Non so se sia un’opinione condivisa, ma – secondo me – i giornali sportivi a fine campionato sono molto più interessanti che durante la stagione calcistica. Il motivo è presto detto, i veleni, le vittorie, le sconfitte e le delusioni lasciano lo spazio a nuove speranze. Nel periodo estivo c’è il calciomercato, partenze ed arrivi fanno sognare la grande comunità dei tifosi. Si spera nel colpo grosso di mercato, ovvero il top-player oppure che il campione preferito continui ad indossare la maglia della squadra del cuore, e soprattutto qualsiasi club, dal più piccolo al più blasonato, può ambire al sogno scudetto. E poi c’è la tradizione dei ritiri pre-campionato, delle presentazioni dei giocatori e delle nuove maglie. Inoltre quest’anno si svolge la Confederations Cup, un’occasione per gli sportivi di osservare ed apprezzare talenti in erba e le “magie” dei campioni già affermati, in un clima rasserenato e senza l’ansia della divisione in fazioni. Uno di questi talenti è sicuramente il nostro Mario Balotelli, il calciatore più in forma della pattuglia azzurra sbarcata in Brasile. Nell’editoriale di “Tuttosport” di oggi (venerdì 21 giugno) Tony Damascelli scrive: “Balotelli Mario è un naufrago sulla zattera lasciata alla deriva da Prandelli. Da solo in attacco, bandiera tricolore piantata nel territorio altrui, contro i difensori avversari che altro non aspettano per molestarlo, provocarlo, già sapendo delle reazioni infantili, sanguigne del SuperMario nazionale”. Ora conosciamo tutti il carattere ribelle di Balotelli, ma non è questo il punto. Damascelli, usa da giornalista esperto quei toni retorici che infiammano l’immaginazione degli sportivi. Balotelli è paragonato ad una “bandiera tricolore” e Mario non è solo Super, ma è anche “nazionale”. Ha ragione Damascelli, in un periodo dove per fortuna le competizioni tra nazioni si svolgono in campi di calcio e non più in campi di battaglia, Balotelli, rappresenta l’Italia, la bandiera tricolore da tenere alta, il vanto di milioni di italiani in patria e all’estero. C’è però un piccolo particolare da ricordare. Balotelli, classe 1990, nato a Palermo da genitori ghanesi, è diventato cittadino italiano solo nel 2008. Insomma, il nostro “eroe” moderno, ha dovuto aspettare il compimento del 18° anno di età per ottenere la cittadinanza italiana. Durante la cerimonia per la consegna della carta d’identità dichiarò: “Sono italiano, mi sento italiano, giocherò sempre con la Nazionale italiana”. Se pensiamo che ci sono italiani che non si sentono tali, il caso Balotelli, a qualsiasi persona di buonsenso, appare come una vicenda indegna per un Paese civile, o almeno che si crede tale. Sempre restando nel mondo del calcio, un altro nuovo italiano di belle speranze, è Angelo Ogbonna, al centro di un’importante trattativa di mercato tra le due sponde del Po, quella granata e quella bianconera. Il terzino nel giro della nazionale azzurra, capitano del Torino, figlio di genitori nigeriani, il padre venne in Italia a studiare Architettura a Venezia, è nato nel 1988 a Cassino. Anche lui si considera italiano, ha addirittura rifiutato la convocazione della nazionale nigeriana, ma ricordando la sua infanzia ed adolescenza, pur riconoscendo di non essere mai stato discriminato, ha più volte dichiarato alla stampa:“Sono stato un ragazzo senza diritti perché non avevo un pezzo di carta”. Ebbene questi sono solo due esempi di persone che ce l’hanno fatta. Però quanti sono i talenti e i cervelli che l’Italia si lascia sfuggire? Scrive Roberto Saviano su L’Espresso (“Lezione americana sullo ius soli”, 30 maggio 2013): “Sono un milione i ragazzi nati in Italia, che parlano italiano, che sono italiani ma che non hanno la cittadinanza. Vivono con permessi di soggiorno, se non studiano e non lavorano diventano clandestini. Sono talenti per il Paese, se perdiamo questi cittadini, perdiamo un valore aggiunto morale ed economico”. Per progredire il mondo ha sempre avuto bisogno di “uomini nuovi”, privarsene sarebbe oltre che stupido anche autolesionista. Se ne stanno accorgendo persino autorevoli esponenti leghisti, da Maroni a Zaia. Non illudiamoci troppo però, la loro apertura è solo per una discussione ed è volta perlopiù a mettere paletti. Infatti parlano di esami, punti, giuramenti etc… per ottenere la cittadinanza. La cittadinanza per chi nasce in Italia non è un premio, ma un diritto, un atto di civiltà dovuto.
Emanuele Bellato
Sento impellente la necessità di pronunciarmi contro lo ius soli, se non altro per bilanciare questa pagina, che non condivido. Aggiungo che le “esigenze” espresse nel testo sono la conseguenza di scelte sbagliate (la politica delle frontiere aperte), da affrontare a monte. Lo ius soli sarebbe anche accettabile, ma solo in condizioni numeriche ben diverse da quelle che sono state costruite AD ARTE nell’ultima dozzina d’anni. Una manciata di nazionalità CONCESSE a nati in Italia sarebbe assorbibile con facilità dalla Nazione nel suo insieme. Milioni di nazionalità DOVUTE sono un suicidio collettivo che non riesco a spiegarmi se non per l’esistenza di interessi da parte delle dirigenze, interessi che proprio non collimano con quelli della collettività.
P.S. Attenti alle menzogne delle dirigenze! Ci dissero: “all’Italia serve una nutrita immigrazione per sostenere il sistema pensionistico”. Con sei milioni e oltre di forestieri sul territorio il sistema pensionistico è stato sostanzialmente azzerato. Giusto per citare il caso più eclatante e facilmente visibile. A mio avviso, chi non vede o è cieco o preferisce non vedere per le per qualche sua particolare motivazione. Siate attenti e critici. MOLTO attenti e critici.
Anche se non la condivido grazie per la tua opinione Ugo.