Già dai tempi di Erodoto, primo grande politologo della storia, gli uomini si interrogano sulla efficacia delle diverse forme di governo. Il famoso logos tripolitikos, elaborato dal sopramenzionato storico greco, distingue tre modelli principali: 1) la monarchia, fondata sul potere assoluto del sovrano; l’oligarchia, che contempla il governo di pochi su molti; e infine la democrazia, ovvero il governo del popolo. Naturalmente gli antichi utilizzavano il termine “democrazia” in una accezione molto differente rispetto all’uso che se ne fa ai giorni nostri. Ma lo schema proposto da Erodoto, al netto delle tante sottigliezze e precisazioni accavallatesi nel corso dei secoli, rimane ancora validissimo. La democrazia moderna, figlia delle rivoluzioni liberali ispirate dall’irrompere della cultura Illuministica, si base sul concetto di rappresentanza. Il popolo, detentore della sovranità, delega l’esercizio del potere ad alcuni rappresentanti scelti attraverso libere elezioni. Gli eletti, sprovvisti di vincolo di mandato, non vengono in tal modo investiti del compito di difendere all’interno delle assemblee legislative soltanto gli interessi dei gruppi che ne hanno materialmente permesso l’ascesa (non sono cioè meri portavoce delle istanze loro affidate sul modello in voga, ad esempio, in epoca feudale) ma, al contrario, ognuno di loro è correttamente tenuto a perseguire gli interessi dell’intera nazione. Questo principio, cardine di tutte le democrazie liberali, è sfortunatamente entrato in crisi profonda? Certamente si. E le cause sono diverse  e decisamente articolate. In una società complessa come la nostra, dove i problemi da affrontare acquistano spesso una specifica dimensione tecnico-scientifica, come  può il popolo esprimere una volontà consapevole  su questioni che, di fatto,  disconosce profondamente? Questa bella domanda, se furbescamente aggirata, è potenzialmente in grado di incrinare alla radice i pilastri della democrazia liberale. Il problema, che ha assunto adesso caratteristiche peculiari specie in Europa, non sfuggiva ad un pensatore lucidissimo come Tocqueville che, nel suo La democrazia in America, consigliava già nel 1835 la più ampia diffusione dei giornali affinché l’elettore raggiunga un sufficiente livello di informazione per conferire un mandato cosciente. Sono sicuro che se Tocqueville fosse vissuto nell’Italia di oggi, leggendo i vari Polito, Scalfari e Calabresi,  rivedrebbe con decisione  le sue ottimistiche previsioni. In Italia (ma il problema è valido su scala più ampia), infatti, il circuito informativo cosiddetto mainstream è oramai pacificamente divenuto uno strumento dedito alla mistificazione metodica al servizio di una oligarchia irresponsabile. Il cittadino che volesse esprimere una delega consapevole, quindi, avrebbe oggi maggiori probabilità di farlo se completamente immune dalle suggestioni fasulle offerte dalla grande stampa con la stessa malizia con la quale la famosa strega cattiva offriva la mela luccicante alla povera Biancaneve. Ogni cittadino può, avvalendosi soltanto dell’intuito, capire che il progressivo e inarrestabile impoverimento della nostra società contiene giocoforza elementi inquietanti e illogici. Leggendo  le bugie di alcuni prezzolati editorialisti, però, anche l’uomo più accorto potrebbe subire la tentazione di credere per davvero che la crisi dell’Europa è figlia dell’eccesso di debito pubblico, dalle mancate riforme strutturali, dalla poca competitività, dalla troppa spesa pubblica, del cambio del clima, dei ghiacciai che si sciolgono, dell’effetto serra, della Cina di Xi Jinping, di Snowden, dei mercati arabi, del bagno turco e dell’insalata russa. Se non riusciamo ad ingannarci da soli, in estrema sintesi, ci penseranno i media ad indicarci la strada sbagliata. Il politologo americano Robert Dahl , autore del libro La democrazia e i suoi critici, offre una lettura stimolante della situazione: “Le istituzioni democratiche moderne hanno attraversato due fasi, la poliarchia I e la poliarchia II, caratterizzate dal consolidamento della rappresentanza e dalla costruzione della macchina amministrativa. Ci avviamo ora ad una fase nuova, poliarchia III, nella quale il potere di intervento e di delega da parte del popolo di elettori deve essere garantito contro un’evoluzione in senso tecnocratico”. Dahl centra con precisione il bersaglio, chiarendo ulteriormente il suo pensiero attraverso la riproposizione dell’immagine della “democrazia dei custodi”, cara a Platone, che dipinge una élite che si trasforma in oligarchia, la quale di fatto, si auto-investe del potere, mantenendo della rappresentanza l’involucro formale, ma non la sostanza, attraverso quella che, in pratica, diviene una delega in bianco, senza possibilità di controllo e di ricambio a opera del demo. Osserviamo ora il caso Italia. Nel febbraio scorso i cittadini italiani, chiamati alle urne, hanno bocciato senza appello le politiche di Monti e Napolitano ma, a dispetto di tale incontestabile evenienza, Napolitano è stato rieletto Presidente della Repubblica (peraltro in palese sfregio della prassi costituzionale) con l’obiettivo, poi effettivamente riuscito, di dare vita ad un nuovo governo consociativo a guida Letta sostanzialmente identico all’esecutivo precedente bocciato nelle urne. Il nostro sistema può ancora definirsi “democratico”? Il dubbio è perlomeno legittimo.

    Francesco Maria Toscano

    2/07/2013

    Categorie: Editoriale

    5 Commenti

    1. ampul scrive:

      Che bello leggere il moralista! Grazie (a te si!…)

    2. alessandro scrive:

      eccellente articolo, i richiami ai grandi classici sono sempre graditi, in effetti scopriamo che non c’è bisogno di inventarci niente di nuovo e che è già stato tutto teorizzato nel passato, si tratta oggi di rimettere insieme i cocci utilizzando le varie discipline (storia, sociologia, economia..) per comprendere ed interpretare meglio la realtà attuale, come credo stia facendo tu egregiamente, in crescendo

    3. [...] iniziata ieri destinata a  misurare lo stato di salute della nostra democrazia rappresentativa (clicca per leggere). Ci eravamo lasciati sulle note del politologo americano Robert Dahl che, consapevole dei rischi [...]

    4. […] Questa  antica classificazione, utile anche ai giorni nostri, va sotto il nome di Logos Tripolikos (clicca per leggere). Seconda domanda: come si articola in concreto l’esercizio della democrazia? I più ingenui credono […]

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    "nella mia vita ho conosciuto farabutti che non erano moralisti ma raramente dei moralisti che non erano farabutti." (Indro Montanelli)


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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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