Gentili lettori,
    scrivere, per me, è un poco come camminare in circolo attorno alla tastiera del computer, fino a che non c’è più una via di fuga. Allora mi siedo e scrivo. Devo farlo, è una mia piacevole dannazione. Figuratevi uno stato di necessità.
    Proprio come stavolta. Ancora una volta.
    Le vite spezzate dalla crisi economica, “l’economia dei suicidi” come la chiama Giuseppe Bortolussi della Cgia di Mestre, i “caduti della guerra del lavoro”, il torrente di angoscia, la cascata di disagio, il fiume di vergogna che sovrasta chi ha investito nella propria impresa il senso profondo della propria vita di “animale sociale”. Ecco dunque che cosa mi ha “costretto” alla mia tastiera del pc: tutto questo dolore, che è il più delle volte completamente muto, afono, senza voce se non quella disperata e rabbiosa di figli e mogli e del prete che celebra i funerali di chi – per chi abbia la fede – si è volontariamente posto fuori dalla comunità, con un gesto “insano” e che sa di sfida a Dio ed alle Sue leggi e per tutti gli altri come la ferita laica in assoluto più terrorizzante ed inaccettabile, benché all’apice indiscutibile della nostra libertà di autodeterminazione come mi insegnava il mio maestro di liberalismo solistico Gigi De Marchi.
    Questo dramma, insomma, che sta chiuso, che resta come soffocato e strangolato nel collo stretto di bottiglia delle nostre indifferenze e piccinerie, del nostro meschino pregiudizio che prende a mazzo categorie intere di cristiani, del risentimento invidioso e bilioso e impotente, che scorre come un rigagnolo carsico avvelenato in questo tempo sventurato, più per grandissima miseria morale che per povertà materiale.
    Mi diceva un amico sacerdote: nessuno è così povero da non poter dare nulla agli altri e nessuno è mai così  ricco da poter fare a meno degli altri.
    Ecco il punto. Da solcare con un aratro sulla pagina bianca, prima di ogni altra considerazione: la rumorosa solitudine in cui ognuno di noi abita le proprie esistenze sospese sul filo, come fossimo funamboli frastornati e stupefatti da un gioco troppo pericoloso per noi, che una volta al circo andavano per vedere i pagliacci e le bestie feroci. Ora, quel circo siamo noi. E non ne eravamo preparati, a stare dentro la gabbia delle tigri.
    Spiega ancora Bepi Bortolussi: “Badate bene: quelli come Elio Marcante, l’imprenditore che si è suicidato a Schio, sono dei piccoli eroi del quotidiano di cui nessuno sembra interessarsi”.
    Ha ragione e i numeri, che per qualcuno più intelligente di noi sono “opinioni” e quantificano false verità e insufflano i soliti luoghi comuni (se non addirittura le leggende metropolitane), sono impressionanti: dall’inizio della crisi, sono cinquantasei i veneti che si sono tolti la vita.
    Perché? Potremmo spingersi alla mera spiegazione psicanalitica d’accatto: allora, è come se questa “espressione estrema di reazione alle difficoltà” fosse una sorta di rito propiziatorio di un neo-paganesimo imprenditoriale. Un gesto definitivo, che perfino simbolicamente – nella sua tragicità e irreparabilità – dischiuda la folle ma tangibile speranza ai figli di uscire dal lungo tunnel buio delle difficoltà, della recessione e del fallimento. Insomma, come il legato ereditario di padri impazziti e ottenebrati dalla disperazione, nell’intuire ormai che sono loro stessi – per errori propri e per colpe altrui – a uccidere il domani dei propri figli. A renderlo impossibile. 
    Credo però che sia soprattutto un sentimento antico e scomparso dai nostri radar sociali, cioè il “senso dell’onore” – riferito alla buona riuscita della propria azienda a conduzione familiare – che muove la mano, implacabilmente, di queste creature che decidono di “togliersi di mezzo”.
    Le cose non sono mai semplici. Perché vi sono casi di imprenditori che, prima di uccidersi, hanno voluto pagare uno per uno tutti i fornitori della propria impresa. Questo è stato il loro ultimo assillo, la loro preoccupazione primaria. 
