Ultimamente il mio pensiero della mattina è per Zucchero e il suo baboomba, è un pensiero cattivo, il fatto è che non sopporto più la sua polifonica e il mio telefonino. Che brutta cosa svegliarsi con le note metalliche di un cellulare! E’ aggressivo, invadente, dispettoso, niente a che vedere col caro vecchio trillo della sveglietta colorata, da mille lire, anche perché il volo d’angelo mattutino che abitualmente si suole far fare alle sveglie è inversamente proporzionale al valore delle stesse e un telefono non ti dà uguale soddisfazione…ecco allora che assonnato mi dimeno tra i meandri di un display troppo luminoso e furioso mi chiedo quando la smetterò con lo zapping fino a tarda ora. Giusto il tempo di affondare di nuovo sul guanciale e mi convinco che è ora di firmare la resa, mi alzo di scatto, inciampo, non trovo la luce, ora c’è troppa luce…apro la porta del bagno, un’ occhiata allo specchio, sempre più brutto, riapro la porta, lo spazzolino in una mano, una lametta nell’altra e mentre brontola lo sciacquone  davanti a me una tazza di caffè e una voce che puntuale mi dice: “ Lo sai che ora è? Che la metti a fare la sveglia se poi…buongiorno! ”. Mi ritrovo presto detto con la bocca ustionata e una cravatta ancora da stringere ad aspettare l’ascensore, mi giro per salutare, mi rigiro, un passo avanti, schiaccio un bottone e il pianerottolo scompare sotto i miei occhi, riappare al primo piano la signora delle pulizie che mi stritola coi suoi centoventi chili, tra il secchio carico di odori e il suo fidato mocio. Fuori un sole primaverile mi ragala un dolce tepore, apro la mia macchina e suona l’antifurto, a pensarci bene non ho aperto la mia macchina ma ho attivato l’antifurto…finalmente siedo alla guida della mia vecchia utilitaria, apro il cancello, automatico ma sempre troppo lento e mentre guardo le lancette dell’orologio il traffico mi assale, scatto, sbuffo, sospiro, poi mi consegno alla solita routine convincendomi nonostante tutto che alla fine la vita non è poi così tanto male, a parte il traffico, il mocio e naturalmente “Il grande baboomba”e accendo la radio: “…Con interni sportivi, cerchi in lega..szszszszsz..534858..www..io distratto e tu..szszsz..sappi amore mio..szszszszsz..però dottore c’è molta gente che dice..szszszszs…beati i poveri…szszsz…ma davvero mi credevi così stupido…szszszszs…”. Abbasso il finestrino, un uomo di pelle dal casco nero mi intossica col gas di scarico della sua Suzuki, alzo il finestrino. “ …io mi sento vittima e carceriere…szszszszsz…io voglio vivere ma sulla pelle mia, io voglio amare e farmi male, voglio morire di te…szszszsz…per chi chiama dall’estero il prefisso è…szszszs…Lonely…I’m Mr Lonely…hiiiiiiaaaaa…szszszsz…”. Beeeep!Beeeep! “Cretino!” Spengo la radio e continuo a chiedermi com’è possibile che ogni mattina riesca a prendere il rosso ad ogni semaforo, mi perdo tra calcoli di probabilità e statistiche, pigio per l’ennesima volte la frizione e riaccendo la radio: “ Szszszs…le gioie non sempre son gratuite, a volte i mondi si contendono gli spazi vuoti di un deserto che…szszsz…vado via per difendermi, ma ovunque andrò…szs…ch’io ti penserò…szszszsz…”. Mi irrito quando non riesco ad ascoltare una canzone, se mi piace, poi, mi irrito di più…sto per arrendermi ma il pensiero di mettere il solito cd mi angoscia, ecco allora un ultimo tentativo, spero di trovare la frequenza giusta, quantomeno stabile…all’improvviso sento una voce bella, certa, forte, somiglia un po’ a quella del mitico Jack Folla ai tempi di “Alcatraz”, il progenitore di “Lucignolo” per intenderci, “Lucignolo” versione radio insomma. Questa voce mi rilassa, mi fa inoltre ricordare quando, ancora ginnasiale, saltavo il pranzo per sentire il detenuto numero 3957 alla radio sulla macchina di papà, e come allora, solo un po’ più grigio e nervoso, accendo una sigaretta e ascolto interessato: “ ...la melodia del portoghese, gli occhi scurissimi dei bimbi e gli sguardi intensi delle loro mamme. Letti di fiumi in secca, sabbiosi, variopinti mercati di bestiame, i colori del tramonto sulle sue foreste, tutto questo è l’Angola. Ma…szszszszsz…szszszs.. .e i segni della guerra recente sono visibili ovunque: nelle costruzioni diroccate, nelle case crivellate dai proiettili, nella semplicità dei vestiti della gente. Un piccolo edificio, che una scritta a mano sul muro identifica come clinica veterinaria, ha le finestre murate e come molti altri appare in totale abbandono… Ordinary world… Duran Duran.. .Came in from a rainy Thursday on the avenue thought I heard you talking softly. I turned on the lights, the TV and the radio still I can’t escape the ghost of you. What has happened…”.  