Vorrei vederti, infame, mentre la tua mano assassina preme il pulsante. Vorrei sentire che olezzo ha il sudore di un infame. Vorrei vederti, infame, nella stanza dei bottoni mentre smargiasso scrivi il mio destino. Vorrei guardarti, infame, quando tra le dita conti il tuo denaro: tanto meschino è il suo sapore quanto vile è la tua vita. Vorrei seguire, infame, il tragitto miserabile che ti ha condotto davanti a scuola e che, da quell’inferno ti ha riportato a casa tua, se una casa ancora l’hai o sei nascosto in una tana come un ratto di campagna. Vorrei spiarti quando, seduto su quel lurido divano, hai espiato le immagini dell’orrore da te stesso generato latrando contro il lato oscuro del tuo ego, schiacciato dal peso dell’errore. Vorrei averti avuto accanto, infame, sotto il primo sole. Con l’aria ancora fresca che si riempie di paura e le tazzine bollenti del caffè che vibrano le macabre note del boato. Vorrei averti avuto accanto, a sgranare gli occhi sull’asfalto stinto, quando l’odore del catrame si mescola a quello di bruciato. Infame. Quando i brandelli di carne ti sembrano i vestiti e i rottami sono inondati dal sangue innocente di vite spezzate. Vorrei tu fossi stato il vento che ha accarezzato le pagine dei diari incollati sull’asfalto, fogli rimasti bianchi, trasparenti e che non avranno più le loro frasi. Vorrei tu fossi stato la copertina di quei libri bruciacchiati, le bretelle di quegli zaini insanguinati, le assordanti sirene, le grida, i copertoni consumati. Vorrei tu fossi uscito con lei quella mattina: vorrei tu avessi avuto il bacio di sua madre. Vorrei tu fossi stato lo sguardo di suo padre, dietro una finestra ad accompagnare per mano la sua principessa fino alla pensilina. Vorrei avessi fatto con lei quell’ultimo viaggio, su un pullman gravido di sogni e speranze. Musica, voci, sussurri, sospiri, paure. Non la paura. Vorrei tu fossi stato il suo compagno di banco per un giorno: essere in ansia per l’interrogazione, scrivere del primo amore, cenni e sorrisi che l’accompagnano fuori e tu a rincorrerla per darle appuntamento per domani. Il suo domani, la vita. Il tuo domani, la morte. Vorrei tu fossi stato la sua prima sigaretta e le sue smorfie per un “no”, un suo rimpianto. Vorrei tu fossi il bruno corvo che dirà messa per l’ultimo mistero: dalla tua spregevole bocca uscirebbero parole tremolanti, l’odio si trasformerebbe in amore, il dolore porterebbe la gioia vedendoti piangere dietro un applauso scrosciante, dentro un mare di fiori. Vorrei tu avessi visto i suoi passi da fanciulla, la sua prima danza di là in cucina. Vorrei tu avessi asciugato il suo pianto per il suo primo amore, infranto su scogli dorati o fossi stato lo scooter che ha percorso quei vicoli: dai palazzi di periferia portano giù al molo, al mare che carica di odori le strade battute dal sole d’estate, i cesti di pesce, gli scorci azzurri sui lati. Vorrei essere, infame, la tua cravatta per stringere intorno alla tua gola la rabbia e l’orgoglio. Vorrei incontrarti, infame, per dirti solo che sei un infame e correrti dietro prendendoti a sassate. Vorrei tu fossi un chirurgo del “Perrino” per farti vedere rasente le bruciature sulle cosce e i volti deturpati dalle schegge delle bombe, dal calore del tuo odio. Vorrei tu fossi il freddo di una lettiga. Vorrei guardarti, infame, quando vai a rapporto dai tuoi padroni, i veri mandanti: coloro che comprano te e il tuo tozzo di pane avvelenato vendendo la tua gente, infame. Vorrei tu fossi il suo ragazzo ad attendere invano, un angelo sacrificato sull’altare del potere. Terreno. La cricca di amiconi che l’aspetta giù al bar la sera per un sorso, il pizzaiolo che le prepara la solita fritta dopo le prove, il suo istruttore in piscina. Vorrei vederti, infame, domani quando ti indigni e proponi soluzioni. Vorrei far sprofondare le tue banche, i tuoi milioni, i tuoi affari, i tuoi sporchi giochi in borsa. Vorrei essere il tuo cappuccio o il tuo collare da grande ufficiale, tuo fratello prediletto. Vorrei essere il dossier di un magistrato per contenere le parole che sbattano dietro le sbarre la tua follia. Vorrei tutto ciò non fosse mai accaduto, che tu non fossi mai nato. E poi, vorrei vederti sfilare in processione assieme ai benpensanti per additare te e loro che vendono il bene per il male. Vorrei pensarti, infame, come io ti penso ma forse non lo sei, forse sei anche tu una vittima di false convinzioni, di giochi, di inganni. Vorrei spiegarti, infame, che anche il malaffare deve rispetto alle sue regole, ha il suo codice d’onore. Vorrei raccontarti, infame, della strage di Natale su un treno che trabocca di carne da macello, di puzza di piscio e braccia da lavoro. Di un aereo sprofondato negli abissi all’ombra di un volo che non doveva decollare, uccellacci e uccellini da salvare. Dopo il solco prosciugato di Bologna e le stragi di Falcone e Borsellino la gente ha aperto gli occhi e il sipario della storia ha insegnato a non lasciarsi più ingannare. La rivoluzione è cultura, non si imbracciano le armi su persone inermi, non si scanna tanto per scannare. Se vuoi confondere e distrarre l’attenzione, infame, sei sulla strada sbagliata, senza ritorno. Ora i ragazzi non dormono, non vedono mostri ma resistono per il futuro loro e dei loro figli. Vorrei tu fossi la goccia di lacrima che solcherà il viso dell’Italia intera, Italia che qualcuno ha già deriso. Dea che ha subito e sta subendo lo scorno della viltà. Culla di sapere e terra di poeti e luminari caduta nelle mani di bassi trafficanti d’anime. Vorrei farti una promessa infame, un impegno per il futuro: che il male fatto oggi te lo faremo pagare con la moneta della giustizia. E non si indigni chi non si deve indignare! Il Paese non ha bisogno di falsi profeti o incantatori di serpenti. Vorrei domani tu fossi un tema su Melissa, infame, per poter scrivere la parola “basta” sotto una traccia che ti vede protagonista e affermare che sei un infame … vorrei essere il tuo pentimento e farti capire quanto è umano quel che sento.

