Negli ultimi anni abbiamo assistito all’immobilismo più totale della politica del “tira a campare”. Tutte le riforme che gli Italiani attendono da decenni non sono state fatte e si è dato priorità ad interventi che non servono se non a peggiorare ulteriormente la situazione già assai grigia del paese. Per fare qualche esempio, giusto che è appena trascorsa la festa dei lavoratori, citiamo la riforma del mercato del lavoro del Governo Monti. A cosa è servita? Era proprio una riforma prioritaria per il paese? Servirà, come promesso, ad attrarre investimenti di capitali esteri? Con la scusa della crisi si è riusciti a far passare riforme, altrimenti improponibili in Italia, secondo prescrizioni provenienti dall’Eurotecnocrazia. Per attirare capitali esteri, gli investitori stranieri devono avere un certo margine di certezza che nel paese in cui investono viga uno stato di diritto, ovvero dove c’è certezza del diritto, dove i processi abbiano una durata congrua, dove la pubblica amministrazione non sia pesante e pletorica, dove non ci s’impiega oltre un anno per avviare un’attività d’impresa e magari dove nessuno si deve sentirsi fare “proposte che non può rifiutare”. La riforma della giustizia, della pubblica amministrazione e la lotta alle mafie e alla corruzione, dovrebbero pertanto essere fra le priorità per attrarre investimenti esteri. Sono le tipiche riforme quasi “a costo zero” che incidono direttamente sul PIL, senza appesantire l’indebitamento dello Stato. Ma niente di tutto questo è stato fatto. Ma anche durante il precedente Governo Monti, che si sarebbe dovuto occupare del “risanamento” del bilancio (si fa per dire, visto che siamo diretti verso un indice debito/PIL abbondantemente sopra il 130%), i nostri parlamentari potevano approfittarne per attuare alcune delle riforme politico-istituzionali di cui il paese aveva bisogno, a partire dalla legge elettorale, almeno per scongiurare il prevedibile risultato delle votazioni che ha portato oggi all’ingovernabilità, oltreché ad un insuperabile acuirsi dello scoramento fra classe politica e cittadino, che non può scegliere i candidati graditi e mandare in pensione per sempre chi ha mal governato. Il Big Senior del PD, Massimo D’Alema, in tempi non sospetti aveva già consigliato di modificare la legge elettorale prima del voto (clicca per leggere). La classe dirigente del paese non ha voluto modificare la legge elettorale, non per velleità, ma per calcoli elettorali, per lacerazioni interne e probabilmente per il semplice motivo che, consentendo al cittadino la possibilità di esprimere la propria preferenza sul singolo candidato, avremmo assistito a tutta una serie di eccellenti rottamazioni. Pur di non mollare la cadrega, gli scaltri politici senior (non di età, ma di idee), hanno preferito rischiare l’ingovernabilità del paese, che puntualmente si è verificata, piuttosto che salvaguardare gli interessi della Nazione. Ho il sospetto che il risultato elettorale, oltreché prevedibile, fosse già stato deciso a tavolino. Alludo alla frammentazione del voto che ha prodotto la candidatura di Mario Monti e della sua lista, che ipotizzo sia stata voluta proprio al fine di disperdere il voto, sottrarre consensi al PD, che non avrebbe avuto i numeri se non per costituire un nuovo governo di larghe intese, in continuità con l’agenda Monti. Il risultato di questa operazione, avvallata dagli opportunisti Fini-Casini, non era assicurato, ma possibile. Anzi, addirittura ci si aspettava una migliore performance elettorale dei Montiani, ma è comunque bastato per lo scopo. Mi pare lecito e legittimo sospettarlo. L’effetto conseguente dell’ingovernabilità si è accompagnato ad un’impasse istituzionale durante le disgustose e patetiche trattative di Bersani con il Movimento 5 stelle e la vicenda della nomina del Capo della Stato. Siamo arrivati al punto che Berlusconi in tutto questo caos pare lo “Statista” più credibile. Dopo che il popolo italiano, col voto o con il non voto (il partito dell’astensione è oggi il primo in Italia) ha denunciato le inettitudini e le velleità dei partiti negli ultimi 20 anni e dopo le pessime figure del PD delle ultime settimane, si è sollevata l’indignazione popolare al