Era lecito attendersi di più dal discorso pronunciato ieri da Obama riguardante anche la crisi europea in corso. Le risolute critiche avanzate qualche giorno fa dal presidente americano contro l’attuale governance europea, impegnata senza risparmio nella drastica applicazione di un piano tendente a cinesizzare l’Europa, hanno lasciato il posto ad analisi meno convincenti e felpate. Nel suo discorso di ieri Obama, anziché Roosevelt, sembrava un vecchio doroteo della scuola di Arnaldo Forlani, meglio conosciuto come il “coniglio mannaro”. Tra le righe, il senso della critica alle politiche sanguinarie imposte per ora dalla Troika ai popoli europei più deboli (“l’austerità provocherà una spirale recessiva”) si coglie appieno, anche se  infarcito da molti inutili e depistanti salamelecchi. Non era il caso, ad esempio, di citare come esempio di buona politica, le sconclusionate e dannose riforme sul lavoro promosse da governi reazionari e plutocratici come quelli ora al comando in Italia e Spagna “che produrranno in futuro buoni risultati”. Monti e Rajoy, come sa bene Obama, sono parte integrante del problema, giammai fonte di possibili soluzioni. La timidezza del presidente americano risulta maggiormente colpevole, poi, nella misura in cui Obama è pienamente consapevole del tentativo in atto di mettere il ginocchio le classi medie e operaie del Vecchio continente tramite la promozione di politiche volte a far deflagrare una terribile spirale recessiva. Obama possiede tutti gli strumenti interpretativi possibili per sapere che le scelte dei vari Draghi, Monti, Barroso e Van Rompuy non rientrano affatto nella categoria degli errori in buona fede ma in quella, ben più grave, dei crimini dolosi contro l’umanità. Scegliendo la strada del tatticismo ad oltranza, Obama rischia di perdere le elezioni di novembre e di consegnare, per reazione alle sue ingiustificate titubanze, il governo del Paese più influente del mondo nella mani del conservatore amato dalla grande finanza Mitt Romney. Obama decide di non parlare chiaro, ma di mandare messaggi cifrati e diplomatici. Una scelta che fotografa l’evidente e intima convinzione che esista un linguaggio per e fra eletti, al quale il popolo non può e non deve avere libero accesso. La vera rivoluzione culturale del futuro consiste invece proprio nel comunicare con l’ultimo dei cittadini come se fosse un capo di Stato. Il popolo ha diritto di conoscere per deliberare; e per metterlo nelle condizioni di conoscere è fondamentale sposare con convinzione il linguaggio della verità e della chiarezza. Nel pezzo di ieri un lettore del Moralista, firmatosi “Paolo”, non condivideva il credito di aspettative che il mio articolo riponeva in Obama (e Hollande). A distanza di meno di 24 ore, le riserve di Paolo si rilevano purtroppo già più convincenti.

    Francesco Maria Toscano

    Categorie: Esteri

    Un commento

    1. alessandro scrive:

      l’intervento di Obama è meglio di niente, ma in effetti è assolutamente fuorviante denunciare la politica dei tagli e dell’austerità e nel contempo apprezzare gli sforzi di Italia e Spagna per precarizzare il lavoro e suggerire di dare altri soldi alle banche. E’ pur vero che in America il mercato del lavoro è notevolmente più flessibile e non c’è il modello di stato sociale europeo. Obama è considerato dai repubblicani addirittura un marxista, solo per il fatto di aver esteso (in parte) l’assistenza sanitaria ai cittadini. Al di qua dell’oceano Obama sarebbe considerato un destroide, al di là, è un marxista-socialista. Quindi le critiche, seppur fondatissime e condivisibili, andrebbero contestualizzate. Paolo nel commento fa riferimento anche all’AVO (area valutaria ottimale), che l’euro non è. In un’area valutaria è sufficiente una differenza nei tassi d’inflazione (basta soltanto mezzo punto) per creare squilibri nella bilancia dei pagamenti e nel saldo delle partite correnti. L’euro aimè non è una AVO e ne gli eurobonds ne una BCE più accomodante e prestatrice di ultima istanza potrebbero risolvere il problema, se non mettere una toppa momentanea. L’integrazione economica, fiscale e politica, necessaria per risolvere gli squilibri europei (che sono tutti legati alla moneta euro) è ancora molto lontana, complessa e ad oggi la Germania al massimo concederà i project bonds, cosa diversa dagli eurobonds… quindi con questi provvedimenti dove vogliamo andare? Chiedere un’ulteriore integrazione europea è rischioso perchè si consegnerebbe ulteriore sovranità ad organismi europei non eletti democraticamente, rischiando di legarci mani e piedi alle politiche tecnocratiche e miopi, che vanno dai tagli di bilancio ai salvataggi bancari. E poi.. abbiamo tempo? quanto tempo ci resta prima di essere completamente rasi al suolo, in attesa dell’integrazione europea che non arriva mai? Non sarà il caso di uscire dall’euro?

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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