Uccidere è l’abisso dell’uomo. Uccidere un adolescente, poi, poco più di un bambino, è negazione dell’umanità, aberrazione, vergogna, pathos, sgomento, scandalo, perdizione eterna che non conosce perdono, senza riparo, discesa lenta ma inesorabile verso gli inferi che avvolgono e ingoiano  le anime più nere. Uccidere un adolescente, poco più di un bambino, “nel nome della legge”, significa tentare di coinvolgere le istituzione democratiche in questo lugubre viaggio,  ostaggio pavido  di un metallico abbraccio. La Corte di Cassazione ha recentemente condannato in via definitiva alla pena detentiva di tre anni e 6 mesi di reclusione gli agenti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, considerati responsabili della morte del giovane ferrarese Federico Aldrovandi (clicca per  leggere), deceduto per le violente percosse subite. Nessuno di loro varcherà mai la soglia di un carcere. Continueranno probabilmente a lavorare serenamente, pagati dallo Stato per far trionfare un osceno concetto di ordine e pubblica sicurezza. Adesso per un attimo non pensate più a quelle quattro divise sporche di sangue che continuano ad agire ancora oggi in nome e per conto di un corpo dello Stato. Pensate a vostro figlio. Pensate al primo bagnetto, alle prime parole, ai sorrisi improvvisi e inspiegabili con i quali da piccino illuminava le vostre giornate. Adesso accompagnatelo all’asilo, ditegli nell’orecchio, prima di lasciarlo alla maestra, “mi raccomando fai il bravo”, per poi andare a riprenderlo. Ripensate alla rincorsa carica di gioia del piccolo che si tuffa tra le braccia del papà e lo bacia. Poi sedetevi e piangete! Piangete quel figlio perché è stato ucciso, asciugate le lacrime di quel povero padre  e, guardandovi allo specchio, gridate giustizia! Quale pena subita dagli assassini del figlio sarà mai in grado di lenire l’angoscia di una madre? E quanta forza serve a chi è vittima di una violenza così atroce per affidarsi alle istituzioni democratiche senza lasciarsi tentare dallo Zarathustra di Nietzsche che insegna: “Giacché, che l’uomo sia redento dalla vendetta. Questo è per me il ponte verso la speranza suprema e un arcobaleno dopo lunghe tempeste”. Il perdono, insegna invece  il Cristo, è volontà del Padre e ambizione celeste. Ma alcune condotte sub-umane minano anche  la coscienza del più fervente cristiano. Uno dei condannati per l’uccisione di Aldrovandi, Paolo Forlani, ancora oggi insolentisce la famiglia e la memoria di quel martire bambino. Il ministro dell’Interno Cancellieri promette provvedimenti, gli stessi che aveva promesso il capo della polizia Manganelli a conclusione del processo. Staremo a vedere. Certo i precedenti non aiutano. Molti protagonisti della mattanza avvenuta a Genova nel 2001 non sono stati né incarcerati, né cacciati, bensì promossi. L’unico caso, a mia memoria, di recente  destituzione dalla polizia di Stato riguarda l’ex vicequestore di Palermo Gioacchino Genchi. Non aveva ammazzato nessuno, si era limitato a criticare Silvio Berlusconi. Evidentemente nulla, se non parlare, è più grave che uccidere.

    Francesco Maria Toscano

    Categorie: Italia

    4 Commenti

    1. alessandro scrive:

      Articolo carico di pathos, oggi ho letto un moralista un pò inedito che suscita reazioni emozionali nuove rispetto allo stile più razionale, lucido e veemente a cui sono stato abituato fino ad oggi. Quindi.. più spesso, grazie!

    2. Angelo MARINO CERRATO scrive:

      Per i genitori non c’è dolore e angoscia più lacerante della perdita di un figlio o di una figlia: è senza senso, quasi contro natura, seppellire la propria discendenza.
      Ma il tormento diventa inestinguibile se la causa della morte è attribuita al comportamento di coloro che sono preposti al mantenimento dell’ordine e al rispetto della Legge, espressioni di democrazia, distrutta, massacrata con gesti di inaudita e ingiustificabile violenza, in nome di una mostruosa superiorità e intangibilità, oltre ogni codice giuridico e umano.
      In un Paese civile di nome e di fatto, i responsabili di un simile atroce misfatto dovrebbero essere tra le sbarre, per scontare la pena (lieve) loro inflitta dal massimo giudizio.
      In Italia, purtroppo, spesso vige una giustizia parolaia, che condanna in base alla categoria o al censo degli imputati, tradendo l’uguaglianza dei cittadini davanti alla Legge. E’ vero, difficilmente i quattro poliziotti saranno ospiti di un carcere e, temo, nemmeno proveranno la realtà di una interdizione permanente dai pubblici uffici.
      Quanto poi agli insulti tracotanti rivolti alla madre di Alessandro e, ancora peggio, alla memoria del ragazzo, essi riflettono totale ed assoluta incapacità gestionale interpersonale, ai quali lo Stato forse risponderà con il solito minimalismo, invece di stroncare con rigore questi ennesimi attacchi alla civiltà e al buon senso.
      Non dimentichiamo le conseguenze del G8 di Genova e le altre vittime “inspiegabilmente” decedute durante la detenzione.

    3. [...] le forze per non farsi sopraffare dalla paura e dal tormento, gli occhi del proprio pargolo (clicca per leggere). Patrizia Moretti (madre di Federico) è costretta a scendere in piazza da sola, sfidando i tanti [...]

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    "nella mia vita ho conosciuto farabutti che non erano moralisti ma raramente dei moralisti che non erano farabutti." (Indro Montanelli)


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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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      Sito di approfondimento politico, storico e culturale. Si occupa di temi di attualità con uno sguardo libero e disincantato sulle cose. Il Moralista è un personaggio complesso, indeciso tra l'accettazione di una indigeribile realtà e il desiderio di contribuire alla creazione di una società capace di riscoprire sentimenti nobili. Ogni giorno il Moralista commenterà le notizie che la cronaca propone col piglio di chi non deve servire nessuno se non la ricerca della verità. Una ricerca naturalmente relativa e quindi soggettiva, ma onesta e leale.

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