Dire che il dibattito politico oggi in Italia è surreale è forse troppo poco. Me ne sono ulteriormente convinto dopo il faccia a faccia tra i candidati alle primarie del Pd. Non che la situazione prima di questo reality difettasse di elementi per trarre una simile conclusione, ma il fatto di poter ascoltare tutti insieme coloro che si candidano a guidare il prossimo governo del paese è stato decisivo per fugare ogni dubbio sull’inanità della classe politica nostrana. Non consideratemi presuntuoso, proverò a spiegare le ragioni di questa mia severa presa di posizione. Primo. A cosa servono queste primarie? A scegliere il prossimo candidato del centrosinistra alla presidenza del consiglio, si direbbe. Ebbene, questa evenienza attualmente è fortemente messa in discussione dal fatto che nessuno sa con certezza quale sarà la legge elettorale con cui si andrà al voto. Questione non di poco conto, se si considera che da essa dipenderà la possibilità o meno che una delle forze in campo avrà una maggioranza sicura nel prossimo parlamento, dunque che uno dei candidati alle primarie potrà essere investito dell’incarico di formare un nuovo governo. Con una soglia superiore al 40% per il premio di maggioranza, per intenderci, sarà più plausibile un Monti-bis, anche senza Monti, che un gabinetto Bersani. Ecco perché sono in molti a dire in queste ore che questa competizione servirà sicuramente a decidere chi comanda nel Pd, poi, ma solo a determinate condizioni, a stabilire chi dei contendenti potrebbe andare a Palazzo Chigi. Secondo. Dando anche per scontato che uno dei cinque competitori sarà il prossimo presidente del consiglio, c’è una questione molto più dirimente che spiega il mio assunto iniziale: il provincialismo ed il politicantismo che segnano il profilo di costoro. Come, del resto, di tutta la classe politica italiana del momento, che briga quotidianamente per salvare se stessa, i propri privilegi, mentre altrove si decidono i destini della nazione. È ormai chiaro che una serie di meccanismi, derivanti dalla sottoscrizione di trattati internazionali, impongono al nostro paese delle linee di condotta in materia economica e di finanza pubblica alle quali non si può derogare, a meno che non li si metta formalmente in discussione, sciogliendo i patti che si sono stipulati. L’Italia, come gli altri paesi dell’Unione, ha sottoscritto e ratificato trattati da cui discendono meccanismi di controllo sulle nostre scelte di politica economica, impegni finanziari verso fondi transnazionali, obbligazioni in tema di riduzione della spesa sociale e di pareggio di bilancio. Ebbene, in un confronto tra aspiranti presidenti del consiglio è ammissibile che non si sentano parole, espressioni o acronimi come Fiscal Compact, Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), Patto di Stabilità e Crascita, Clausole di Azione Collettiva (CAC), ecc.? Che nessuno dei partecipanti alluda, anche solo sommariamente, alle relazioni europee ed internazionali del nostro paese?Eppure, come ci insegnano il caso greco, quello spagnolo e portoghese, proprio il nostro, quello italiano, ed altri ancora, i vincoli di compatibilità economico-finanziaria con le direttive europee costituiscono il principale fattore di influenza delle nostre scelte di politica economica e finanziaria per i prossimi anni. Facciamo un esempio: sottoscrivendo e ratificando il trattato sul Mes, il nuovo fondo per la stabilità finanziaria dell’Unione che assume le funzioni prima svolte dal Fondo Europeo di Stabilità finanziaria (“EFSF”) e dal Meccanismo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria (“EFSM”), l’Italia si è impegnata a corrispondere alle casse del neonato organismo, anche attraverso l’emissione di nuovi titoli di stato, la cifra di 125.395.900.000di Euro ( Avete letto bene: 125 miliardi di Euro!) in cinque anni. Un esborso che comporterà un aumento del debito pubblico e ancora più rigore e tagli alla spesa sociale. È plausibile, normale, che cinque candidati alla presidenza del consiglio non dicano una parola su fatti come questi? No, evidentemente. Ma c’è una spiegazione. In Europa si è determinata un’inedita forma di divisione del lavoro, tra chi decide realmente in materia economica e finanziaria e chi è chiamato ad asseverare queste decisioni. Da un lato tecnostrutture anonime che esercitano il potere reale, dall’altra una schiera di burattini che hanno il compito di puntellare la finzione della democrazia rappresentativa. In tutto ciò sta la surrealtà del confronto politico nel nostro paese. Primarie accluse.

    Luigi Pandolfi

    13/11/2012

     

     

     

     

     

    Categorie: Politica

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