In questi giorni Papa Francesco ha espresso un concetto fondamentale passato sotto colpevole silenzio: “Il linguaggio ipocrita e politicamente corretto è anticristiano”, ha detto il Vescovo di Roma. Una analisi stringata ma vera ed efficacissima. Di fronte al dilagare di politiche economiche ispirate all’eugenetica di hitleriana memoria, quindi, gli uomini che reagiscono a mezza bocca, che invitano a “non esasperare gli animi e ad “abbassare i toni” si pongono volontariamente su un piano di contiguità con le aspettative del maligno. Il circuito giornalistico cosiddetto mainstrem, anziché tuonare contro le crescenti ingiustizie additando con precisione e coraggio colpe e omissioni di un sistema di potere violento e infingardo, preferisce battere la via comoda dell’annacquamento, del sospiro, dello smussamento ideale che si limita ad esprimere metallico cordoglio per le vittime indifese di questo nuovo genocidio europeo senza mai però schierarsi apertamente dalla parte dei colpiti  in preda all’indignazione. Spesso si rimprovera alla Chiesa del passato, quella dei tempi del Papa Re, di avere giustificato e perfino ispirato e promosso la condanna a morte di personaggi pericolosi per il mantenimento di un pacifico e ossequioso ordine sociale. Sentenze da fare poi ipocritamente eseguire dal boia incaricato dall’imperatore vigente. Scrive San Tommaso D’Aquino in Summa Theologiae: “Se un uomo è pericoloso per la comunità, e per qualche peccato è causa della sua rovina, lodevolmente e giustamente lo si uccide, affinché sia conservato il bene comune”. Una visione certamente superata nonché già contestata con solidi argomenti da Cesare Beccaria in “Dei delitti e delle pene”. Ma il pensiero di Tommaso D’Aquino, circa la giusta sanzione da irrogare contro “uomini pericolosi per la comunità che attentano al bene comune”, è comunque significativa. Spezza infatti la falsa percezione che scambia il messaggio autenticamente cristiano ed evangelico con la prassi curiale, ambigua e felpata, spesso appannaggio di flotte di ignavi che recitano lo stesso rosario tanto alle vittime quanto ai loro indegni carnefici. Questo lungo preambolo serve a introdurre il cuore del ragionamento che mi accingo ad affrontare. Dato per scontato che esiste una èlite perversa che  promuove politiche volte a destrutturare la vita dei ceti medi e proletari (chiaramente composta da uomini pericolosi che attentano al bene comune per dirla con San Tommaso), obbligo del buon cristiano non è quello di benedire la mano che bastona ma di creare le condizioni per mettere i torturatori nella condizione di non nuocere. Chi utilizza l’autorità per perseguire finalità spregevoli non esercita mai, per sua stessa scelta, un comando legittimo ma, di contro, assume sgraziatamente le sembianze del tiranno (clicca per leggere). Ma oggi vorrei approfondire il ruolo di altre figure, non meno disgustose, che anche non ricoprendo direttamente responsabilità politiche nell’attuale processo di schiavizzazione strisciante in danno dei popoli europei, forniscono oggettivamente un contributo logistico decisivo per il definitivo imporsi del neonazismo tecnocratico dominante. Penso ad elementi come l’ambasciatore Sergio Romano, non a caso spesso presente alle riunioni di società paramassoniche come la Trilateral Commision che costituiscono il braccio armato profano di un progetto involutivo elaborato da una aristocrazia dello spirito soffocante ma apparentemente senza volto. A pagina 36 del Corriere della Sera di oggi è possibile leggere un interessante scambio di opinioni tra il presidente della Consulta Franco Gallo, autore de “L’uguaglianza tributaria”e il sopraccitato diplomatico. Tutto parte da un pezzo scritto da Romano per “La Lettura” (inserto del Corriere della Sera, ndm) del 26 Maggio contenente critiche mediocri e infantili all’indirizzo dell’opera del Presidente Gallo, inopinatamente bollata quale “espressione di un cultura degli eguali degna di un ideologo no global”. Ogni schiavista che si rispetti, qualifica che Romano merita sul campo ogni giorno di più,  notoriamente non tollera la visione del subordinato sprovvisto di catene e anello al naso. Ma il povero Romano, sacerdote a difesa del pensiero unico neoliberista pagato per intimidire chiunque provi a rimettere al centro del dibattito concetti come uguaglianza, diritti, dignità e democrazia, questa volta ci ha sbattuto il muso. Senza farsi per nulla influenzare dai paralogismi a gettone utilizzati da Romano per screditarsi inconsapevolmente da solo, il Presidente Gallo ha infatti deciso di prendere carta e penna per rimandare indiscutibilmente a cuccia il noto maggiordomo di consessi elitari come quelli fondati dal miliardario Rockefeller. Scrive Gallo: “La rassicuro sulla mia adesione