“ (…)La guerra civile? Che significa? C’è forse una guerra straniera?Forse che le guerre tra uomini non sono tutte guerre tra fratelli? La guerra non si qualifica che dal fine; non ci sono né guerre straniere, né civili, ma guerre giuste o ingiuste. Fino al giorno in cui verrà stretto il gran patto umano, la guerra sarà necessaria, quella almeno che deriva dallo sforzo dell’avvenire che si affretta contro il passato che si attarda. E cosa si può rimproverare a una simile guerra? La guerra non diventa vergogna, la spada non si muta in pugnale che quando assassina il diritto, il progresso, la ragione, la civiltà, la verità; allora la guerra, sia civile o straniera, è iniqua e si chiama delitto. Al di fuori di quella santa cosa che è la giustizia,con qual diritto una specie di guerra ne disprezzerebbe un’altra? Con quale diritto la spada si Washington rinnegherebbe la picca di Camille Desmoulins? Tra Leonida contro lo straniero e Timoleone contro il tiranno, chi è il più grande?Uno è il difensore, l’altro il liberatore. Dobbiamo vituperare ogni appello alle armi all’interno di una città, senza badare allo scopo? In tal caso segnate d’infamia Bruto, Marcello, Arnold de Blankenheim, Coligny. La guerra nelle macchie, nelle vie? E perché no? Era la guerra d’Ambiorige, di Artevelde, di Marnix, di Pelagio. Ma Ambiorige lottava contro Roma, Artevelde contro la Francia, Marnix contro la Spagna, Pelagio contro i Mori, tutti contro lo straniero. Ebbene, la monarchie è lo straniero; l’oppressione, il diritto divino sono lo straniero. Il dispotismo viola la frontiera morale, come l’invasione la frontiera geografica; scacciare il tiranno o scacciare l’inglese, significa in entrambi i casi recuperare il proprio territorio. Viene il momento il cui la protesta non basta; dopo la filosofia è necessaria l’azione: la viva forza compie ciò che l’idea ha sbozzato; Prometeo incatenato comincia, Aristogitone finisce; l’Enciclopedia illumina gli animi, il 10 agosto li elettrizza. Dopo Echilo, Trasibulo; dopo Diderot, Danton. Le moltitudini hanno la tendenza ad accettare un padrone; la massa viene spesso presa dall’apatia, una folla si adagia volentieri nell’obbedienza. Bisogna scuotere gli uomini, spingerli, strapazzarli, per lo stesso beneficio della loro liberazione, ferire i loro occhi con la verità, scagliare su di loro la luce a terribili fasci. Per la loro stessa salute hanno bisogno di essere un po’ fulminati; il bagliore li risveglia. Da ciò la necessità delle campane  a martello e delle guerre. E’ indispensabile che sorgano dei combattenti eroici che illuminino le nazioni con l’audacia, e scuotano la triste umanità offuscata dal diritto divino, dalla gloria cesarea, dalla forza, dal fanatismo, dal potere irresponsabile delle maestà assolute; turba assolutamente intenta a contemplare nel loro splendore crepuscolare quei tetri trionfi della notte. Abbasso il tiranno! Ma come? Di chi parlate? Chiamate tiranno Luigi Filippo? No; e nemmeno Luigi XVI. Furono entrambi ciò che la storia usa chiamare buoni re; ma i princìpi non si frazionano, la logica del vero è rettilinea, la verità non usa compiacenze. Non c’è dunque nessuna concessione possibile;ogni usurpazione sull’uomo deve essere repressa; in Luigi XVI c’è il diritto divino, in Luigi Filippo il “perché Borbone”, entrambi rappresentano, in una certa misura, la confisca del diritto, e bisogna combatterli per distruggere l’usurpazione universale; è inevitabile, perché tocca sempre alla Francia l’iniziativa. Quandoca de il padrone in Francia, cade dappertutto. Insomma ristabilire la verità sociale, rendere il suo trono alla libertà, all’uomo la sovranità, riporre la porpora sulla testa della Francia, ristabilire la ragione e l’equità nella loro pienezza, sopprimere ogni genere di antagonismo, rendendo a ciascuno quanto gli appartiene, distruggere l’ostacolo che la monarchia oppone all’immensa concordia universale e ricollocare il genere umano a livello con il diritto; quale causa più giusta, e di conseguenza quale più nobile guerra? Simili guerre edificano la pace. Un’enorme fortezza di pregiudizi, di privilegi, di superstizioni, di menzogne, di vessazioni, di abusi, di violenze, di iniquità, di tenebre, si erge ancora sul mondo con le sue torri d’odio. E’ necessario buttarla giù e far crollare quella massa mostruosa. Vincere ad Austerlitz è cosa grande, ma prendere la Bastiglia è cosa immensa (…).

    Victor Hugo

    Parte quarta, libro tredicesimo, de “I Miserabili”

    9/06/2013

    Categorie: Cultura

    Un commento

    1. ampul scrive:

      Qualcuno mi disse una volta, parlandomi di Schlegel, che la storia è come un testimone che passa di mano in mano, di popolo in popolo, di età in età…

      Sarà davvero così!

      Bravo.

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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