MancinoIn questi giorni in Calabria si è aperto un dibattito sulla bontà dell’istituto che prevede lo scioglimento dei Consigli comunali per sospette infiltrazioni mafiose, disciplina introdotta in Italia nel 1991. Ben cinquantuno sindaci della provincia di Reggio Calabria hanno scritto al ministro Minniti per denunciare il “pesante clima di sospetti che condiziona l’operato dei diversi primi cittadini, presidio indispensabile a difesa della tenuta della democrazia”. Da quando Minniti è approdato al Viminale, infatti, abbiamo assistito ad una vera e propria escalation di “scioglimenti” che hanno colpito anche centri molto importanti e popolosi. Dico subito che non sono fra quelli che tendono ad assolvere in automatico la classe dirigente locale calabrese, spesso chiaramente espressione di una certa borghesia che ha negli anni assorbito “modelli” e “prassi” figli come minimo di una spaventosa arretratezza culturale. Ma non è questo il punto che voglio approfondire oggi, anche perché riconoscere la plausibilità circa la sussistenza di possibili ingerenze che condizionano- in un modo o nell’altro- la vita amministrativa di centri urbani ad alta densità mafiosa rappresenta una ovvietà cristallina che nessun uomo dotato di senno e buona fede può astrattamente negare. Diversamente ha un senso valutare altri aspetti, che riguardano sia la qualità della procedura e della efficacia di uno strumento che dovrebbe in teoria “bonificare” gli enti locali, tramite l’invio in loco di appositi “commissari prefettizi” che sostituiscono in genere gli organi elettivi “a burocrazia invariata”; sia il profilo storico del nostro Ministero dell’Interno, la cui condotte non sempre cristalline legittimano comprensibili, fondate e diffuse diffidenze. Per quanto concerne la “procedura” che sottende la disciplina dello scioglimento ho notato, con un certo rammarico, che è tristemente  identica a quella già in voga nella Ceka di Feliks Dzerzinskij, polizia politica sovietica nata all’indomani della rivoluzione bolscevica con il compito di “liquidare” i residui fuochi “reazionari”. Scrive infatti Antonio Carioti curatore del libro “1917, ottobre rosso, la rivoluzione russa, i fatti, i protagonisti, il mito”: “L’idea di costruire una polizia politica democratica…non fu mai nemmeno elaborata…Basterà ricordare che le istruttorie erano condotte, di solito, nel più assoluto isolamento, senza prevedere neppure il diritto alla difesa; che le sentenze erano spesso pronunciate senza nemmeno avere ascoltato l’accusato…”. Anche gli scioglimenti odierni avvengono all’interno di un processo “solipsistico” che non riconosce né il diritto di difesa né la pubblicità di atti che rimangono “secretati” a tempo indeterminato. Certo, a differenza di ciò che accadeva al tempo di Berija, le persone che ai giorni nostri finiscono “riservatamente” nel mirino della polizia politica di sicuro non scompaiono (per ora) nel nulla. E, converrete con me, non si tratta di una differenza di poco conto. Inoltre è impossibile non considerare come l’invio delle “commissioni prefettizie”, che sostano in genere nei Comuni sciolti per un periodo di due anni, raramente centri l’obiettivo del “risanamento ambientale”. Anche perché sciolti gli organi elettivi rimangono in carica quelli burocratici che- in mancanza della politica- vedono giocoforza aumentare a dismisura il loro potere di influenzare e di orientare le decisioni di Enti formalmente guidati da funzionari dello Stato che- non conoscendo il territorio- sono costretti a “delegare”. E’ inutile ricordare come proprio le diverse burocrazie locali siano recentemente finite nel mirino di molti importanti magistrati antimafia. Questo spiega perché spesso la “mannaia dello scioglimento” non determini sovente nessuna vera discontinuità fattuale, rimanendo le responsabilità di gestione sempre in capo ai soliti “inamovibili” dirigenti. C’è infine un problema di “opportunità” che dovrebbe indurre tutti noi a chiederci se sia prudente affidare al Ministero dell’Interno un potere discrezionale così delicato e persuasivo. Da Portella della Ginestra in avanti, passando per Scalfaro, Mancino, Scajola, Napolitano e compagnia- non sempre il Viminale ha brillato per trasparenza, e molti ministri sono finiti nel tempo perfino indagati in importanti processi che teorizzano ipotesi collusive fra mafia e istituzioni. “Quies custodet custodies?” sintetizzerebbe Giovenale. Per non parlare dell’operato di alcuni “superprefetti” in quota Sisde che, sul modello di Arnaldo La Barbera, risultano ancora oggi “molto discussi” per usare un eufemismo. Ecco, come è evidente gli aspetti meritevoli di essere analizzati per mezzo di un sano, libero e profondo dibattito non mancano. Nel frattempo, credo sia meglio potenziare gli strumenti in capo alle DDA articolate sul territorio nazionale- che si avvalgono dei servigi di una polizia giudiziaria indipendente dal potere politico- anziché continuare a confidare nella presunte capacità “palingenetiche” degli uffici guidati dal Ministero dell’Interno.

    Francesco Maria Toscano

    4/12/2017

     

     

    Categorie: Attualità, Italia

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