    Ecco allora che compare un’altra parola che è generalmente fuori corso legale: la responsabilità. Il senso del dovere che – inseparabile – si sposa al senso dell’onore e lo completa, dandogli rilievo comunitario e lasciandoci il messaggio: non deludiamo mai chi fa affidamento su di noi. E proprio così hanno sempre fatto i padri, sin dalla notte dei tempi, sino al sacrificio supremo.
    Ma questi suicidi poi sono atti di accusa, per chi li ha lasciati completamente soli. Anzi, li ha stritolati e schiacciati, come questa odiosa burocrazia infestata di parassiti, come fa abitualmente lo Stato “ladro e tassicodipendente” che aggredisce e morde con Equitalia quando deve avere (considerandoci aridi, freddi numeri e statistiche, non calde persone umane) e fugge come un borseggiatore quando è tenuto a dare, come sindacati troppe volte chiusi al dialogo e arroccati su barricate che verranno giù spontaneamente, come politici e forze politiche capaci solo a vomitare demagogia, populismo, frasi fatte e slogan insulsi conditi da stronzate assortite, come chi ora si gira ostentatamente dall’altra parte, mentre  giusto ieri taglieggiava quegli stessi piccoli imprenditori, imponendo assunzioni in cambio di “appoggi” per ottenere lavoretti ed elemosinando “contributi” alla luminosa causa del partito.
    In molti hanno scelto modalità crudelmente plateali per farla finita: per esempio, impiccandosi in azienda (è accaduto in una tipografia a pochi metri da dove lavoro io, a Canale Italia), oppure bruciandosi vivi. E’ così che diventa insopportabile, per tutti noi che stiamo in silenzio e cerchiamo solo di sopravvivere e sfangarla, il loro grido d’aiuto. “Ci avete abbandonati”, è come lasciassero scritto sulla corda che ha stretto il loro collo fino a soffocarli e quella teatralità preme sul nostro egoismo. 
    “E dire che noi credevamo in voi”, è come lasciassero detto con lo stesso fuoco che li ha riarsi e quel calore lo sentiamo graffiarci la pelle.
    Nulla potrà più essere come prima, questa l’ho sentita pronunciare dagli ipocriti rappresentanti delle cosiddette istituzioni democratiche, parrucconi e parruccone con le palpebre inumidite di griffate lacrime di coccodrillo, dopo l’ecatombe di Lampedusa. La prendo a prestito, quella frase, ma depurata di tutta la stomachevole retorica politicante. E la faccio nostra, amici del “Piave”: niente sarà come era prima. Niente dovrà più esserlo.
    Sì, perché l’accusa precisa che andrebbe formulata contro lo Stato è questa qui, secondo me: istigazione al suicidio. Capito? Istigazione al suicidio. Alla sbarra, tutti quelli che non hanno aperto, che hanno cacciato via, che hanno disprezzato e preso in giro, che hanno sottovalutato e respinto e rifiutato, allo sportello bancario come al ministero, all’assessorato come dall’esattore della tasse, al sindacato come all’organismo di categoria che non rappresenta che se stesso fino anche in sacrestia, se è successo. Perché non ci possono essere zone franche, né immunità diplomatiche. Qui stiamo parlando di gente morta a causa di altra gente. Che poteva evitarlo.
    Ho un amico (non ne cito il nome per ragioni evidenti) che mi racconta, negli occhi l’ombra lunga dell’angoscia tagliente che gli scarnifica l’anima: “Sai, Gianluca, non mi vergogno di confessarti che per tre volte mi sono trovato a camminare lungo i binari del treno. All’inizio volevo solo sgombrare la mente dal peso insopportabile della sofferenza per quello che mi stava succedendo in azienda. Vedi. Mi sta crollando il mondo addosso. E non lo sopporto, non lo riesco a sopportare. Ci sono decine di famiglie che si aspettano tanto da me. Si aspettano tutto, prima di tutto si attendono che io non le deluda. Poi, però, mi è successo dell’altro. Stavo a tratti nel mezzo dei due binari, sulle traversine. Ero come in trance. A tratti mi spostavo poco al di fuori. Seguivo le rotaie. Sentivo nelle narici l’odore tipico della linea ferroviaria. Sentivo sulla pelle, avvertivo sul mio viso, il tipico vento frizzante dell’attesa che precede l’arrivo del convoglio. E’ come un risucchio freddo. Perfino le piante, i cespugli, gli alberi che fanno da cornice alla ferrovia, quando “sentono” l’arrivo del treno, si piegano istintivamente, per ripararsi e risollevarsi dopo il rumoroso passaggio della locomotiva e dei vagoni che conduce. Io non avevo paura. Io avevo voglia di finirla lì. Era la prima volta in vita mia – e tu sai che io amo la vita che è un dono del Signore – che volevo morire perché pensavo in quel momento che solo la morte avrebbe placato questo demone che mi sta consumando l’anima…”.
