Ho trovato molto tristi alcuni commenti di gioia che hanno accompagnato la morte di Giulio Andreotti, indiscusso uomo simbolo dell’Italia della prima Repubblica. Il fallimento tragico della classe politica attuale, assolutamente mediocre e dannosa, riabilita quasi in automatico  ciò che c’era prima. Ora che i morsi della fame si sono fatti più importanti, considerati i livelli di disoccupazione che opprimono il Paese, è forse possibile provare a ragionare all’interno di una cornice storica ampia che, pur non indulgendo sulle tante e tristi pagine di cronaca nera che hanno interessato in profondità anche la figura del Divo, riesca però ad emettere un giudizio freddo, sereno e scevro da pulsioni interessate o infantili che pretendono di interpretare fenomeni epocali con il bilancino striminzito e irritato del moralista che inneggia alla virtù per professione (pur essendone il più delle volte personalmente sprovvisto). Quando una politica può dirsi morale? Quando ha a cuore l’interesse dei cittadini. E la classe politica che ha governato l’Italia dal dopoguerra fino al 1992 può perciò di diritto fregiarsi del titolo di buona politica. L’Italia, paese povero e martoriato, divenne in pochi anni una delle principali potenze economiche al mondo. Un paese che ha visto il sedimentarsi di un importante ceto medio, simbolo di una società dinamica ancora in grado di concepire il merito quale strumento per accedere alle più alte responsabilità economiche, politiche, informative e sociali. Ma, dirà qualcuno, quel periodo storico, non a caso definito “’Età dell’oro” da J. Hobsbawn, fu il risultato straordinario di un saggio e lungimirante  equilibrio mondiale postbellico così come disegnato dalla conferenza di Bretton Woods fortemente influenzata dal genio di  Keynes. Questa lettura contiene solo una parte di verità: certamente le condizioni geopolitiche dell’epoca erano favorevoli e presentavano straordinarie opportunità. Non di meno però nulla avrebbe vietato alle classi dirigenti italiane di sbagliare tutto comunque, o trascinando il paese dentro la terribile esperienza sovietica o permettendo il riemergere di mai sopite pulsione autoritarie ancora vive nella Spagna di Franco e nel Portogallo di Salazar. Piaccia o meno il più straordinario periodo di benessere che l’Italia abbia mai vissuto combacia alla perfezione con il dispiegarsi della vita politica del senatore Giulio Andreotti. Altri sventurati dicono: “Il benessere fittizio di allora lo paghiamo oggi noi a causa della creazione di uno spropositato debito pubblico per finalità clientelari”. Una analisi falsa e spregevole sotto tutti i punti di vista. Il debito pubblico italiano esplode nel 1981 a causa della separazione tra Banca d’Italia e Tesoro, provvedimento scellerato che ha lentamente sfilato la leva monetaria dalle mani del pubblico per consegnarla ad un manipolo di rapaci affaristi privati in grado di svuotare le casse e demonizzare il ruolo dello Stato nell’economia. Le disgrazie di oggi sono figlie anche di quella scelta. Sarebbe poi il caso di smetterla di assecondare la diffusione di miti che non trovano nessun ancoraggio nella realtà. A partire dalla rituale fandonia che dipinge il debito pubblico quale fardello gravante sulle giovani generazioni ( clicca per leggere). Il demone che oggi ci schiaccia e ci violenta, prima che economico, è culturale e antropologico. Assistiamo impotenti ad un ribaltamento dei valori che ha già ucciso le fondamenta della società del benessere. Non ci scandalizza più la povertà, non la disuguaglianza, non l’esclusione sociale, non l’abbattimento dei diritti e neppure la  compressione del welfare. Nulla di tutto questo. Siamo solo ossessionati dall’idea che bisogna scovare e ridurre sul lastrico tutti quelli che, non lavorando al soldo del mercato privato, si annidano nei meandri del pubblico, luogo di perdizione per eccellenza, bordello amorale dove sguazzano anime dannate che vivono sulle spalle della gente operosa che insegue all’infinito il miraggio della competitività. A nessuno di questi scienziati viene in mente che licenziamenti e salari bassi comprimono la domanda interna che stimola la produzione e favorisce l’occupazione: troppo complicato. Meglio gridare contro gli sprechi della casta o l’accidia dei fannulloni. Cosa rimproveriamo infine ai politici della generazione di Andreotti? Forse la colpa di averci fatto assaggiare la ricchezza, ieri (e domani) esclusivo appannaggio delle classi aristocratiche? E’ questa la ragione che legittima gli odierni sacrifici? L’intima riluttanza del popolino minuto nell’auto-riconoscersi quale soggetto di diritto libero da vincoli di sudditanza nei confronti delle élite? E allora se così è, se cioè siete culturalmente schiavi e subalterni, continuate pure a sputare la mano di chi come Andreotti vi ha nutriti, mentre baciate adoranti quella di chi come Napolitano, Monti, Letta e compagnia vi bastona per redimervi dal peccato. In conclusione è giusto accennare ai rapporti con la mafia che hanno macchiato indelebilmente la memoria storica di Andreotti. Esistono politici che ambiscono a cambiare l’esistente sospinti da una fortissima carica ideale e ne esistono altri che, invece, esasperano il concetto di realpolitik fino a farvi ricomprendere comportamenti assolutamente inaccettabili. Andreotti era un uomo che apparteneva alla seconda categoria. La mafia, già assoldata dagli americani per favorire lo sbarco in Sicilia, è sempre stata utilizzata e tollerata dal potere centrale in funzione anticomunista. La politica del “contenimento vigile” (quando non complice), iniziata nel dopoguerra e conclusasi con le stragi corleonesi, non l’ha inventata Andreotti che, al massimo, ne è stato soltanto uno degli interpreti più fedeli e importanti. Il nodo increscioso che ha riguardato e riguarda i rapporti fra la mafia e lo Stato italiano non è perciò superabile attraverso il rito dell’autoassoluzione collettiva che passa attraverso la flagellazione del solo zio Giulio. Basta rileggersi nomi e  protagonisti della famosa inchiesta di Palermo sulla trattativa Stato-mafia per rendersene conto. Oramai anche le pietre sanno che l’offensiva mafiosa che costò la vita ai magistrati Falcone e Borsellino fu pensata anche per punire un Andreotti ritenuto non più affidabile da Cosa Nostra. Resta comunque ancora in sospeso la domanda principale: chi ha tratto politicamente vantaggio dall’offensiva mafiosa dei primi anni novanta? Una domanda che le nostre migliori penne, guarda caso, non si fanno mai. Addio senatore Giulio Andreotti.

