Ho sempre pensato che una prospettiva di rinascita democratica per il nostro Paese sarà possibile soltanto una volta concluso il lungo e, a mio avviso, pessimo settennato dell’attuale Presidente della repubblica Napolitano. L’improvviso accantonamento di una figura impresentabile e dannosa per il decoro delle istituzioni come Berlusconi non solo non ha comportato un cambiamento di linea politica da parte del nuovo esecutivo Monti ma, al contrario, ha impresso una decisa e scientifica accelerazione nella direzione del definitivo asservimento delle classi medie e proletarie. Monti riuscirà a portare a termine le riforme feudali tentate da Berlusconi, a partire dall’abolizione dell’art.18, grazie anche al nostro loquace presidente Napolitano che oramai viaggia alla invidiabile media di due moniti al giorno, prima e dopo i pasti. L’ultima perla di saggezza quirinalizia ha riguardato le possibili tensioni sociali che, sull’esempio della Grecia, potrebbero a breve trasferirsi in Italia. Napolitano, con uno stile dal sapore antico, ci ha tenuto a precisare che “non saranno tollerate proteste fuori dalla legalità”. La violenza sia chiaro è sempre da condannare, ma sarebbe opportuno che il nostro Presidente si concentrasse anche sul concetto di “legalità” di Stato. Perché è vero che le manifestazioni accese che stanno mettendo in subbuglio Atene non sono condivisibili, ma è altrettanto vero che i crimini e la ferocia devastatrice della Troika internazionale che schiaccia e umilia la patria di Platone è legittima solo nelle forme. Forte di quella stessa legittimità, cioè, che da sempre fa scudo alle peggiori tirannidi, antiche o moderne. In ogni caso, la classe lavoratrice italiana è senza dubbio matura, democratica, pacifica e tollerante. E quindi l’ennesimo monito preventivo del primo Presidente della Repubblica cresciuto respirando atmosfere moscovite è certamente ultroneo. Qualche dubbio in più, a proposito di maturità democratica, viene semmai pensando al tipo di potere insediatosi in Italia e in Europa. Un modello che, per quanto in teoria ancora riconosciuto come stato di diritto, comincia a mostrare segni chiarissimi di rapida evoluzione in senso antidemocratico e repressivo. Non vorrei che a qualcuno di questo passo venisse a breve l’idea di proporre, mutuando l’impianto usato dai nazisti contro i partigiani, la fucilazione di sette manifestanti per ogni eventuale vetrina spaccata. In ogni caso, invidio chi riesce a scindere le responsabilità del Presidente Napolitano rispetto alle pericolose ed oligarchiche scelte di indirizzo politico prese dall’attuale governo Monti, nato su impulso del Colle. Napolitano è certamente un politico che all’idealismo antipone un esasperato concetto di realpolitik. E’ anche possibile che alcune decisioni, passate, presenti e future del già migliorista napoletano siano più il risultato di un male interpretato concetto di difesa delle istituzioni, che non di una convinta, appassionata e intima adesione. Può darsi ma, se anche fosse, non credo si tratterebbe di una giustificazione sufficiente. In chiusura tengo a sottolineare come il clima di metallica adorazione che dilaga intorno alla figura di questo Presidente, non può non inquietare a prescindere gli spiriti liberi e critici. La tragedie peggiori sono spesso infatti accompagnate da anacronistici, unanimi, pavidi e interessati consensi. Nessuno ha avuto il pubblico coraggio di criticare il Napolitano che, fatto senza precedenti, chiedeva “gli atti” alla repubblica di Salerno che indagava su quella di Catanzaro. Nessuno ha avuto il coraggio di rilanciare l’ipotesi di Genchi, fosse anche per smentirlo o nel merito querelarlo, circa il reale significato delle bombe mafiose del 1993 a Roma che, affermò il consulente informatico in un’intervista a Radio Radicale, rappresentavano un chiaro messaggio ai presidenti delle camere dell’epoca Giovanni Spadolini e Giorgio Napolitano (le bombe scoppiarono nelle chiese di San Giovanni e San Giorgio). Magari si trattava di semplici casualità e fantasiose congetture che però, proprio per la gravità dell’ipotesi avanzata da un investigatore che si è occupato anche delle indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, non potevano passare inosservate e silenziate. In un periodo storico delicatissimo nel quale le indagini palermitane stanno dando corpo alle inchieste sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia, ogni minimo dubbio o insinuazione circa le dinamiche che avvelenarono quella stagione di sangue e violenza dovrebbe essere affrontato con piglio sicuro e argomentato, e non lasciato cadere con aristocratico silenzio. Per tutte queste ragioni sono fra quelli, molti che lo pensano, pochi che lo dicono, pochissimi che lo scrivono, che la fine di questo lungo settennato di Napolitano è indispensabile per ricostruire un nuovo tessuto democratico e autenticamente liberale. In ogni caso è bene alimentare sempre salutari interrogativi sulla qualità e la forza dei propri convincimenti. Alcuni dubbi sulla efficacia di tale interpretazione circa la qualità del settennato di Giorgio Napolitano mi sono venuti leggendo i ragionamenti in chiave opposta provenienti da un gruppo di intellettuali che stimo molto e che si riconoscono nel progetto politico “Democrazia Radical Popolare”.Analisi pregevoli, capaci di indicare una diversa lettura degli eventi, che non diradano però i miei amari convincimenti.

    Francesco Maria Toscano

    Categorie: Editoriale, Politica

    3 Commenti

    1. Silvio scrive:

      A costo di non reagire con forza (anche fisica) si rimane sempre nella dittatura.
      Io voglio avere una vita degna di questo nome, e non sarà il mito della non-violenza ad impedirmi di averla, quando lo stato non è il mio garante ma il mio boia.
      Per la libertà di tutti, per una società giusta.

    2. amico pulito scrive:

      Vero, ma pensi che alla fine del Napolitano presidente, ci sarà una rivoluzione in questo senso? chi sarà a portarla a termine?
      Mmmh la vedo dura, proprio sulla base delle tue (e purtroppo anche delle mie!) convinzioni!!!

    3. Ugo scrive:

      Non è la prima volta che affermo d’avere già pronta una bottiglia da stappare con gioia quando (anche) questo Napolitano ci libererà fisicamente della sua presenza. E spero che accada prima della fine del suo mandato. Per vie naturali, ovviamente, e direi che il fattore anagrafico gioca a favore del mio auspicio.

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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