    L’amico ha resistito alla tentazione fatale. Allontanandosi da quei binari. Pensando ai familiari e ai suoi dipendenti.
    Lo so. Non è possibile razionalizzare e rendere logico un tumulto di sentimenti tanto impetuoso da spostare le montagne, da deviare il corso dei fiumi, da fermare la rotazione della terra. Noi dobbiamo unicamente metterci in ascolto, con umiltà, e non limitarci a giudicare e condannare. Come invece siamo abituati a fare.
    Tutte le felicità si somigliano, mentre ogni dolore è artigianalmente costruito in modo diverso l’uno dall’altro: dietro ogni epilogo suicida, c’è pertanto un universo frastagliato all’infinito di ingiustizie subite, di affetti deturpati, di tenerezze sfiorite, di dignità calpestate, di umiliazioni (mal)sopportate, di ordinarie violenze statali, di soprusi legalizzati e abusi di potere, ma ovviamente anche di errori commessi, di omissioni deleterie, di sbagli per eccessiva sicurezza oppure per negligente distrazione, di lungimiranze smarrite o furbizie mal riposte.
    Ma l’errore di valutazione che noi tendiamo a commettere, nasce dalla nostra crescente e supponente superbia di volere dare una pagella, con tanto di voto di condotta, perfino a chi si è ammazzato. Questo non è possibile, perché l’enormità incommensurabile del gesto estremo contiene in sé il germe della nostra incompiutezza e inadeguatezza nel giudicare. A noi tocca solo, tutt’al più, di osservare con rispetto e mitezza in quale contesto collettivo e sociale e familiare sia maturata quella volontà autodistruttiva. Ma unicamente per comprendere cosa poteva essere fatto da noi per scongiurarla. Per non piangere come sempre le solite “inutili lacrime esistenziali” su croci che potevano essere evitate.
    Siamo arrivati alla desertificazione, economica, emotiva, culturale e sociale. Gli è che noi, alla crisi, abbiamo reagito nel modo peggiore: chiudendoci. Barricandoci. Odiando di più, non amando di più. Come avremmo dovuto fare, dopo aver compreso la situazione.
    Certo. Il tempo del benessere e del superfluo ha annientato l’humus di una civiltà che era naturalmente solidale e pronta ad aiutare chi si trovasse indietro e in difficoltà. Non è rimasto nulla, di quella civiltà: niente, neppure le macerie – sotto il sale sparso a piene mani -, rimosse per edificare l’ennesimo centro commerciale o capannone vuoto di speranza.
    Io non so se riusciremo mai a tracciare, assieme, una “nuova frontiera”. 
    Io non so se riusciremo, insieme, a ridefinire un progresso degno di questo nome. Un progresso che non sia questo grande incendio apocalittico, che ci sta incenerendo tutti lasciando a terra le nostre carcasse carbonizzate, un falò senza memoria e senza pietà, senza perdono né senza misura per misura, senza mitezza e senza umanità. 
    Ci sfidano alternative taglienti. 
    Il dominio sugli altri e sulla natura stessa, si è già capovolto in una capriola orripilante ma inevitabile. E’ come una contro-ribellione, è come l’estinzione di ciò che avremmo avuto l’ambizione di essere e non possiamo: immortali e ricchissimi e onnipotenti. Stronzi, insopportabilmente stronzi.
    Quello che è progredito io non credo meriti una condanna. Sarebbe sciocco: noi viviamo e godiamo i miglioramenti straordinari che i nostri padri hanno reso possibili, noi usiamo cose che hanno arricchito le nostre possibilità di vita e la condizione umana.
    Non mi piacciono i verdetti superstiziosi, né i passatisti un tanto al chilo. Mi fanno rabbia.
