Uno dei leader del movimento neofascista Casapound, tale Iannone, sulla scia della prematura e inattesa scomparsa del magistrato romano Pietro Saviotti, non è riuscito a contenere il suo entusiasmo in relazione al luttuoso evento, pubblicando sulla sua pagina Facebook alcune considerazioni che fanno a pugni con il concetto di pietas che dovrebbe indurre ogni uomo di buon senso a fermarsi di fronte al mistero della morte. Esultare in maniera belluina per la morte di qualcuno è probabilmente uno dei comportamenti che, sul piano etico e morale, più di ogni altro contribuiscono a far regredire l’umanità verso una condizione primitiva e animalesca. Ma, tutto ciò premesso, non bisogna confondere l’immoralità con l’illegalità, inserendo surrettiziamente nel nostro sistema penale elementi che finirebbero per farlo somigliare a quello di Paesi che disconoscono il concetto di Stato laico. Non è compito di uno Stato laico quello di combattere, a colpi di avvisi di garanzia, vizi, stupidità e presunte immoralità. Compito di uno Stato che sa distinguere Dio da Cesare è, al contrario, esclusivamente quello di perseguire i reati in maniera uniforme garantendo il rispetto delle leggi nei confronti di chiunque a prescindere da sesso, razza, censo e convinzioni politiche. Per questo, pur aderendo convintamente al coro di sdegno che ha accompagnato la lugubre e indegna uscita di Iannone, rimango fortemente perplesso di fronte alla notizia dell’apertura di un procedimento penale ai danni dello stesso per il supposto reato di istigazione a delinquere. La stupidità di per sé non può mai bastare per integrare nessuna tipica fattispecie di reato. Se poi volessimo correttamente allargare la visuale, ci accorgeremmo che la pretesa del diritto ad odiare, spinta fino alle estreme risultanze, non è appannaggio esclusivo di Iannone e camerati. Travaglio, ad esempio, all’indomani del ferimento di Berlusconi ad opera di Tartaglia, accusato di avere scientemente fomentato un clima di violenza, rivendicò pubblicamente il diritto di odiare uomini come l’ex premier. Molti ricorderanno inoltre come mentre l’ex presidente della Repubblica Cossiga combatteva sul finire dei suoi giorni una battaglia impari con la morte che lo avrebbe visto infine soccombere, alcuni anarchici decisero di esporre uno striscione eloquente con su scritto “Buona agonia”. Un discorso analogo può essere fatto anche per la recente morte del giornalista Giorgio Bocca che, noto in vita per alcune spigolature specie in versione antimeridionale ai limiti del razzismo, ha attirato in punto di morte molti commenti poco ortodossi. Insomma, la lista di quelli che rivendicano il loro diritto di odiare è molto lunga. Sono in genere le figure forti quelle che finiscono con il suscitare sentimenti opposti e intensi. E il magistrato Saviotti, al pari di Bocca e Cossiga, era una figura di sicuro spessore e personalità. Un magistrato che ha gestito processi importanti e delicati come quello riguardante l’ex Presidente Scalfaro e i fondi neri del Sisde. Una vicenda che ha lasciato molte ombre che la lettura del libro dell’ex giudice Francesco Misiani, “La Toga rossa”, non aiuta certo a dissipare. Così Misiani descrive ciò che successe dentro la Procura di Roma in una fase delicatissima per la storia della Repubblica: «Frisani, e con lui Torri (i due PM dell’inchiesta – ndc), era convinto che si dovesse procedere senza esitazioni nei confronti di chiunque. E i sostituti più giovani apprezzavano questo atteggiamento come un esempio di esercizio imparziale dell’azione penale, sganciato da ogni valutazione di opportunità. Si opponeva il fronte che aveva alla sua testa Magistratura democratica e i suoi esponenti di spicco all’interno del Palazzo, come Giovanni Salvi e Pietro Saviotti… La convinzione “pregiuridica” era che i cinque del Sisde fossero iscritti a un’operazione diretta a pilotare gli esiti dell’inchiesta verso un approdo politico che avrebbe trascinato le istituzioni e il paese nel marasma e nel discredito. E che pertanto l’operazione andava soffocata sul nascere».Prevalse la seconda posizione, e venne deciso di arrestare il flusso delle rivelazioni degli inquisiti sollevando un nuovo capo di imputazione contro di loro: “attentato agli organi costituzionali” art. 289 del Codice penale. La trovata funzionò, e il caso Sisde prese a sgonfiarsi. Commenta Misiani: «Con quella scelta sul 289 è indubbio che una parte di Magistratura democratica e Michele (Coiro – ndc) in primis ottennero una legittimazione politica forte da parte delle istituzioni. Avevano dimostrato – e non per opportunismo – che nel momento del bisogno la magistratura di sinistra sapeva, perché convinta, fare quadrato».

    Francesco Maria Toscano

    Categorie: Attualità

    Un commento

    1. Ugo scrive:

      Non conosco il caso specifico, per cui mi esprimo in tono generalista ed affermo che quando qualcuno ti fa un torto, gioire della sua scomparsa è una reazione alquanto umana. Se il torto è sufficientemente greve, alcuni possono arrivare ad agire, invece che augurare. Anche in questi casi il limite tra azione e reazione è molto sfumato, e occorrerebbe volta per volta risalire la catena delle cause e degli effetti per comprendere dove stanno le responsabilità.

      Su un piano più personale, la lista dei dirigenti d’ogni sfumatura cromatica possibile e immaginabile ed ormai anziani che infestano la mia esistenza è piuttosto lunghetta, e ho già in cantina un adeguato numero di bottiglie di spumante per salutarne con gaudio la (mi auguro) prossima dipartita. Dovuta, ovviamente, a cause naturali, ché tendenzialmente non sono una persona violenta. Neppure mi sogno di sentirmi censurabile per questo mio atteggiamento. I sentimenti positivi bisogna saperli suscitare o, quantomeno, bisogna saper non suscitare quelli negativi.

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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