     

    Domenico Latino

     Moralista ad honorem

     

     

     

    Categorie: Italia

    8 Commenti

    1. Mauri Di Pietro scrive:

      SPLENDIDO!
      Grazie….

    2. Enrico Binda scrive:

      Queste parole entrano nell’anima.Spero siano diffuse.

    3. Ugo scrive:

      E se l’infame non avesse premuto quel pulsante, ma da dietro una prestigiosa scrivania ornata da simboli altisonanti avesse emesso un ordine per qualcuno affinché lo passasse a qualcun altro… e giù, lungo la scala gerarchica, facendosi forte di pressioni indirette, di ruoli prestigiosi, di promesse di privilegio… e se l’infame non fosse UNO? E se l’infame, nella sua ufficialità, anche se non nella fattualità, rappresentasse MILIONI di ignari che lo immaginano modello di virtù? In questo mondo marcio, tutto è possibile. Tutto. E non sei certo tu, né sono io, quello che ha i mezzi per conoscere la verità.

    4. Paolo scrive:

      dovresti scusarti coi topi di campagna per l’accostamento…

    5. Silvia scrive:

      MERAVIGLIOSO…

    6. Togo scrive:

      Parole vibranti che riescono ad esprimere il sentimento di noi tutti e che, anche per questo, emozionano.
      Grazie Domenico.
      Spero anch’io che queste parole trovino anche altri spazi ( non me ne voglia il moralista

    7. alessandro scrive:

      rabbia dolore commozione, complimenti Domenico

    8. Matteo scrive:

      è vero altri spazi..

    Commenta


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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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