    Francesco Maria Toscano

    8/05/2013

    Categorie: Editoriale

    12 Commenti

    1. Diego scrive:

      Personalmente avrei intitolato l’articolo “in memoria della prima repubblica”, mi sarebbe sembrato più coerente col contenuto e anche più condivisibile.

      Questo spregevole personaggio (che mi auguro bruci all’inferno) incarna tutto il male dei decenni che seguirono il conflitto mondiale. Le tanti luci che giustamente invochi a proposito di questa fase storica non mi pare possano modificare il giudizio su questa figura.

      Che sia stato un “gigante”, soprattutto raffrontato al marciume attuale mi pare lapalissiano, come è lapalissiano che non sia stato un “gigante buono”

    2. ampul scrive:

      Ma perché dovrebbe bruciare all’inferno? Non amo la politica “all’andreotti” ne l’odierna (mortale come una metastasi!), ma il dato di fatto è che i tempi scorsi furono di benessere per tutti, oggi appannaggio di “alcuni”. E ancora non abbiamo visto niente!

      Poi personalmente ti dico, quando un uomo ha il potere, deve anche saper dialogare con tutte le forze in campo, siano esse virtuose o soltanto congeniali.
      E tu, caro Diego, come me e la maggior parte di quelli che oggi gli inveiscono contro, non ne sappiamo nulla. Di POTERE!

      Bell’articolo!

      • Diego scrive:

        si ma infatti ribadisco, se non sono stato chiaro, che è giustissimo sottolineare i tempi in cui il benessere era alla portata di un elevato numero di cittadini (come pure bene fa Francesco a censurare quelli che “Il benessere fittizio di allora lo paghiamo oggi noi a causa della creazione di uno spropositato debito pubblico per finalità clientelari”).

        Però davvero mi sembra azzardato legare a filo doppio, lasciando intendere quasi un rapporto di causa-effetto, tra la migliore politica della prima repubblica con la figura del gobbaccio infame, che invece ne esprime il peggio, quando Francesco dice “Piaccia o meno il più straordinario periodo di benessere che l’Italia abbia mai vissuto combacia alla perfezione con il dispiegarsi della vita politica del senatore Giulio Andreotti.”

