Travaglio ha perfettamente ragione. In un pezzo scritto per il Fatto Quotidiano e rilanciato da Dagospia (clicca per leggere), il giornalista torinese chiarisce alcuni importanti concetti. Come saprete, il consigliere giuridico di Napolitano Loris D’Ambrosio, finito al centro delle polemiche sulla scia dello scoppio del caso riguardante le continue pressioni esercitate sul Colle  da parte  dell’ex ministro dell’interno Nicola Mancino, è improvvisamente morto di infarto. Esprimo dolore e commozione per la morte di un uomo che, certamente, ha vissuto con amarezza gli ultimi giorni della sua vita. Esprimo però contestualmente sdegno e disprezzo per le riprovevoli strumentalizzazioni del regime mediatico unificato che, approfittando della tragica fatalità, ha inteso utilizzare la morte di un uomo come arma impropria da scagliare contro le pochissime voci non ancora piegate al volere fascista del pensiero unico dominante. Se qualche responsabilità va necessariamente  ricercata nel tentativo, sbagliato, di dare una risposta articolata ad un evento probabilmente  frutto esclusivo di un triste destino, ebbene, quella responsabilità non sarebbe certamente rintracciabile né nell’operato della procura di Palermo né, tantomeno, nell’atteggiamento doveroso tenuto da pochi e coraggiosi organi di stampa. Chi ha materialmente esposto il povero Loris D’Ambrosio, rendendolo nudo e indifeso di fronte alla protervia dell’indagato Mancino che pretendeva interventi dall’alto capaci di rassicuralo, dovrebbe farsi un approfondito e doloroso esame di coscienza. E’ inutile e patetico tentare di scaricare all’esterno le conseguenze di condotte sbagliate e temerarie, risultato anche di un malinteso concetto del ruolo. Il Presidente della Repubblica voluto dai Padri costituenti non somiglia ad un imperatore bizantino che dispone a piacimento della vita dei propri collaboratori o sudditi. E’ (o meglio: dovrebbe essere), al contrario, il garante dell’ossequio verso quella legalità  di Stato che, egli stesso, è chiamato per primo a rispettare. Trovo spesso semplicistica e fuorviante l’analisi politica e macroeconomica proposta dal giornale di Padellaro, tutta schiacciata sulle veline delle procure. Alcuni giornalisti poi, tipo Stefano Feltri,  si rendono spesso protagonisti di resoconti economici così ridicoli da far invidia al pur già pessimo blogger Fabio Scacciavillani. Ma con tutti i limiti del caso, non si può non riconoscere che Il Fatto è un giornale libero. Se sbaglia, e sbaglia non di rado, lo fa in buona fede e non perché, al contrario del restante panorama informativo italiota, deve difendere a priori  interessi nascosti di tipo politico, economico o finanziario. Un euro speso per il Fatto contribuisce alla diffusione di un vento di libertà. Un euro speso per tanti altri giornalacci, un tempo illustri, finisce invece per dare forza a  quelli che preparano le catene per le nostre caviglie.

    Francesco Maria Toscano

    28/07/2012

    Categorie: Attualità

    Un commento

    1. Ugo scrive:

      A me l’espressione di Mancino ricorda molto da vicino quella di diversi boss resi famosi da cronache non proprio edificanti. Ora, sappiamo tutti che Lombroso ha preso alcuni abbagli, ma l’esperienza quotidiana di coloro che, come me, hanno a che fare con migliaia di persone diverse, insegna che osservando con attenzione la fisionomia (intesa soprattutto come insieme di portamento, mimica, atteggiamenti) di un individuo è possibile ipotizzarne con buona approssimazione le caratteristiche comportamentali di base. Provate. Dopo una certa quantità di inevitabili cantonate, comincerete a sviluppare un “occhio” che avreste ritenuto impossibile.

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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