RussiaUn bel libro scritto da Alain De Benoist, “Populismo. La fine della destra e della sinistra” (Arianna editrice), analizza in maniera molto interessante le tecniche che il sistema di potere dominante utilizza per demonizzare il legittimo dissenso. Da un po’ di tempo a questa parte, chiunque provi a difendere le ragioni dei deboli e degli sfruttati viene in automatico accusato di essere un “populista”. Per le élite assassine il “populista” è quello che parla alla “pancia” del paese, che fa promesse irrealizzabili per attirare un consenso facile destinato poi a trasformarsi in delusione. Il “populista” è quindi per antonomasia un “irresponsabile”, perché indica alle masse una illusoria possibilità di riscatto, anziché contribuire a rafforzate una retorica pubblica che induce subdolamente gli ultimi ad accettare con animo mansueto un inevitabile destino fatto di stenti e servitù imposto dai fantomatici “mercati finanziari”. Il “populista” inoltre tende a rifiutare una visione “deterministica” della storia che presenta la globalizzazione alla stregua di non contrastabile accadimento naturale, invitando al contrario i singoli cittadini ad impegnarsi per provare ad invertire un ordine delle cose che, lungi dal rappresentare la proiezione di un imperscrutabile e necessitato volere divino, è solo il risultato del capriccio e della avidità di una sparuta minoranza di usurai che cavalca con profitto e cinismo le ataviche e superstiziose paure della gente. Per queste ragioni, al giorno d’oggi, le persone per bene hanno l’obbligo di rivendicare con orgoglio la patente di “populista”, anche al fine di costruire un riconoscibile e maggioritario polo di contrasto che getti sabbia negli oliati e malefici ingranaggi costruiti con sapienza nel tempo dai signori del mondialismo infame. E qui siamo arrivati al punto. In che modo una minoranza indegna è riuscita a mettere sotto scacco popoli interi? Io credo che ad una simile domanda sia corretto rispondere “uccidendone la coscienza di classe”, spargendo cioè con successo e a piene mani il veleno dell’individualismo (ricordate cosa diceva la Thatcher? “La società non esiste, esistono solo gli individui”), che toglie dalla mente di tutti e di ciascuno la consapevolezza di vivere dentro una identica “comunità di destino”. Due giovani precari che competono per assicurarsi l’unico posto di lavoro messo a disposizione dal “sistema” non potranno mai sviluppare un reciproco sentimento di solidarietà. Mentre un milione di giovani precari in grado di combattere come un sol uomo per costringere il “sistema” a realizzare un modello di sviluppo che renda obbligatoria la “piena occupazione dignitosamente retribuita” potrebbero potenzialmente ribaltare il tavolo. La fine delle ideologie ha reso tutto più complicato. Perché senza il mastice dell’idea è pressoché impossibile trasformare tante disarticolate individualità in una possente, unica e coordinata forza di popolo. La crisi dei partiti e quella dei sindacati hanno poi fatto il resto. Anche la distinzione fra “destra” e “sinistra”, come spiega efficacemente nel libro prima citato Alain De Benioist, è oramai mistificante, dal momento che da decenni la “destra del denaro” e la “sinistra del costume”  costituiscono di fatto un blocco unico posto a difesa dell’ingiustizia e del privilegio (utile in tal senso la lettura delle lucide analisi di Jean-Claude Michèa), monolitico cartello che  fa argine insieme a viso contro i cosiddetti “populismi”. Ma siccome notoriamente “il diavolo fa le pentole ma non fa i coperchi”, l’ansia di demonizzazione del circuito informativo mainstream potrebbe alla lunga involontariamente aiutarci a ricostruire una area del dissenso proprio nella misura in cui saremo capaci di riconoscerci con fierezza dentro le categorie che i banditi ora al comando, al contrario, ci affibbiano con l’intento di insultarci. Per cui  non resta che concludere parafrasando un famoso e  perentorio invito: “Populisti di tutto il mondo unitevi!”.

    N.B. A Marzo, pubblicato dal “gruppo editoriale Uno”, uscirà il mio prossimo libro

    Francesco Maria Toscano

    21/10/2017

    Categorie: Editoriale

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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