La Calabria balla sul Titanic. Oramai non si contano più gli arresti di politici eccellenti, ultimo quello odierno di Giuseppe Plutino, che evidenziano un quadro di collusione gravissimo che sorprende solo chi è in malafede. A dire il vero non c’ è neppure bisogno di sofisticate indagini di polizia giudiziaria per capire il brodo di cultura nel quale nuota gran parte della classe dirigente bruzia. Per capire quali interessi coltivino, e nell’interesse di chi, è sufficiente guardare in faccia alcuni dei consiglieri o assessori comunali e regionali. Facce lombrosiane di uomini dall’eloquio incerto e dalla cultura inesistente, perennemente impegnati nel decantare senza soluzione di continuità le lodi del capo di turno. Se poi si volesse approfondire l’analisi, senza soffermarsi soltanto sull’ambiguo dato antropometrico, al fine di individuare con ragionevole certezza i politici più spregiudicati, potrebbero venire in ausilio alcune dichiarazioni standard che il manuale del buon politico calabro insegna ai politicanti in difficoltà. Fateci caso, il più delle volte, in occasione di arresti importanti, il politico calabrese, chiamato a pronunciarsi sulla incresciosa vicenda, risponde sempre così: “Fiducia nella magistratura nella convinzione che Tizio saprà provare la sua estraneità ai fatti contestati”. Più che una banalità, questo tipo di risposta è classico nelle figure che empatizzano per ragioni di opportunità con l’arrestato di turno. Qualche mese fa, durante una puntata della trasmissione televisiva “Perfidia”, in onda su Telespazio, mi ritrovai in studio con il capogruppo del Pdl al consiglio regionale Luigi Fedele. Si parlava del caso Zappalà, il consigliere da poco arrestato per aver chiesto aiuto elettorale al boss Pelle. Mi limitai ad osservare che la politica tutta si era comportata nel caso di specie in maniera gravemente omissiva, non avendo preso in autonomia alcun provvedimento nei confronti di Zappalà, nonostante la notizia della visita a casa del boss fosse già stata pubblicata con grande evidenza da tutti i quotidiani locali. La reazione di Fedele mi stupì perché fu veemente e sproporzionata rispetto all’analisi pacata che avevo appena concluso. Non capivo perché il capogruppo pidiellino mi invitasse in maniera così accorata a non gettare sospetti generici sull’intera classe politica calabrese. A parte il fatto che sulla classe dirigente politica calabrese è più facile gettare sospetti specifici che non generici, non avevo però colto in pieno il nesso eziologico in grado di scatenare l’ira di Fedele, se non dopo aver letto in maniera approfondita l’ordinanza del processo “Infinito”. Se poi non ci volessimo accontentare, sulla strada dell’accertamento della verità, delle facce e delle dichiarazioni imbarazzate e standardizzate degli interessati di turno, una mano potrebbe venirci anche dalla lettura dei nomi dei “collaboratori politici e di struttura” scelti in genere dai nostri degni statisti per ragioni più o meno perscrutabili. Al netto pure di quelli frettolosamente allontanati in queste ore di paura. Insomma questi sono i personaggi. Certa politica può restare in vita però solo se resiste in contemporanea certa magistratura. Non è un caso che l’inizio di una azione più incisiva delle procure contro la malapolitica sia concomitante ad alcune inchieste che vedono indagati anche importanti toghe reggine. La burocrazia, poi, se possibile è pure peggio. Da segnalare la nobiltà di tanti galantuomini che infieriscono sulla morta Fallara, la quale non può difendersi, mentre stanno però attentissimi a non parlare dei vivi e potenti. Alla Fallara si contestava in vita di essersi auto liquidata somme non dovute, e per questo fu scaricata in un battibaleno. Gli ispettori ministeriali, però, hanno tempo fa scritto nero su bianco che la Fallara non era la sola ad auto liquidarsi somme illegittime ma che, ad esempio, anche l’ex city manager Franco Zoccali percepì molti soldi non dovuti. In questo caso però nessuno finora si è sentito “tradito nella fiducia”. Se infine alla cattiva politica, alla burocrazia complice e alla magistratura connivente aggiungiamo pure una spruzzatina di massoneria, che si intravede nell’inchiesta che è costata l’arresto all’imprenditore Rappoccio, il cerchio bellamente si chiude. Ma di cose serie è meglio non parlare. Acqua in bocca (sempre meglio che acido…).

    Francesco Maria Toscano

    Categorie: Editoriale, Italia, Politica

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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