untitled“Panta rhei!”, “tutto scorre”, spiegava il filosofo presocratico Eraclito, ideatore di una cosmologia dove l’armonia complessiva è il risultato del continuo alternarsi di elementi in perenne “conflitto” fra di loro (giorno e notte, caldo e freddo, ecc.). Tutto scorre non solo nel mondo esterno che ci ospita, ma anche all’interno del nostro Io, luogo metafisico non meno complicato ed esteso del primo. Chi di voi mantiene sempre lo stesso giudizio sulle cose e sugli uomini senza mai subire la tentazione di modificare i propri convincimenti? Nessuno, ovviamente. La crescita, l’esperienza e la riflessione suscitano all’interno della nostra mente gli stessi effetti che le lenti producono sui nostri occhi: ci aiutano cioè a vedere la realtà per quello che essa effettivamente è. “Quid est veritas?”, chiedeva però uno scettico Pilato al cospetto del Cristo? E’ una realtà oggettiva conoscibile dall’Uomo per mezzo dell’intelletto? E’ al contrario una pia illusione deturpata dalla fallibilità dei sensi? O trattasi, magari, di concetto soggettivo e aleatorio manipolabile ad uso e consumo di gruppi o individui? Intorno a questi brevi interrogativi si sono sviluppati secoli di pensiero filosofico, fiumi di inchiostro e vite dedicate allo studio. Non sarò certo io, che “so di non sapere”, a dissipare simili questioni, limitandomi a fornire un piccolo e forse insignificante contributo al dibattito sulla base di ciò che in passato ho avuto la fortuna di osservare e di studiare. Non aveva torto Pilato nel chiedere “cosa è la verità”?,  non capita infatti tutti i giorni di incontrare il Messia, e per un uomo come Pilato- abituato a vivere di politica e lotte di potere- era pressoché impossibile cogliere il significato di una tanto ambiziosa prospettiva. Sulla Terra, nel mondo degli uomini in carne ed ossa, la verità è poco più che il racconto prevalente imposto con la forza dai vincitori. Ogni potere, per essere davvero perverso e totalitario, deve essere legittimo; deve avere cioè la forza di ammantare di nobiltà azioni e condotte altrimenti meritevoli di corale biasimo e disapprovazione. Esempio. La stessa bomba, in grado di fare lo stesso numero di morti innocenti, diventa strumento di “terroristi senza scrupoli” se usata da chi opera senza l’ombrello della “legittimità formale”, trasfigurandosi in “azione umanitaria” se sganciata invece da chi uccide confortato da una parvenza di legittimità. La bomba uccide uguale in entrambi i casi, ma la percezione che la massa metabolizza rispetto a due azioni sostanzialmente identiche è invece diversissima. Se chiedessimo ad un campione di cittadini presi a caso: “chi è stato più sanguinario Tony Blair o Saddam Hussein?”, “Sarkozy o Gheddafi?”, sono certo che la maggioranza dei cittadini occidentali risponderebbe senza dubbio “Saddam” e “Gheddafi”, scambiando la domanda per mera provocazione. Una valutazione razionale e fredda sul numero di morti causati, direttamente o indirettamente, dalle scelte di Blair o Sarkozy dimostrerebbe invece facilmente il contrario. Torniamo ora alla domanda principale: “Cosa è la verità”? Poco più che la rappresentazione prevalente fornita da chi gestisce in termini plurali il monopolio della forza legittima.  Se la verità è rappresentazione, e la rappresentazione cammina notoriamente sulle gambe di una ben recitata suggestione, bisogna allora considerare la conquista del potere politico, ad ogni livello, esclusivo appannaggio di una ristretta categoria di imbonitori che mentono sapendo di mentire. Si tratta di un sillogismo che, una volta accettato in maniera acritica, conduce purtroppo al più nero pessimismo. Se da un punto di vista “epistemologico” la teoria appena esposta è convincente (“la verità che conduce al potere si nutre di rappresentazione, e la rappresentazione cammina sempre sulle gambe di una ben recitata suggestione”), dal punto di vista “teleologico” le cose cambiano: la creazione di una suggestione pensata per la conquista del potere in sé non inficia in radice la possibilità di utilizzare quello stesso  potere per realizzare obiettivi  nobili, autentici e degni di lode. Non è quindi tanto sull’analisi del “metodo” che il buon commentatore dovrebbe concentrare i propri sforzi, quanto sulla efficacia e sulla coerenza dell’azione. Certo, poi esistono casi limite dove la stravaganza e l’inverosimiglianza del “racconto in sé” promosso da alcuni aspiranti politicanti in cerca di autore finisce con il rendere superfluo ed improbabile qualsiasi ragionamento successivo. Ma questa è un’altra storia che merita di essere trattata a parte (continua).

