TRUMPL’inaspettata vittoria del presidente Trump aveva fatto credere a molti di noi che il mondo era per davvero cambiato. Hillary Clinton, personificazione dell’arroganza delle presunte élite massonico-globaliste, aveva perso contro un outsider, osteggiato perfino dentro il suo stesso partito. In un mondo orwelliano, dove il male è bene e il bene è male, Trump era riuscito a vincere con le armi del buonsenso, parlando ai lavoratori impoveriti, al ceto medio sotto attacco, ai giovani sacrificati nel nome di un modello di sviluppo alienante e infame che arricchisce i già ricchi e colpevolizza i tanti poveri. Anche in politica estera Trump sembrava voler segnare una netta discontinuità con il passato ipocrita e bellicista dei suoi predecessori, a partire da Barack Obama, premio nobel per la Pace segretamente colluso con le milizie dei tagliagole agli ordini del califfo Abu Bakr Al Baghdadi. In campagna elettorale Trump aveva osato l’inosabile, spiegando senza tanti giri di parole che dietro gli attentati dell’11 settembre c’erano i sauditi, in combutta con George Bush junior, Donald Rumsfeld e Dick Cheney aggiungiamo noi, animatori di un famigerato think tank- il “Pnac”- che auspicava da tempo il consumarsi sul suolo americano di una nuova “Pearl Harbor” (propedeutica all’avvio di nuove guerre “per la libertà” naturalmente). Il personaggio di Bin Laden, peraltro creato dalla Cia su invito di Zbigniew Brzeziski al tempo della guerra fra i sovietici e gli afghani (operazione Cyclone), venne usato come spaventapasseri, “mostro” di comodo buono per legittimare agli occhi di una opinione pubblica mondiale manipolata la necessità di invadere Paesi che, come l’Afghanistan del mullah Omar o l’Iraq di Saddam Hussein, con l’attacco alle Torri gemelle non c’entravano assolutamente nulla. I Paesi che traggono oggettivamente il maggior beneficio dal dilagare del terrorismo islamico sono essenzialmente due: l’Arabia Saudita e Israele, storici alleati degli Stati Uniti d’America. Questa ovvietà va metabolizzata alla luce di alcune evidenze. In primo luogo, come dichiara apertamente la cosiddetta “dottrina Wolfowitz”, l’unico modo per garantire la sicurezza di Israele nell’area consiste nel costringere tutte le nazioni arabe circostanti a vivere in una perenne condizione di guerra e di insicurezza. E chi, meglio dell’Isis, può contribuire alla destabilizzazione di nazioni sovrane, magari di ispirazione laica e socialista, potenzialmente nemiche dello stato di Israele? Ecco spiegato  a cosa serve (o meglio “serviva”, prima dell’arrivo dei russi) l’Isis. In secondo luogo bisogna considerare la storica rivalità sussistente fra il mondo sunnita- inquinato dalla forte presenza del wahabismo radicale finanziato dalla dinastia reale saudita- e il mondo sciita che si riconosce nella leadership dell’Iran degli ayatollah. Tutta la stampa occidentale, influenzata dall’opera luciferina e sapiente dell’agenzia di informazione giornalistica controllata da Rita Kutz, tende a demonizzare l’Iran e ad assolvere l’Arabia Saudita per ragioni strumentali che fanno a pugni con la verità. Il regime saudita è infatti mille volte più barbaro e oscurantista di quello persiano. Ma l’occidente ipocrita di oggi primeggia nella pratica attuazione di una massima del grande giurista Calamandrei che spiegava come, in genere, “le leggi con gli amici si interpretano e con i nemici si applicano”. Alla luce di questo lungo preambolo non si può non denunciare come sbagliata e antistorica la posizione anti-iraniana appena assunta dal presidente Trump, tristemente “normalizzato” dal “deep state” a stelle e strisce. Dopo l’allontanamento del generale Flynn e dell’ideologo Steve Bannon, Trump si ritrova ora alla Casa Bianca attorniato da una serie di falchi neo-con che ne dettano l’agenda. Il presidente della “discontinuità” rischia così di diventare l’ennesimo pappagallo ammaestrato nelle mani di un establishment che non può essere scalfito per mezzo di “democratiche elezioni”, sempre più simili ad un teatro dei burattini dove si concede per un attimo agli idioti che compongono quella massa indistinta chiamata “popolo” l’impressione di contare per un giorno. Che dite, la “plebaglia” si accorgerà mai di essere continuamente al centro di un raggiro? E, nel caso, una volta preso atto di ciò, che farà? La politica del futuro gira intorno a questi due semplici interrogativi.

    N.B. A Marzo, pubblicato dal “gruppo editoriale Uno”, uscirà il mio prossimo libro

    Francesco Maria Toscano

    15/10/2017

    Categorie: Esteri

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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