PutinL’isteria antirussa che ammorba l’Occidente ha oramai raggiunto livelli degni del peggiore periodo maccartista. Sfruttando l’emozione derivante dall’avvelenamento di una spia doppiogiochista russa il governo inglese ha imbastito una “caccia alle streghe” senza precedenti, trascinando in questa lucida follia gran parte dei Paesi facenti parte dalla cosiddetta “alleanza atlantica”, divenuta chiaramente una “gabbia di matti”. Anche il grigio e pavido Gentiloni non ha perso l’occasione per mostrare al mondo di essere capace di sferrare il famoso “calcio dell’asino”, espellendo due non meglio identificati “funzionari russi” probabilmente estratti a sorte. Il Corriere della Sera di oggi, voce padronale per eccellenza, ipotizza l’esistenza di un patto dissimulato fra lo stesso governo italiano e i vertici della diplomazia russa in Italia, volto a recitare l’espulsione fintamente coattiva di  funzionari russi che in realtà se ne stavano tornando pacificamente a casa per conto loro perché giunti alla fine naturale del mandato. Se anche fosse, anziché gloriarsi di tanta apparente furbizia, il governo italiano dovrebbe vergognarsi doppiamente. Tralascio di entrare nel merito di una questione che nessun uomo dotato di un minimo di raziocinio può prendere effettivamente sul serio. Credere che Putin abbia ordinato l’omicidio con il gas nervino di una vecchia spia da tempo al soldo del servizio segreto inglese è pura follia. In genere, ma questa è solo una supposizione, gli agenti dei servizi segreti propensi al tradimento vengono infine liquidati da chi- dopo averli ingrassati- non sa più che farsene. Inutile comunque cavalcare questa infinita spirale che si nutre di putride suggestioni e complottismo d’accatto. Il dato vero è un altro, e riguarda la strategia evidentemente scelta dalle élite occidentali al fine di impedire, o quantomeno ritardare, l’implosione di quel modello “atlantico” che oramai fa acqua da tutte le parti. Checché ne dicano gli studiosi a la carte alla Michele Salvati, uno che scrive di continuo lo stesso articolo da almeno dieci anni, la globalizzazione trionfante che viaggiava sulle ali del cosiddetto “universalismo occidentale” è in fase di rapido reflusso. Non solo gli immortali valori “dell’Occidente libero” non incantano più nessuno all’esterno, ma perfino al suo interno l’alleanza atlantica vede scricchiolare quella solidarietà storicamente cementata dalla comune accettazione dei dogmi tipici della “democrazia liberale”. La vittoria di Trump, la Brexit e la rapida avanzata in tutto il Vecchio Continente delle forze politiche definite indistintamente dal “mainstream” ora “sovraniste” ora “populiste” lo dimostra ampiamente. Di fronte ad una realtà incontestabile, cosa fanno le illuminate élite occidentali? Ricorrono al vecchio schema che prevede la costruzione- forzata fino al parossismo- di una presunta e inesistente minaccia esterna al fine di rinsaldare la declinante solidarietà interna, minata da decenni di soprusi consumati non solo dai governanti a scapito dei governati, ma anche dalle nazioni più forti in spregio di quelle più deboli. Il problema dei Paesi europei che vivono nella fascia mediterranea, infatti, non è la Russia di Putin ma la Germania di Merkel, violento pivot continentale che sadicamente bastona senza soluzione di continuità le classi medie e proletarie dei Paesi prima bollati come “maiali” (Piigs). Se la grottesca indagine chiamata “Russiagate” non avesse depotenziato e limitato la libertà di scelta di Donald Trump, gli Stati Uniti di oggi sarebbero probabilmente riusciti a costruire rapporti improntati al rispetto reciproco con la Russia di Putin, magari utili per placare di comune accordo la ricorrente furia distruttrice che pervade il popolo tedesco, tornato a dominare la scena europea dopo avere furbescamente sostituito il mito hitleriano della “purezza della razza” con quello merkeliano della “purezza del bilancio”. L’isteria antirussa rappresenta solo un pericoloso palliativo che non impedirà nel breve periodo il consumarsi di una necessitata resa dei conti tutta interna alla declinante civiltà occidentale, destinata ad affogare tra i flutti di un mare in tempesta, agitato dalla falsità e dall’ipocrisia che da troppo tempo la contraddistingue.

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    Francesco Maria Toscano

    27/03/2018

    Categorie: Esteri

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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