risposte.

          Quello che mi fa più incazzare è che non hai riflettuto su nulla.

          Magari ci risentiamo tra qualche mese, oramai i semi son gettati: una parte del seme sarà caduto lungo la strada; e gli uccelli lo avranno mangiato. Altri saranno caduti in un suolo roccioso dove non avranno avuto molta terra; e subito saranno spuntati, perché non avevano terreno profondo; ma quando il sole si sarà levato, saranno stati bruciati; e, non avendo radice, saranno inariditi. Altri saranno caduti fra le spine; le spine saranno cresciute e li avrà soffocati, ed essi non avranno dato frutti. Altre parti saranno cadute nella terra buona; porteranno frutti, che verranno su e cresceranno, e giungeranno a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno.

          Evangelicamente.

          • il Moralista scrive:

            Quindi, al netto di qualche trascurabile isterismo, tu sostieni che: “la divisione dei poteri, l’informazione, l’opinione pubblica e i diritti di voto PER CENSO, sono figli di uno storico processo culturale che trova massima espressione durante l’Illuminismo“. E come la trova questa massima espressione? Per caso, per opera dello spirito Santo o per ragioni imperscrutabili che solo uno studioso del tuo calibro può intuire ma non fotografare? Oggi ho imparato che “le rivoluzioni illuministiche non esistono e ho appreso pure che di queste rivoluzioni illuministiche ne parla spesso la Tv, magari tra un Grande Fratello e l’Isola dei Famosi“. Interessante, su queste scoperte mediterò con la dovuta attenzione al circolo “Warren Buffet” che frequento da anni con costrutto. Ho imparato pure che non esiste l’interclassismo ma il “pluriclassismo”, così come infatti non esiste “l’interpregiudicato” ma il “pluripregiducato”. E anche su questo è davvero difficile darti torto. Ho scoperto infine che nel mondo occidentale l’opulenza è stata riservata a pochi, mentre altrove, dove il caso non volle che si incontrassero Rivoluzione ed Illuminismo con l’obiettivo di far credere agli incolti che tali fenomeni fossero legati da qualche nesso strutturale, l’opulenza è notoriamente di casa. Ora mi è tutto più chiaro. Grazie. Beati gli invitati alla cena del Signore. Sempre evangelicamente parlando s’intende…

            Saluti cordiali e dimessi

          • Gio scrive:

            Junius ed il Moralastia, siete capaci di “litigare” anche dicendo le stesse cose! Fantastico.. :)

        • Gio scrive:

          Da tutto questo la necessaria e sacrosanta difesa liberale della proprietà privata e della libera intrapresa necessarie per il piccolo commerciante (ad es) Ma che sono (anche) funzionali e utilizzate come strumento (viatico) dal grande capitale “legittimando” il suo operato che inevitabilmente conduce a dilaniare il tessuto sociale di una comunità statuale

      • Gio scrive:

        Cito:”Come giustamente intuisci, il liberismo economico (parlando di laissaze-faire) nega, nelle sue estreme conseguenze, la libertà economica stessa.”

        E mi permetto di evidenziare quello che nei fatti accade sotto gli occhi di tutti a sostegno di quanto dice Junius e a cosa (a parer mio) lui si riferisce in pratica, banalizzando (mica tanto) ed in estrema sintesi e a titolo di esempio:

        -Il proliferare dei grossi centri commerciali a scapito dei piccoli commercianti al dettaglio impossibilitati dal competere con tali colossi: crisi, chiusura, fame.

        -il proliferare dei grandi studi con annessa inculata per i singoli liberi professionisti costretti spesso alla fame (anche dalla mancata solvenza dei clienti stremati dalla crisi)

        - In campo sanitario, l’inevitabile deflagrazione della rete dei piccoli laboratori e centri di analisi (che sfamano famiglie di piccoli imprenditori e lavoratori del settore) costretti a chiudere o ad accorparsi in consorzi (vedi recenti disposizioni regionali in tutta Italia) perchè le prestazioni sono sotto-soglia causa l’impossibilità di competere con le grosse strutture.
        ecc ecc…

        E’ il liberismo bellezza!?!?

      • Gio scrive:

        Da tutto questo la necessaria e sacrosanta difesa liberale della proprietà privata e della libera intrapresa necessarie per il piccolo commerciante (ad es) Ma che sono (anche) funzionali e utilizzate come strumento (viatico) dal grande capitale “legittimando” il suo operato che inevitabilmente conduce a dilaniare il tessuto sociale di una comunità statuale

    Commenta a Giuseppe


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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

    • Cos’è il moralista

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