AgnelliViviamo giorni strani, caratterizzati da una paura che paralizza. Non sappiamo quanto durerà questo clima di terrore, instaurato improvvisamente da un virus capace di abbattere in un battibaleno tutte le nostre (fragili) certezze. L’Unione Europea nel frattempo ha gettato la maschera, mostrando al mondo intero la sua totale inconsistenza, mera sovrastruttura tecnocratica usata a mo’ di spaventapasseri quando serve per spaventare i gonzi, subito archiviata ora che il gioco è diventato duro per davvero. Schengen è morto, mentre Germania, Francia e tutti i principali attori continentali decidono in piena autonomia come affrontare una crisi epocale che mina dalle fondamenta le istituzioni delle principali “democrazie” (si fa per dire) occidentali. Solo l’Italia- più per un riflesso pavloviano che per convinzione in verità- guarda ancora con il cappello in mano ai burocrati di Bruxelles e Francoforte, pietendo qualche spicciolo per curare i malati. In realtà, nonostante la “cupidigia di servilismo” della nostra classe dirigente, il coronavirus ha mandato in “quarantena” anche il farlocco “mito europeista”, figlio degenere e miserabile di una globalizzazione moribonda e fallimentare che finalmente collassa su sé stessa. Viviamo un clima fatto di ansie e legittime preoccupazioni ma- come promette il libro del Siracide- “non bisogna avere paura nella tribolazione, perché è con il fuoco che si prova l’oro”. D’altronde “per rinascere bisogna prima morire fino in fondo”. E noi stiamo infatti vedendo morire giorno dopo giorno tutte le parole d’ordine che hanno accompagnato tristemente la nostra vita quotidiana negli ultimi trent’anni. A parte casi irrecuperabili, tipo Marattin, non c’è oggi infatti homo sapiens che abbia il coraggio di proporre ulteriori tagli alla sanità, libera circolazione di uomini, merci e capitali, supremazia del privato sul pubblico e via discorrendo. Quel mondo è già morto, e nessuno ne sente in vero la mancanza. Perfino il presidente Mattarella- al cui confronto Don Abbondio sembra un personaggio temerario- si è fatto venire il coraggio di criticare Christine Lagarde, nuovo capo della Bce che- in preda ad un raro impulso di sincerità- ha candidamente dichiarato che ai banchieri europei dell’emergenza sanitaria in generale- e dei problemi dell’Italia in particolare- importa meno di zero. Pure il Pd ha fatto finta di scandalizzarsi, dimostrando una volta ancora come l’establishment italiano possa farsi complice di qualsiasi pratica nefandezza,  ma non possa tollerare parole tanto crude e indegne quanto vere e autentiche come quelle veicolate da madame Lagarde. In conclusione voglio spendere due parole sui tanti “Epulone”- “filantropi” per gli amanti della neolingua- che in questi giorni fanno sfoggio di “generosità” regalando denari ai centri di eccellenza sanitaria che affrontano l’emergenza coronavirus. Non facciamoci irretire. Pur senza evocare il “non sappia la mano destra ciò che fa la sinistra” di evangelica memoria, non ci vuole una intelligenza sublime per capire che si tratta di volgari e pacchiane strumentalizzazioni politiche. Gli stessi mondi che hanno distrutto la sanità italiana per servire i dettami del neoliberismo più feroce, si lavano ora la coscienza “facendo la carità” allo Stato. Sappiano questi “signori” che uno Stato serio non accetta “la carità” di nessuno, men che meno di uomini che appartengono ad una classe di predatoria e senza un briciolo di credibilità. Come prevede la nostra Costituzione inoltre, nel caso in cui ve ne fosse effettivo bisogno, i pubblici poteri possono e devono confiscare la proprietà privata per ragioni di utilità generale. Per cui finitela con le pagliacciate. Non è più aria.

    Francesco Maria Toscano

    18/03/2020

    Categorie: Editoriale

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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