I cardinali riuniti in conclave hanno scelto il nuovo Vescovo di Roma: l’argentino di origini piemontesi Jorge Mario Bergoglio. All’annuncio dell’Habemus Papam la folla, gremita a Pizza San Pietro, ha subito esultato, per poi trincerarsi in un silenzio interrogativo al nome di Bergoglio, sconosciuto ai più, ed ancora scioglierli in applausi ed incitamenti sentendo il nome scelto dal nuovo papa: Francesco, il santo dei poveri, fino a farsi conquistare definitivamente dalla figura e dalle parole semplici e calorose del nuovo Pontefice, giunto dalla fine del mondo. Il primo papa sudamericano ed insieme il primo gesuita a salire al Soglio di Pietro, ha da subito marcato la differenza con il passato, non solo recente. E se rivoluzione deve essere, già si possono scorgere i primi segni tangibili: al suo petto ciondolava una croce semplice, non dorata; senza stola; si è definito Vescovo di Roma, mai Papa e si è inchinato davanti alla folla chiedendo una preghiera per la sua missione, per il predecessore Benedetto XVI e una preghiera collettiva unita alla proposta di iniziare insieme un cammino di fratellanza, amore e fiducia reciproca. Una rivoluzione, questa, iniziata l’11 febbraio con la clamorosa rinuncia al soglio petrino di Ratzinger. Una scelta laica, di coraggiosa consapevolezza, di libertà intellettuale per permettere un ripensamento del governo della Chiesa. Il professor Mancuso, giovane teologo, analizzando la scelta di Ratzinger ha scritto: “Le dimissioni di Benedetto XVI possono condurre a una riforma della concezione monarchica e sacrale del papato nata nel medioevo, e riprendere la concezione più aperta e funzionale che il ruolo del papa aveva nei primi secoli cristiani? E’ difficile che ciò avvenga, ma rimane l’urgenza di rimettere al centro del governo della Chiesa la spiritualità del Nuovo Testamento, passando da una concezione che assegna al papato un potere assoluto e solitario, a una concezione più aperta e capace di far vivere nella quotidianità il metodo conciliare”. Sentendo le prime parole del nuovo Pontefice sembra che i cardinali abbiano agito in questo senso. Credo sia doveroso riconoscere i meriti di Benedetto XVI, un papa che, dopo Giovanni Paolo II il grande comunicatore, pur non riuscendo a conquistare i giovani e le masse, lui schivo per natura e dedito agli studi, lascia comunque un segno importante, per ora difficile da comprendere, ma che sarà sicuramente apprezzato dai posteri. Joseph M. Kraus, pseudonimo di un vaticanista tedesco, nel libro “Il perché di una scelta. Le parole di Benedetto XVI” edito dalla Fanucci Editore – Moralia, spiega con una chiusa quasi profetica: “Lui, il teologo accusato sin dal suo insediamento di essere un reazionario, legato a un passato apparentemente fuori dal mondo reale, diventa di colpo, il ribelle, colui che dinanzi alla deriva di una Chiesa passata da maestra di vita a peccatrice, da caposaldo della morale per tutto l’Occidente a una sorta di imputata per i tanti errori commessi nel corso della storia, passata e recente, dalla vicinanza al nazismo fino alla pedofilia, ferita ancora aperta sul suo costato, lascia l’abito e se ne va, come San Francesco”. Dunque in Vaticano, convivranno due papi e due Francesco, uno nascosto dal mondo, ritirato in preghiera e l’altro al timone della barca di Pietro, impegnato in una radicale riforma della Chiesa romana. Riformare la Chiesa, scacciare i mercanti dal tempio è un passaggio obbligato per tornare ad avere credibilità. La soluzione è a portata di mano: basta ritornare al Vangelo seguendo le indicazioni uscite dal Concilio Vaticano II. Non basta desacralizzare la figura del Pontefice per riuscire nell’opera; bisogna mettere fine alle divisioni, ai personalismi, al carrierismo, interni alla curia romana che deturpano, come diceva Ratzinger, il volto della Chiesa; condannare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; operare per la pace; accogliere non solo a parole l’altro, il diverso; predicare l’uguaglianza e la fratellanza; promuovere un serio processo ecumenico con le altre chiese cristiane; eliminare la collusione con qualsiasi potere, sia esso politico o finanziario; spezzare i legami con il mondo dell’economia. In fondo non si è sempre detto che il denaro è lo sterco del demonio? Dio e mammona non si possono conciliare. Nel libro “Lettera a una Chiesa che ha dimenticato Gesù” (Piemme, 2013) il regista Ermanno Olmi, da sempre attento ai temi della religiosità, ammonisce: “Ma tu, Chiesa dell’Ufficialità, sei una madre distratta, più sollecita nei fasti dei cerimoniali che nell’annunciare la prima di tutte le santità. Quella di coloro che credono in te anche soffrendo per le ingiustizie subite. Sono convinto che tutto l’Occidente – e questa nostra Italia sempre più sfiduciata e incapace di nuovi slanci – abbia bisogno di un supplemento d’anima. Quel Gesù di Nazareth, falegname e maestro, col suo esempio può farci ancora ritrovare la gioia di come spendere il bene prezioso della nostra esistenza. Invece tu, vecchia Chiesa che hai innalzato tanti altari di Cristo, sembri averlo dimenticato”. Il cineasta bergamasco, autore de“L’albero degli zoccoli”, si dice smarrito e tradito da una chiesa che ha aperto sportelli bancari anziché combattere l’idolatria del superfluo, che ha fatto di se stessa un dogma svilendo la sacra libertà della coscienza. Il compito che attende Papa Francesco non è semplice, chi crede pregherà per lui, ma anche chi è distante dalla Chiesa sicuramente gli dedicherà un augurio di buon lavoro.

    Emanuele Bellato

    14/03/2013

    Categorie: Attualità

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