    Ma siamo chiamati a riconoscere e a risarcire con tutto noi stessi e anche di più questo dispendio, questa dissipazione che ci sta accompagnando nell’era della Grande Crisi, come fosse un’ipoteca del futuro che non sappiamo più desiderare avere.
    Mi chiedo. C’è rimedio all’impasto di affanno, afflizione e inquietudine, pena e tormento, ansia e dolore e sgomento che siamo diventati noi e che percepiamo continuamente nel prossimo che incrociamo nel cammino. C’è un farmaco, esiste un vaccino per questo tenebroso, infernale vuoto di risposte e di carezze che, negate, decompongono le nostre città, per lo sradicamento che fa morire tutte le piante?
    Vorrei sperare tanto di sì. 
    Ma non illudiamoci che siano pronti demiurghi infallibili, i soliti deus ex machina salvifici, pagliacceschi Salvatori della Patria e generalissimi buffoni capaci di sconfiggere il mostro della paura che ci domina.
    Non ci sono e, se dicono di esserci, ci prendono per il culo con il nostro consenso e permesso.
    E’ il tema cruciale del “potere sul potere”, invece e piuttosto, che dovrà fronteggiare e zittire ogni ciarlatano e pagliaccio che si dice pronto alla discesa in campo. Su questo terreno solido, cioè del dovere di rendere conto e della modestia in politica, sul primato delle persone sui numeri e le cifre e i pi(r)l e le tasse e le gabelle e i burocrati e i banchieri e i finanzieri e le mafie e le massonerie e le marce consorterie e i penosi circoli ristretti e le squallide rendite parassitarie e le caste stercorarie più che reazionarie, con tutti i loro patti di stabilità, ecco su tutto questo e molto altro ancora si misurerà il nostro dovere di cittadinanza “attiva”. 
    Sì signori: troppo a lungo siamo rimasti a farci i cazzi nostri e tutt’al più a fare i piangina come chiamano a Milano quelli del “chiagne & fotte”.
    Le cose, naturalmente, stanno in modo da vietare un’impresa esclusiva e presuntuosamente solitaria: le nostre domande non possono trovare risposte nel deserto di una politica separata. Né che si arroghi la virtù di essere “diversa” da tutto il resto, che è sempre “merda”.
    Ma queste stesse domande evocano una speranza impegnativa di responsabilità singolari non negoziabili, di personali disponibilità generose, disinteressate al proprio tornaconto immediato. Insomma deve risultare chiaro che, per ciascuno, il tributo sarà legato a una sorte comune. O non sarà. Per nessuno.
    In molti luoghi e in tante coscienze io vedo che sta maturando il senso ineludibile della necessità di un impegno civile, di uno slancio vitale ed esigente. Se noi uniamo, come fosse un esercizio enigmistico, i punti più dolenti della nostra sofferenza comune e di quella di chi non ce l’ha fatta più, vedremo prendere corpo un reticolo di opere che non ci immagineremmo mai, visti i tempi.
    Sento crescere attorno a me la percezione acuta dell’ingiustizia e del disordine, degli egoismi e del viscerale rifiuto del menefreghismo pubblico, di quell’insultante lavarsene le mani dopo essersele sputate, da chi dovrebbe soffrire tutt’al contrario il privilegio della vocazione di rappresentarci tutti.
    Buttiamo nel cesso luoghi comuni, ritornelli citrulli e rosari di preconcetti con cui i media di regime, più ottusi e prevenuti, hanno filtrato e fatto “leggere” a modo loro la realtà dei piccoli imprenditori. Spina dorsale della nostra economia.
    Sentite. Io dico che potenza e frugalità, dovranno tornare a parlare la stessa lingua. Perché solo così, troveremo la chiave per una riconciliazione tra il singolare e il plurale, tra il personale ed il collettivo, tra l’io e il noi: in una parola, la misura morale, etica, di una umana convivenza che riconosca il suo potere e la sua fragilità, il suo cammino incerto e il mistero profondo che lo supera e lo spiega.
    Vedete, il mio discorso non finisce qui semplicemente perché non c’è conclusione. Non la conosco e non ci deve essere.
    Questo articolo non voleva né doveva essere una freccia che corre al suo bersaglio. Ma una carezza e un fiorellino, lasciato con discrezione – e senza fare troppa pubblicità – sull’uscio di casa dei troppi caduti per la crisi.
