Patetico il congresso della Lega. Dimesso e ripetitivo, aggiungerei anche. A parte l’esautoramento di Bossi, considerato sempre più alla stregua di un paria, di un viscido untore, da parte di una base che per anni ne ha tessuto le lodi e magnificato le gesta, è difficile cogliere qualcosa di nuovo in quel Forum d’Assago annoiato, di un verde che stona più del solito. La Padania, la secessione, Roma che frega i soldi al nord, sempre la stessa solfa, argomenti che dopo vent’anni tutt’al più riusciranno a tirar fuori dalla bocca degli italiani, anche del nord, qualche languido sbadiglio, non certo parole di apprezzamento, né di censura. Non sono tra quelli che pensa ad una scomparsa definitiva, imminente, del Carroccio dal panorama politico italiano. Ci sono ragioni oggettive – crisi economica in primo luogo – e fattori che afferiscono alla natura di questo partito – radicamento, militanza – a screditare una simile ipotesi. Nemmeno credo che nell’immediato, o forse più, saranno nondimeno rinnovabili i fasti degli ultimi anni, quando si gridava Roma ladrona ma non si disdegnavano le vacanze ministeriali romane; si giurava fedeltà alla Repubblica e, dal di dentro delle istituzioni, si lavorava al dissolvimento dello Stato unitario; si parlava il linguaggio della destra parafascista europea e, contestualmente, si stava al governo del paese; si imponevano riforme, come il federalismo fiscale, pensate per allargare ulteriormente il divario tra nord e sud. No, quei tempi sono alle nostre spalle. Anche alle spalle di Maroni e soci. Anni ed anni di picconamento delle istituzioni repubblicane hanno tuttavia prodotto i loro effetti e se oggi quest’ultime sono più deboli, se nessuno, ad esempio, è disposto a scommettere più di tanto sull’effettiva cogenza delle norme costituzionali, lo si deve anche alla pedagogia antiunitaria, anticostituzionale,  del Carroccio. In ciò la responsabilità della politica, delle istituzioni, dei media, degli intellettuali (esistono ancora?) è stata enorme. Quante volte abbiamo sentito parlare di folclore a proposito delle sortite leghiste? Tante.  E quante volte  abbiamo ascoltato esponenti del centrosinistra rivolgersi agli uomini della Lega con espressioni del tipo “ma come fate a stare con Berlusconi”, come se Bossi, Borghezio, Calderoli, Maroni, fossero migliori di Berlusconi? In tantissime occasioni. E che dire di alcuni termini, appartenenti al linguaggio ed alla propaganda leghista, diventati di uso comune, nella politica come nella vita quotidiana degli italiani? Il termine Padania, ad esempio, usato ormai generalmente per identificare una parte del paese, ancorché il suo significato originario, reale, anche nella sua variante aggettivata, esula dall’uso che la Lega ne ha fatto in questi anni? Sembrano questioni di poco conto, ma, a ben vedere, descrivono uno scenario in cui anche le più intollerabili manifestazioni di rottura con la legalità costituzionale ed il sentimento unitario del paese sono state per così dire “normalizzate”, legittimate ex post. Se non avessero fatto tutto da soli, sono certo che saremmo ancora qui a contemplarne, passivamente, gli ardimenti anticostituzionali, gli attacchi continui alle istituzioni della Repubblica, le crociate contro gli immigrati….

    Luigi Pandolfi

    Categorie: Politica

    Un commento

    1. ampul scrive:

      bravo!

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    "nella mia vita ho conosciuto farabutti che non erano moralisti ma raramente dei moralisti che non erano farabutti." (Indro Montanelli)


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