Un tizio si china sul mio parabrezza, sta per alzare il tergicristallo, insiste per lavare dei vetri già puliti, il suono continuo di un clacson mi avverte che il verde è scattato da un pezzo e interrompe lo scambio di vedute col pover’uomo. Riparto, uno sguardo allo specchietto…un paio di occhiali da sole griffati e un rossetto acceso gesticolano snervati: è il clacson facile di prima, e il lavavetri solo, in mezzo alle macchine e ai motorini, con la sua bottiglia mezza piena d’acqua e detersivo per i piatti…mi guarda e sorride, comunque, ed io mi rattristo. “…to the ordinary world I will learn to survive… szszszszs…szszszs… la storia dell’intervento militare cubano in Angola è uno dei tanti paradossi di cui abbonda la storia recente dell’Africa. In questo paese enorme, poverissimo, catastroficamente sprovvisto di infrastrutture, fu realizzato un capolavoro di tattica e logistica militare quale sarebbe difficilmente riuscito al più sofisticato e attrezzato degli eserciti. La guerra scoppiò all’indomani dell’indipendenza, nel ’75. In pochi giorni i guerriglieri di Jonas Savimbi, spalleggiati dai sudafricani, furono alle porte di Luanda. Allora Fidel Castro offrì l’intervento e l’aeronautica sovietica mise in piedi un ponte aereo che nello spazio di ore incominciò a trasportare migliaia di soldati attraverso l’Atlantico, dai Caraibi alla costa occidentale dell’Africa. E di fatto non smise più, fino al ritiro dei cubani. La guerra in Angola è stata grande e terribile. Impegnò mezzi enormi ed è costata un numero altissimo di vite umane. Alcune battaglie, nelle quali furono impegnati i sudafricani, durarono mesi ed ebbero un effetto capitale sugli sviluppi della situazione interna in Sudafrica…szszszszs… quell’epoca è scomparsa per sempre, insieme al muro di Berlino e all’Urss. Ma questo non significa che anche la guerra d’Angola sia finita per sempre. Rimangono le mine, qualche centimetro sottoterra, pronte a colpire. A causa di quelle micidiali trappole nascoste è come se il tempo si fosse fermato, il conflitto si fosse eternizzato e in Angola si combattesse ancora.Oggi l’Angola ha uno dei più bassi indici di sviluppo umano del mondo, al 160.mo posto su 174 paesi nella classifica annuale del UNDP. Il numero di sfollati e smobilitati ammonta ad oltre 3 milioni e la loro reintegrazione socioeconomica rappresenta una delle maggiori sfide che il governo angolano si trova ad affrontare. Venticinque anni di guerra civile hanno assuefatto la gente alla precarietà e al caos e non sarà facile tornare alla normalità. Rimangono il coraggio e la voglia di chi crede ancora nell’Angola, la dedizione dei missionari, quella dei volontari e la forza della società civile più attenta e capace. Rimangono le potenzialità grandi di questo giovane popolo intelligente e creativo. L’esodo delle popolazioni rurali ha creato condizioni di vita difficilissime e un clima fra la popolazione che possiamo definire di ricerca di assistenzialismo. I giovani sono stati profondamente colpiti dalla guerra vigendo il reclutamento obbligatorio da parte dei due eserciti in lotta. L’abbandono della produzione agricola ha trasformato Luanda in un luogo di fame dove la gente cerca di guadagnare il necessario per vivere vendendo per le strade. Il sistema dell’educazione dell’Angola è oggi da ricostruire. La mancanza degli insegnanti e la loro scarsa preparazione scolastica, unite alla mancanza di attrezzature adeguate per realizzare i corsi, hanno determinato un forte abbassamento del livello qualitativo dell’insegnamento. Eppure l’Angola è uno dei paesi potenzialmente più ricchi del continente africano grazie ai suoi giacimenti di petrolio e diamanti, i cui proventi si accentrano nelle mani di pochi. L’estrazione del petrolio attira i paesi occidentali; l’Italia si attesta, dopo gli Stati Uniti e la Francia, tra i principali acquirenti del greggio angolano, che viene lavorato sul posto con grosse navi raffineria; ci arrivano direttamente dall’Angola i prodotti finiti, la benzina verde, il gasolio, i derivati per la produzione di materie plastiche. Al contempo l’Italia è al secondo posto tra i paesi donatori, limitandosi tuttavia ad interventi d’emergenza…Imagine…The Beatles… Imagine there’s no heaven It’s easy if  you try No hell below us Above us only sky Imagine all the people Living for today Imagine there’s no countries It isn’t hard to do Nothing to kill or die for And no religion too Imagine all