punto tale che siamo molto vicini al lancio dei pomodori nelle piazze. Chi se ne sta bello comodo a fare i giochi di palazzo, credo abbia finalmente percepito il livello di malcontento fra la gente comune e fra tutti coloro che si alzano la mattina presto per andare a lavorare con stipendi da fame, consapevolezza maturata ben prima della tragica sparatoria avvenuta di fronte a Palazzo Chigi il 28 aprile scorso. Ed è per questo motivo che, prendendo atto della loro inettitudine, i politici tutti hanno deciso di chiamare in lacrime il soccorso di Giorgio Napolitano. L’unico che dall’alto della sua credibilità poteva disciplinare i dissidenti e giustificare l’inciucio PD-PDL, garantendone la sopravvivenza. Sembra veramente una scena patetica, come un bambino spaventato dal buio che si aggrappa ai pantaloni del papà. Prima o poi i nostri cari politici dovranno fare i conti con il popolo sovrano, perché oggi per paura di sparire per sempre dalla scena politica italiana, si sono fatti scudo con Napolitano, ma alle prossime consultazioni, quando, voglio ben sperare, ci sarà una legge elettorale con possibilità di esprimere la preferenza, tutti i senior farebbero meglio a non presentarsi neanche, giusto per risparmiarsi la figuraccia di venire “trombati”. Nel caso questa attuale larga maggioranza che sostiene il Governo Letta, non dovesse approvare una nuova legge elettorale, con possibilità di esprimere una preferenza sui candidati e malauguratamente alle prossime, spero imminenti, votazioni ci trovassimo nuovamente di fronte all’ingovernabilità, non oso pensare a quanti forconi affolleranno le piazze di Roma. La misura è colma e non è più possibile sbagliare. Oltre questo c’è il baratro. Il Governo di servizio del Premier Letta, già dai primi giorni di vita, non promette niente di buono o di nuovo. Si notano già le prevedibili e insormontabili differenze sulla politica fiscale fra le due principali coalizioni di governo: il PDL vuole abolire l’IMU, mentre il PD è più propenso ad alleggerire le imposte sul lavoro. Tra l’altro il Presidente del Consiglio, nel suo discorso per ottenere la fiducia alle Camere, ha presentato un programma ambizioso, la cui realizzazione richiede decine di miliardi di euro, ma ha dichiarato che tutte le riforme saranno attuate a saldi invariati, ovvero senza ricorrere ad ulteriore indebitamento, seconda la nota formula anacronistica assai modaiola in tutta Europa del “rigore accompagnato a misure per la crescita”. La promessa di negoziare con l’Europa maglie più larghe nel bilancio per favorire la crescita è assolutamente insufficiente. Si parla di una concessione da parte della UE dello 0,5% di deficit sul PIL, che non ammonterebbe neanche a 10 miliardi di euro. Otto miliardi se ne vanno via con l’abolizione dell’IMU e la restituzione dell’imposta già versata, pena la caduta del governo, come minacciano i generali del PDL. Secondo i numeri dell’ex Ministro Fornero, occorrono 2,3 miliardi per la cassa integrazione nel 2013, sempreché la “Ministra don’t cry” non abbia per l’ennesima volta dato i numeri, come successe con il caso esodati. A proposito di esodati, anche sanare queste posizioni previdenziali avrà un costo, così come i promessi interventi della riduzione delle tasse sul lavoro (un punto di cuneo fiscale ammonterebbe a circa 3 miliardi). Per rilanciare un grande piano di sviluppo dovrebbero essere riformati i Trattati comunitari, non c’è altra via, tutto il resto sono velleità, toppe e pezze cucite qua e là, utili a ritardare l’implosione delle economie mediterranee europee e dell’euro. Poiché le premesse inducono a pensare che quello attuale non sia altro che una sorta di governo Monti, sottoposto ad un maquillage, battezzato dalla Santa Romana Chiesa (dove sono tutti i gay-friendly che hanno promesso le unioni civili in campagna elettorale?), con un vestitino nuovo più giovanile e femminile… per evitare un altro periodo di errori e velleità, tra il vedere e il non vedere, si prenda in considerazione la proposta dell’On. D’Alema di abrogare l’attuale legge elettorale: “Abolire subito la legge elettorale. Dopo si potrà discutere con serenità di tutto, ma intanto daremmo ai cittadini la certezza che potranno comunque scegliere i propri parlamentari”.  “Se c’è un’intesa, il governo può anche varare un decreto a riguardo. Così, anche se la legislatura non dura il tempo necessario per fare tutte le riforme, si può andare alle elezioni senza problemi”. Così ha dichiarato il leader storico targato PD in una recente intervista al Corriere della sera. La proposta D’Alema pare accolga la tesi secondo cui il vuoto normativo dovuto all’abrogazione della norma sarebbe colmato con l’applicazione della precedente legge elettorale, che lungi dall’essere la migliore possibile e dal garantire una maggioranza stabile, è senz’altro meglio di quella attuale (come sostiene lo stesso Premier Letta) e se non altro prevede la possibilità di scegliere i candidati. Non è dato sapere se l’ex Presidente della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali ignori le motivazioni della sentenza 13/2012 della Corte costituzionale che ha disposto l’inammissibilità dei referendum abrogativi della legge n. 270 del 2005, meglio nota come Porcellum, motivando la sua decisione di rigetto dei quesiti referendari «per evitare un vuoto legislativo» (clicca per leggere). Le critiche a questa tesi sono state già discusse in un articolo di Fabrizio Tonello sul Fatto Quotidiano (clicca per leggere), anche se ritengo che le valutazioni dell’autore non tengono conto che la stessa sentenza prevede che «sia la giurisprudenza della Corte di Cassazione e del Consiglio di Stato, sia la scienza giuridica ammettono il ripristino di norme abrogate per via legislativa solo come fatto eccezionale e quando ciò sia disposto in modo espresso». Pertanto, la proposta D’Alema non sarebbe del tutto avulsa, se nella norma di abrogazione del Porcellum fosse previsto in modo espresso il ripristino della precedente legge elettorale e motivato adeguatamente il carattere di eccezionalità del provvedimento. Ad ogni modo, se la questione fosse così dirimente da non poter essere risolta nemmeno con l’ausilio dei numerosi saggi, costituzionalisti ed ex Presidenti di Commissioni bicamerali per le riforme, sarebbe il caso che i politici si affrettino a partorire una nuova legge elettorale, prima che questo governo si sgretoli con i litigi sull’IMU e ci porti per la quarta volta a votare con il Porcellum. Rivolgo quindi ai Parlamentari e i protagonisti della scena politica italiana l’appello di intervenire su questa legge elettorale, al più presto, ora che siete tutti amici e andate tanto d’accordo, ora che siete “tutti insieme per governare il paese per il bene e l’interesse esclusivo della Nazione”. Lasciamo stare tutte le balle e le discussioni sui massimi sistemi elettorali, secondo cui nessuna legge elettorale garantisce un risultato certo e una maggioranza stabile in un sistema parlamentare a bicameralismo perfetto, si tratta solo di volontà politica. La riforma Fornero delle pensioni è stata approvata neanche in un mese. Datevi da fare.

    Alessandro Mura

    3/05/2013

    Categorie: Politica

    2 Commenti

    1. ugo scrive:

      Datevi da fare… Lo diresti a un gruppo di delinquenti che stesse cercando di forzarti la porta di casa per fare irruzione e rapinarti, o spereresti in un po’ di indolenza, in una buona dose di pigrizia e magari in un bel colpo di sonno? Ecco… Questi, meno si danno da fare meglio è. Se non fosse reato proporrei la distribuzione gratuita di congrue dosi di oppiacei tra le dirigenze, cosicché si assopiscano e la smettano di fare danno. Sarebbero soldi ben spesi, almeno quelli.

    2. ROMA – «Io non sarei così ostile a una continuazione della campagna elettorale» ma «cercando di informare i cittadini della realtà e andando, dopo aver cambiato la legge elettorale, immediatamente ad altre nuove elezioni». Lo dice Silvio Berlusconi ai microfoni di SkyTg24.«Io penso che, cambiando prima la legge elettorale naturalmente» e «acquisendo la consapevolezza dei cittadini su com’è veramente la situazione dell’Italia si potrebbe finalmente sperare di avere un popolo italiano che impari a votare».

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    • Chi è il moralista

      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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