alle classiche teorie liberali distributive che vedono nella proprietà un diritto fondamentale dell’individuo, bilanciabile con i diritti sociali e, perciò, limitabile dalla legge (…). Il solco in cui mi muovo non è del tutto originale. E’ quello tracciato da filosofi e giuristi come Rawls, Dworkin, Murphy e Nagel ed economisti come Sen, Stiglitz, Kugman  Musgrave e altri ancora. I quali (…) pongono l’accento in conflitto con gli epigoni di Von Hayek sulla giustizia distributiva, sulla funzione mediatrice dello Stato e, soprattutto, annoverano la politica tributaria tra gli strumenti di distribuzione, senza negare per questo l’importante funzione del mercato”. Demistificato in via preliminare il goffo e manicheo tentativo di Romano di spingere alcune analisi di buon senso nell’angusto spazio riservato a chi prova nostalgia per il vecchio socialismo reale o subisce il fascino dei più moderni movimenti catalogabili sotto la voce “no global”, Gallo assesta poi  il colpo del definitivo kappaò: “Gli economisti non neoliberisti cui ho fatto riferimento ci ricordano sempre più spesso i vantaggi dell’uso del tributo in funzione distributiva, anche ai fini della crescita. Stiglitz, ad esempio, insiste da tempo nel sottolineare che è oramai screditata la tesi secondo cui la concentrazione delle ricchezze produce effetti vantaggiosi a cascata su tutta la società. Egli evidenzia, al contrario, che sono proprio le carenze distributive e l’eccessiva concentrazione che, riducendo i consumi e la produttività, deprimono la crescita e rendono il sistema nel complesso meno efficiente. Evidentemente, alla base delle affermazioni di questi economisti, sta (…) l’idea che una società fondata ancora sul mito della auto- limitabilità della proprietà e priva degli interventi di uno Stato distributore si ridurrebbe inevitabilmente ad una società pre-borghese, regredita alla fase precedente alla Rivoluzione francese (…). Nelle moderne democrazie”, conclude con arguzia il Presidente Gallo, “l’intervento pubblico (…) è indispensabile non solo per attuare, attraverso  lo strumento fiscale, la ripartizione dei carichi pubblici secondo il principio di equità distributiva e superare gli eccessivi egoismi del marcato, ma anche per adottare politiche concrete per lo sviluppo da Lei auspicate (…). Di fronte ad un ragionamento di tale chiarezza e geometrica potenza, al povero Romano, con le orecchie abbassate e la coda in mezzo alle gambe, non resta che farfugliare qualche imbarazzata giustificazione: “Se ho dato l’impressione di considerare il suo libro quello di un potenziale ideologo dei diversi movimenti no global ne sono spiacente. Non era nelle mie intenzioni”, esordisce il Romano con fare vagamente paraculo per poi tentare una impervia arrampicata sugli specchi proibitiva perfino per il Messner migliore: “(…)Ho l’impressione che il nostro scambio di idee ripeta ciò che accade abitualmente nel mezzo di tutte le grandi crisi economiche, soprattutto quando hanno pesanti ricadute per una parte della società. Vi è chi pensa che occorra meglio distribuire ciò che rimane di una ricchezza fortemente intaccata dalla crisi. E vi è chi pensa che la vera soluzione consista nel ricercare nuovi mezzi per ricominciare a produrre ricchezza”. Un vaniloquio, squallido e inconcludente, degno di un sofista da quattro soldi. Chi sarebbe quello proteso a promuovere la crescita? Tu Quoque  ambasciatore Romano? Acritico difensore di tutte le misure di austerità che hanno gettato l’Europa intera in recessione bruciando una ricchezza inestimabile? Mentre invece chi come Gallo riporta le analisi di Krugman, Stiglitz e Sen denoterebbe una certa indifferenza verso i destini della nostra economia in quanto troppo impegnato nel rincorrere il mito dell’uguaglianza sostanziale? Possibile che Sergio Romano non provi un minimo di vergogna nello scrivere cose strampalate e sconnesse che, in un Paese serio, provocherebbero il licenziamento in tronco di qualsiasi editorialista di provincia? Al prossimo incontro della Trilateral, egregio Romano, si faccia consigliare qualche testo di macroeconomia da qualcuno che ne sa più di lei. Ad occhio, probabilmente tutti.

    Francesco Maria Toscano

    5/06/2013

    Categorie: Editoriale

    Un commento

    1. ampul scrive:

      Bravo! L’indecenza che circonda questi figuri ormai non ha limite! Cosa t’aspetti da chi ha promosso inchieste “fuffa” come “La Casta” di Rizzo e Stella, dove si lavano alcune coscienze dietro la finta denuncia di sperperi e privilegi vari!?
      Cavalcando la opinione pubblica che vuole lo stato sporco e cattivo?!! Questi sono criminali, non riesco a vederne di peggiori!

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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