Come ampiamente previsto nel pezzo pubblicato ieri, la Consulta ha dato torto a Berlusconi su tutta la linea (clicca per leggere). In molti credevano che, vista l’indiscussa influenza che il Capo dello Stato esercita sulla Corte Costituzionale (Il Presidente della Repubblica tra l’altro, a norma dell’art. 135 Cost., nomina un terzo dei componenti della Consulta), gli ermellini avrebbero trovato il modo di partorire una decisione pilatesca per non dare un dispiacere troppo grande a Re Giorgio Napolitano. E’ nota infatti l’immane fatica con la quale il nostro riconfermato Presidente è riuscito a dare vita ad un nuovo governo consociativo, sostanzialmente identico a quello precedente guidato dal funesto Monti, nonostante gli italiani avessero mandato attraverso il voto un segnale chiaro nella direzione del sospirato cambiamento. Marzio Breda, ventriloquo quirinalizio che scrive per il Corriere della Sera, non a caso fa trapelare sul giornale di oggi una notizia volta a palesare il “forte disappunto” del presidente Napolitano che più volte, evidentemente in maniera vana, avrebbe invitato i giudici ad attenersi ad uno “scrupoloso equilibrio”. Fuori dai denti, traducendo il linguaggio aulico utilizzato da alcuni corazzieri che si spacciano per giornalisti, la faccenda è molto chiara. La Corte Costituzionale, già protagonista di una sentenza molto criticata ( tra l’altro da giuristi di chiara fama come Franco Cordero) destinata  a giudicare prevalente la tutela della privacy del Presidente Napolitano anche rispetto ad una possibile violazione dei più elementari diritti di difesa, non se l’è sentita di commettere una ulteriore forzatura in ossequio al rispetto di una presunta “ragion di Stato”. La credibilità della Corte, in caso contrario, ne sarebbe uscita irrimediabilmente compromessa. In questo modo invece, colpendo un bersaglio in declino come Berlusconi, la Corte ottiene due risultati parimenti soddisfacenti: da un lato si ri-legittima di fronte alla pubblica opinione attraverso un pronunciamento che appare immune da logiche che non riguardino il diritto in senso stretto; dall’altro contribuisce a scavare la fossa ad un Silvio Berlusconi divenuto scomodo e inservibile agli occhi di una massoneria reazionaria continentale che osserva con crescente fastidio le oramai numerose sortite del Cavaliere volte a demistificare le finalità occulte contenute nelle famigerate politiche del rigore. Non bisogna mai dimenticare che Berlusconi, pur iniziato massone direttamente dal Gran Maestro “emerito” Giordano Gamberini alla fine degli anni ’70 (clicca per leggere), non è mai stato accettato dal gotha sovranazionale della massoneria elitaria. Non a caso il cosiddetto “salotto buono” della finanza italiana (termine delicato destinato ad esprimere lo stesso concetto) ha sempre considerato Berlusconi, alla luce del sole, alla stregua di un arricchito e volgare parvenu. L’Avvocato Gianni Agnelli, uomo di raro cinismo nonché appartenente al primo cerchio del potere globale, sintetizzò perfettamente i rapporti che intercorrono tra i vertici della massoneria e il piduista semplice Silvio Berlusconi con una battuta tagliente tipica del personaggio. In prossimità delle elezioni politiche del 1994, l’Avvocato, riferendosi a Berlusconi, si espresse in questi termini: “Se perde, perde solo. Ma se vince, vince per tutti”. Circostanza tra l’altro riportata anche da  Paolo Guzzanti nel suo libro “Guzzanti Vs De Benedetti” (Aliberti Editore). A questo punto al Cavaliere ammaccato rimangono fondamentalmente due strade: o decide di far saltare subito il tavolo spingendo per nuove elezioni da trasformare in un ring velenoso e mortale da affrontare all’arma bianca; oppure si fida dei tanti “consigliori” che in queste ore, alcuni in buone fede altri meno, gli consigliano prudenza in attesa della pronuncia di una “Cassazione nella quale è lecito riporre fiducia”. Particolare speranza, ad una lettura più attenta, susciterebbe poi la figura del Presidente della Suprema Corte, Giorgio Santacroce, descritto come uomo che vanta rapporti di estrema cordialità con l’ex ministro berlusconiano Cesare Previti (clicca per leggere). Ho l’impressione che i margini di manovra siano per Berlusconi divenuti terribilmente stretti. Il capo del Pdl ha assicurato che la sentenza di ieri “non inciderà affatto sulla tenuta del governo Letta”. Probabilmente, nell’attesa di assorbire l’ennesimo colpo, il Cavaliere si limiterà a dare mandato ad alcuni pasdaran del Pdl al fine di aumentare il livello di tensione con il governo su faccende divenute oramai simboliche come la soppressione dell’Imu e il mancato aumento dell’Iva. Nulla di più. Comprensibilmente impaurito, l’ex premier subisce di sicuro la tentazione di dare credito alle “rassicurazioni” dei tanti pontieri che invocano “prudenza”. In questa fase Berlusconi farebbe invece bene a riguardare attentamente una delle scene più suggestive del film capolavoro “Il Padrino” diretto da Francis Ford Coppola e ispirato dall’omonimo romanzo scritto magistralmente da Mario Puzo: “Ricordati Mike”, spiega il vecchio Don Corleone al figlio, “chi avanzerà la proposta di Barrese quello è il traditore”. Chi vuole regolare una volta per tutte i conti con il Cavaliere naturalmente ambisce a finirlo nel sonno. Non è infatti possibile congelare la forza di reazione che Berlusconi può ancora mettere in campo senza far maturare nella mente dell’imprenditore brianzolo l’idea che alla fine, anche questa volta, “tutto s’aggiusta”. Ma questa volta, caro Berlusconi, vedrai che non si aggiusterà proprio nulla. E gli amici di un tempo, sedimentato il nuovo scenario, ti volteranno le spalle con la stessa rapidità con la quale tu le voltasti a Bettino Craxi poco più di un ventennio fa. Da Giuda a Bruto è quasi sempre un amico stretto quello destinato a sferrare il colpo decisivo e mortale. Alle condizioni date, quindi, valutando cioè razionalmente il quadro senza farsi condizionare dall’emotività, a Berlusconi restano fondamentalmente soltanto due opportunità: o morire in battaglia o morire e basta. Tertium non datur.

    Francesco Maria Toscano

    20/06/2013

    Categorie: Editoriale

    3 Commenti

    1. ampul scrive:

      Ecco che “qualcuno” spiega esattamente come stanno le cose!

      La verità adesso l’avete cari moralisti… Continuare a credere altre fandonie non è dato!

      Moralista come al solito riesci a fotografare il potere per com’è.

      Mi viene in mente una canzone di battiato (a proposito Crocetta ha dovuto obtorto collo espellerlo dalla giunta… le troie ce le aveva in casa!!): “niente è come sembra…”

    2. [...] sul piano personale, si sussurra, altrettanto quanto il padre. Difficile però pensare che Silvio (ormai è tornato nominabile) si ritiri a far vita da nonno di giorno e da bungabunghista di [...]

    3. [...] anticipato, poteva solo scegliere se morire in battaglia o consegnarsi senza opporre resistenza (clicca per leggere). Ha scelto di fatto la seconda strada, limitandosi ogni tanto ad inviare qualche segnale obliquo [...]

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    "nella mia vita ho conosciuto farabutti che non erano moralisti ma raramente dei moralisti che non erano farabutti." (Indro Montanelli)


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    • Chi è il moralista

      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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