    I piccoli imprenditori come quel mio caro amico disperato e arrabbiato, gli artigiani, le innumerevoli “partite iva”, ci appartengono, non sono altro da noi: sono semmai il nostro specchio, nel bene e nel male. Anche quando li abbiamo invidiati per l’auto più bella della nostra, per l’amante più vistosa e sfacciata, per la villetta più pacchiana e sibaritica con quegli stupidi nanetti sparsi nel giardino, anche quando li abbiamo disprezzati e maledetti per l’eterno sospetto di evasione fiscale e di egoismo bastardo. Erano i nostri amici, fratelli, vicini. Erano quelli che portavano avanti la carretta. Erano quelli che costruivano e disfacevano. Che miglioravano e peggioravano. Che trionfavano e capitolavano. Che gioivano o bestemmiavano. Che innovavano o plagiavano. Che onestamente lavoravano o disonestamente truffavano. Che restavano o fuggivano. Che amavano e odiavano. Che vivevano o morivano, nel loro orrendo capannone giusto a due passi da noi che a volte di loro neppure ci accorgevamo.  
    Lo dobbiamo comprendere: ci piaccia o non ci piaccia, passa attraverso la riscoperta di questa “strana fratellanza”, la possibilità di salvezza comune.
    Mentre scrivo, chissà perché, mi è venuto in mente un famoso quadro del pittore francese Géricault: “La zattera della Medusa”. Lo faccio vedere a chi non lo conosca già.
    Questo quadro è uno dei capolavori di Géricault e una delle opere chiave del romanticismo.
    L’artista aveva 27 anni quando lo dipinse: era il 1819.
    Lo trovo impressionante, voi no? 
    Osservate.
    Si riferisce al naufragio catastrofico della fregata francese Medùse al largo delle coste della Mauritania. Un disastro causato da decisioni avventate del capitano della nave. E da negligenze dell’equipaggio (fatalità, corsi e ricorsi…).
    Il momento ritratto è quello culminante, dopo 13 giorni alla deriva: ecco che alcuni uomini scorgono, laggiù in lontananza, la sagoma di un vascello. La loro salvezza. Insperata, ormai. Pensavano di essere ormai finiti.
    Sulla zattera, restano solo una quindicina di superstiti dei 150 uomini a bordo del “Medùse”. Le scialuppe di salvataggio, infatti, non erano bastate per tutti.
    Nei giorni più cruenti della deriva, sulla zattera si erano verificati anche episodi di cannibalismo. Per sopravvivenza, non sopraffazione.
    Guardiamo ancora e infine. In primo piano ecco alcuni corpi senza vita. Ecco un giovane che si è spento, ecco suo padre disperato che lo trattiene sull’orlo delle assi in bilico, sulla spuma insanguinata delle onde, come per resuscitarlo e non perderlo per sempre. 
    In secondo piano, ci sono altri personaggi presi dalla febbrile frenesia di cercare di attirare l’attenzione della nave, le cui vele percepiscono in lontananza in un crepuscolo tumultuoso e nuvoloso.
    Sulla “Zattera” ci siamo tutti, nessuno escluso. E il naufragio è il nostro naufragio.
    Sapete. I simboli sono più eloquenti di mille discorsi: questo capolavoro me lo conferma ancora una volta.
    Bisogna credere, amici lettori: in certe conchiglie che trovavo camminando sulla spiaggia della Tonnara a Palmi in Calabria, da bambino, sentivo il suono del mare. La sua musica eterna. Il suo essere salvezza e perdizione assieme.
    Vorrei riprovare ancora. Vorrei che lo facessimo tutti insieme.
    Intanto appoggio una rosa sulle tombe dei nostri imprenditori uccisi per loro stessa mano. 
    Prego per loro con una poesia di Eliot. 
    Dice così: “gli occhi non sono qui / qui non vi sono occhi in questa valle di stelle morenti / in questa valle vuota questa mascella spezzata dei nostri regni perduti / in quest’ultimo dei luoghi d’incontro noi brancoliamo insieme / evitiamo di parlare ammassati su questa riva del tumido fiume / privati della vista, a meno che / gli occhi non ricompaiano / come la stella perpetua  / rosa di molte foglie / del regno di tramonto della morte / la speranza soltanto degli uomini vuoti”