    Francesco Maria Toscano

    3/11/2015

    Categorie: Editoriale

    2 Commenti

    1. Giggino Ciurmaglia scrive:

      Ottimo articolo Francesco che sarebbe stato piu’ prezioso senza l’elogio a Pilato…la farina del proprio mulino è sempre la migliore ;)
      Ora caro Toscano ti devi concentrare sul trattare il problema delle sette e del santonismo non dal punto di vista filosofico-religioso-pilatesco-teorico ma dal punto di vista politico-operativo in poche parole di alterazione del quadro sociale per fini puramente politici a mezzo di “psicologia settaria”.
      Cosa è la leadership,cosa è il funzionamento emotivo di gruppo, cosa è la teoria generale dei sistemi e i sistemi come difese dalla’ansia?
      Quando scioglierai questi nodi di indagine ti renderai conto come la politica è cambiata da un pezzo e come la stessa peschi “materiale tattico” in campi che con la politica nulla dovrebbero avere a che fare ;)
      …se no hai voglia a vede’ primavere arabe in giro per il mondo,virus evola e bubboni crowleyani nonche depensamenti entomomassonici vari.
      E’ questa metamorfosi della politica il vero nazismo tecnocratico non quello che pensi tu…

    2. Vernadsky scrive:

      Ora, per l’azione, ovvero per la *prassi*, sono necessarie tre premesse distribuite nel tempo vitale: l’ethos, ovvero i valori fondamentali su cui si fonda l’etica, la coscienza critica, ovvero l’uso del logos espresso nella forma di *episteme* e *techne*, e gli ideali, intesi come obiettivo “escatologico” dell’esperienza materiale e spirituale.

      Queste sono il passato, il presente e il futuro dell’anima: il pathos è l’energia vitale stessa.

      La Libertà, ovvero il libero arbitrio, è la precisa volontà di dar forma a questo “tempo vitale”, a questo percorso.

      Il presente in divenire subisce gli inganni dei sensi: ciò non elimina l’imperativo morale per cui non ci può essere coscienza critica che non sia supportata da adeguata *episteme*. Così come non ci può essere prassi che non sia resa efficace da una certa techne, espressione di quella stessa episteme.

      Il pathos è il propulsore degli slanci ideali: ma è il logos – tramite l’episteme e la techne – a permettere che la prassi sia tanto coerente con le premesse etiche quanto con gli obiettivi ideali.

      L’unica verità concessa all’Uomo, è la verità scientifica.

      In questo, Pilato aveva ragione: chiunque spacci Verità indimostrabili, è e rimarrà, un Santone. Chiunque promuova Verità spirituali… non lo farà a parole.

      Bisogna studiare faticosamente: chi non lo fa, e nonostante tutto procede all’azione, mostra lo squilibrio spirituale della falsa coscienza. Lavora e opera per chi si oppone agli stessi ideali che egli stesso, tracotante, dichiara pubblicamente di professare.

      Se l’ideale fosse un fiore, sarebbe proprio l’episteme a sostenerlo.

      Un democratico, oltretutto, permea la propria azione con la compassione:

      http://www.maurizioblondet.it/preghiamo-per-la-russia-di-nuovo-sul-calvario/

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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