Otto milioni di italiani vivono in povertà. Una famiglia su cinque, specie al sud, non riesce a sopravvivere, la disoccupazione dilaga, la disperazione aumenta e nessuno dei nostri governanti sembra in grado neppure lontanamente di indicare una prospettiva di speranza. I destini personali di uomini, donne e bambini in carne ed ossa non interessano nessuno. La gente che conta è tutta concentrata nel trovare soluzioni che soddisfino “i mercati”, luogo dello spirito astratto e metafisico che rivendica precedenza su tutto. La società che abbiamo costruito è semplicemente mostruosa. Intere generazioni vagano spaesate e destrutturate, sospese tra l’ansia di un futuro che spaventa e la tentazione dell’autocommiserazione penitente. “Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”, ripetono ossessivamente a reti unificate alcuni multimilionari che vivono spesso di immeritati privilegi. Le cicale, non importa se italiane, greche, spagnole o portoghesi, muoiono di stenti quando inesorabilmente arriva l’inverno. E noi, figli invecchiati male di quella nobile classe media  abituata a vivere dignitosamente senza grandi rinunce né pacchiani eccessi, siamo subdolamente chiamati ad accettare nuovi e più stringenti sacrifici in un’ottica complessivamente religiosa, di mistica purificazione. I demoni che ci invitano a riflettere sulle presunte dissipatezze dei felici tempi andati, causa vera, cruda e cinica dell’odierno soffrire, ingrassano a dismisura sulla pelle di una moltitudine di ingenui raggirati. Rivendicare un salario decoroso alimenta la crisi, difendere diritti di civiltà significa porsi su un piano antistorico e deleterio perché, in tempi di globalizzazione, chi resta con la testa rivolta all’indietro è giocoforza un nemico del progresso, pericoloso intralcio alla necessarie politiche di risanamento. Monti, Merkel, Draghi, Van Rompuy, Lagarde, Olli Rehn, Junker, Barroso e altri simili personaggi devastano volutamente le nostre vite. Sacerdoti  invasati, intrisi di dogmi malefici, perseguono una lucida politica di sterminio planetario, ben protetti da una spessa cortina di maleodorante ipocrisia e perbenismo che dona un tocco di indispensabile e lugubre regalità tecnocratica ad un progetto che, altrimenti, apparirebbe ictu oculi sovrapponibile al nazismo. Di fronte ai continui fallimenti, viene spontaneo agli uomini più sensibili autoposizionarsi sul banco degli imputati. Le scelleratezze di coloro i quali ricoprono incarichi pubblici vengono così mascherate e diluite dal continuo diffondersi di un senso di privata e diffusa  inadeguatezza,  certificato dal costante aumento del consumo di psicofarmaci. “Sei tu che non vali abbastanza”, sembrano dirti  guardandoti freddi negli occhi Monti e i suoi fratelli. Impostori, vili manipolatori, che vivono di menzogna e dissimulazione. Che colpa aveva il nero africano schiavizzato nelle piantagioni americane? Che colpa porta il bambino mendicante nelle favelas dei sobborghi di Rio? In virtù di quale crimine milioni di persone vivevano e vivono ancora oggi in molti angoli del pianeta in condizione servile e sub-umana? Nessuno, ovviamente. Ma senza scaricare la responsabilità degli effetti sulle vittime inermi di qualsiasi progetto di annientamento barbarico e violento, nessun sistema di potere profondamente demoniaco, sadico e  criminale finirebbe con l’essere per davvero degno del nome che porta.

    Francesco Maria Toscano

    Categorie: Editoriale

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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