the people Living life in peace Oooh Oooh…” Sospiro, penso che è tardi, che non uscirò più da questo traffico e che fino ad ora non mi ero mai chiesto dove si trovasse l’Angola… “Oltre 30 Blocchi petroliferi, fette di fondali marini massacrati dalle trivelle, presi d’assalto dalle multinazionali che “esplorano” le acque profonde e ultra-profonde, aspettano solo di veder schizzare via l’ “oro nero”. Per le 15 compagnie che vi investono l’Angola è il Paese dell’Africa più promettente dei prossimi anni: entro il 2010 produrrà più di 2 milioni di barili di greggio al giorno, superando perfino la produzione della Nigeria. Eppure i proventi del petrolio non servono affatto ad alleviare la povertà di 12 milioni di persone. La speranza di vita degli angolani è di circa 46 anni, l’accesso alle cure mediche è garantito solo al 30% della popolazione, mentre solo il 41% ha accesso all’acqua. Il 20% dei bambini soffrono di malnutrizione – il 3% di malnutrizione grave -, la mortalità infantile dei minori di 5 anni è di 282 per 1.000 – livelli di gran lunga superiori a quelli degli altri paesi dell’Africa subsahariana. In Angola sono disseminate quasi 15 milioni di mine su una popolazione di 10 milioni di persone. E’ la più alta concentrazione al mondo, e rende improduttivo quasi un terzo del territorio del Paese. A causa delle mine l’Angola detiene il triste primato mondiale di un amputato ogni 334 abitanti, per un totale di circa 70.000 vittime, di cui 8.000 con età minore di 15 anni. I bambini, a causa della loro taglia, hanno maggiori probabilità di morire per le ferite da mina. Chi sopravvive senza un arto quasi sempre non ha i mezzi per permettersi una protesi, visto che costa circa 3.000 dollari. Ci vogliono 3 dollari per fare una mina, più di mille per trovarla e renderla inoffensiva. Per ogni ora impiegata nel collocare mine, ce ne vogliono oltre 100 per lo sminamento – è un’attività molto pericolosa. Si verifica un incidente ogni 1-2.000 mine rimosse. Per rimuoverle tutte ci vorrebbero circa 3 miliardi di dollari: nel 2000 i fondi per lo sminamento ammontavano a 17,4 milioni. Fino a maggio del 2000 erano state sminati 10 chilometri quadrati di terreno e 5.000 chilometri di strade, e distrutte 15.000 ordigni. A questo ritmo ci vorrebbe più di un secolo… REM… szszszsz… my religion… Oh…life, is bigger It’s bigger than you And you are not me The lengths that I will go to The distance in your eyes Oh no, I’ve said too much…”. … Più di un secolo, un secolo…un secolo. Un secolo per trovare un parcheggio! “…Consider this, consider this, the hint of the century Consider this…”. Finalmente! Tolgo la cintura, mi accarezzo la fronte… “…but that was just a dream that was just a drea.”. Spengo la radio, allento un po’ la mia cravatta, il nodo è troppo stretto, provo e riprovo a immaginare cosa stia facendo in questo preciso momento un uomo della mia età in Angola, nella mia mente scorrono grottesche figure di bimbi straziati dalla guerra, un brivido mi percorre, scendo dalla macchina, un uomo, alto, di colore, è stato appena preso in giro da un gruppetto di ragazzini troppo viziati, mi guarda, sorride, comunque. Ecco cosa sta facendo quell’uomo in Angola! Cerca ancora di sorridere, comunque, nonostante tutto, e sogna…sogna che un giorno possa vivere in una terra non più bagnata da sangue innocente, e spera, spera che nel frattempo qualcuno ascolti il suo silenzio, immagini il suo sorriso, non ancora del tutto spento.Inizia un’altra giornata di lavoro, qui tutto è uguale al giorno prima, anche l’indifferenza, io sono un po’ confuso, silenzioso, ma continuo a ripetere tra me e me: non lasciamoli soli!

    Domenico Latino

    L’antimoralista

     

     

     

     

     

     

    Categorie: Cultura

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    • Chi è il moralista

      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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      Sito di approfondimento politico, storico e culturale. Si occupa di temi di attualità con uno sguardo libero e disincantato sulle cose. Il Moralista è un personaggio complesso, indeciso tra l'accettazione di una indigeribile realtà e il desiderio di contribuire alla creazione di una società capace di riscoprire sentimenti nobili. Ogni giorno il Moralista commenterà le notizie che la cronaca propone col piglio di chi non deve servire nessuno se non la ricerca della verità. Una ricerca naturalmente relativa e quindi soggettiva, ma onesta e leale.

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