    3. vincenzo scrive:

      il potere non necessariamente deve essere colluso con la mafia, di quale potere parliamo????

    4. Gianluca scrive:

      http://www.youtube.com/watch?v=AaSHVsGUqMA
      http://www.youtube.com/watch?v=7qncKNY0Jgw
      miserabile è un complimento se detto da un pennivendolo che difende un tizio che ha reso schiava l’Italia dell’alta finanza Americana…
      ….” Oramai anche le pietre sanno che l’offensiva mafiosa che costò la vita ai magistrati Falcone e Borsellino fu pensata anche per punire un Andreotti ritenuto non più affidabile da Cosa Nostra…” Chieda a Imposimato o a Paolo Borsellino chi c’è dietro. Da assiduo lettore del suo blog non mi aspettavo ne un articolo del genere ne un commento così mediocre. W Pasolini

      • il Moralista scrive:

        Ma, fammi capire, tu vieni sul mio blog e, senza argomentare, scrivi “vergogna”. Cosa vuoi che ti risponda? Il tuo è l’atteggiamento tipico di un miserabile e così ti ho scritto. Quanto al “pennivendolo”, oltre che miserabile sei pure un meschino diffamatore. Io infatti scrivo gratuitamente e per passione. Oltre che miserabile, meschino e diffamatore, sei infine anche cretino: leggi ma non capisci quello che c’è scritto. Io non ho difeso proprio nessuno. Quello che tu non capisci, perché limitato e infantile, è che ridurre 50 anni di connivenza Stato-mafia alla sola figura di Andreotti è un falso storico che serve solo come rito autoassolutorio ad una intera classe politica che, non meno responsabile di zio Giulio, trova ancora l’ipocrita coraggio di presenziare alle commemorazioni di Falcone e Borsellino. Nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia che, secondo gli investigatori, costò la morte a Paolo Borsellino (oramai, nonostante il tuo macabro invito, credo cha sarà difficile fargli qualche domanda ottenendo risposta) sono stati sentiti a vario titolo personaggi come Conso, Mancino, Violante e Scalfaro, tutti guarda caso campioni dell’antimafia storicamente inclini, come te, a valutare il fenomeno limitandosi a tirare in ballo Andreotti. Mi dispiace caro mio, non è il mio modo di fare informazione. Se non ti piace cercati un altro blog da leggere, me ne farò una ragione. Compra “il Caso Genchi”, prova a capire perché le bombe del 1993 le misero proprio nelle chiese di San Giovanni e San Giorgio e poi, depurato dalla tua insolenza, ripassa pure.

    5. Calogero Casano scrive:

      Se mi avessero detto che un giorno sarei arrivato a rimpiangere Andreotti non ci avrei creduto mai ; ebbene si ,da semplice cittadino rimpiango Andreotti ;

    6. ugo scrive:

      Sarà… Personalmente rimango convinto che OGNI dirigente sia darwinianamente selezionato tra coloro che hanno le migliori capacità e le peggiori intenzioni tra i membri della specie umana. Per questo, visto che la selezione avviene tra milioni di individui, anche solo immaginare un dirigente ammirevole è… poco ammirevole, giacché indica ammirazione per una persona dalle grandi capacità e dalle pessime intenzioni (alias per un intelligentissimo bastardo).
      Detto questo, volendo applicare il rasoio d’Occam e non avendo conoscenza personale dell’individuo defunto, quando la notizia della dipartita del nostro mi ha raggiunto, ho stappato una delle bottiglie di buon brachetto che tengo da parte per le occasioni come questa (che mi auguro numerose e frequenti, in un crescendo rossiniano). Ho infangato la memoria di qualcuno? Non credo. Ho semplicemente riscontrato che chi sceglie di guidare su strade fangose finisce giocoforza per infangarsi. Anzi, che sotto sotto vuole infangarsi (evidentemente perché gli conviene).

    7. Gianluca scrive:

      caro blogger “Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso per correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere, come Nixon, trascinati sul banco degli imputati. […] E quivi accusati di una quantità sterminata di reati […]: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione di denaro pubblico, intrallazzzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punire gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza)”…Un bacione. W PASOLINI

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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