    Gianluca Versace
    Giornalista e scrittore 
    Categorie: Lavoro

    Commenta


    "nella mia vita ho conosciuto farabutti che non erano moralisti ma raramente dei moralisti che non erano farabutti." (Indro Montanelli)


    QUESTA EUROPA E’ IL...

    Scritto il 21 - mar - 2019

    0 Commenti

    DOPO LA TRAGEDIA ARRIVA...

    Scritto il 2 - mar - 2019

    7 Commenti

    L’ERRORE PRIMIGENIO DEI GRILLINI

    Scritto il 28 - feb - 2019

    2 Commenti

    IL RISORGIMENTO MERIDIONALE E’...

    Scritto il 23 - feb - 2019

    2 Commenti

    PERCHE’ L’INCONTRO DEL 20...

    Scritto il 15 - feb - 2019

    0 Commenti

    DE MAGISTRIS: ANALISI DAI...

    Scritto il 26 - mag - 2011

    0 Commenti

    UNIRE I PUNTI PER...

    Scritto il 29 - set - 2013

    23 Comment1

    L’ECONOMIA E’ UNA COSA...

    Scritto il 11 - lug - 2013

    8 Comment1

    SE IL TASSO NEGATIVO...

    Scritto il 28 - lug - 2014

    14 Comment1

    • Chi è il moralista

      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

    • Cos’è il moralista

      Sito di approfondimento politico, storico e culturale. Si occupa di temi di attualità con uno sguardo libero e disincantato sulle cose. Il Moralista è un personaggio complesso, indeciso tra l'accettazione di una indigeribile realtà e il desiderio di contribuire alla creazione di una società capace di riscoprire sentimenti nobili. Ogni giorno il Moralista commenterà le notizie che la cronaca propone col piglio di chi non deve servire nessuno se non la ricerca della verità. Una ricerca naturalmente relativa e quindi soggettiva, ma onesta e leale.

    • Disclaimer

      ilmoralista.it è un sito web con aggiornamenti aperiodici non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari, qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci tramite la apposita pagina.