Sull’altare del debito pubblico, la politica e la tecnocrazia europea sacrificano da anni i diritti, i redditi e la democrazia dei Paesi dell’Eurozona. La litania è sempre la stessa, quella che anche il neosegretario del PD Matteo Renzi ha voluto rimarcare:

    La credibilità del risanamento finanziario è la premessa di ogni ragionamento sul rilancio dell’economia. Tale credibilità richiede un impegno continuo per la riduzione del debito pubblico, che è il peso maggiore che le nuove generazioni devono sopportare, pagando un caro prezzo per gli errori del passato. Chi vuole governare deve prendersi un impegno chiaro di non scaricare sulla prossima generazione il peso dell’aggiustamento, come ha fatto chi ha governato in passato.

    (fonte: http://www.matteorenzi.it/le-premesse-del-rilancio/)

    Si sente spesso dire, ad esempio in apertura di alcuni servizi dei telegiornali, che ogni bambino in Italia nasce con qualche migliaio di euro di debito pubblico sulle spalle. Persino i think tank neoliberisti come l’Istituto Bruno Leoni appongono sulla home page del loro sito web un misuratore in tempo reale del debito pubblico che cresce. L’Italia è quindi immersa all’interno di un discorso neoliberista nel quale il pensiero unico di Bruxelles può imporsi indisturbato.

    La peregrina idea secondo cui ridurre il debito pubblico oggi porti a maggiori risparmi domani deriva dal concetto di economia del granoturco dell’economista classico David Ricardo: se il contadino non risparmia almeno qualche seme oggi, non riuscirà a piantare nulla domani. Tradotto nel linguaggio economico, questo significa che ognuno di noi deve poter risparmiare qualcosa oggi per poter investire domani.

    Quest’ottica è certamente valida per il privato cittadino, che deve poter riuscire almeno a bilanciare le sue entrate e le sue uscire per sopravvivere; o per la singola impresa, che deve accumulare incassi almeno in quantità sufficiente a far fronte ai pagamenti dovuti. Ma per uno Stato ciò è assurdo, e va contro gli interessi della collettività.

    Infatti, il principio fondamentale sul quale l’economia di ogni tipo è basata, sin dall’invenzione della partita doppia, è che ogni debito di qualcuno è il corrispondente credito di qualcun altro. Se quindi il settore governativo di un Paese incassa più di quanto spende (ovvero registra dei surplus di bilancio), il settore non-governativo dello stesso Paese, composto da famiglie ed imprese, sta incassando meno di quanto spende e si trova perciò in deficit.

     Figura 1: I saldi settoriali italiani.

    Osserviamo la Figura 1. In verde è riportato l’andamento nel corso del tempo (nel periodo 1995-2010) del saldo fra entrate ed uscite del settore non-governativo; in rosso quello del saldo fra esportazioni ed importazioni, ovvero il saldo del cosiddetto “settore estero”; e in blu quello del saldo del settore governativo, ovvero la differenza fra entrate ed uscite dello Stato. È evidente che gli andamenti riportati in blu ed in verde procedano in maniera speculare secondo il principio enunciato in precedenza: i deficit del settore pubblico corrispondono ai surplus del settore privato, e viceversa.

    Concentriamoci sulla parte del grafico compresa fra l’anno 2005 e l’anno 2008. In questo periodo si riscontra una tendenza del settore pubblico a ridurre il proprio deficit, con tagli alla spesa ed aumenti della pressione fiscale.

    Per il pensiero unico dominante, con la sua logica ricardiana, si tratta di un bene: finalmente lo Stato riesce, come un buon padre di famiglia, a bilanciare le sue entrate e le sue uscite e sarà quindi credibile nel momento in cui andrà a chiedere fondi ai mercati di capitali privati.

    Ma se analizziamo questo fenomeno in un’ottica più ampia, è lampante come nello stesso periodo il settore non-governativo, ovvero le famiglie e le imprese italiane, vedano la propria ricchezza finanziaria (cioè i propri risparmi) diminuire a vista d’occhio; addirittura, la linea spezzata in verde precipita al di sotto dello zero a partire dal 2006, e ciò significa che famiglie ed imprese italiane vanno ad indebitarsi nel loro insieme.

    Nell’anno successivo, il 2007, scoppia la crisi finanziaria e perciò i deficit del settore pubblico tornano ad aumentare per ragioni che vedremo meglio in seguito; mentre a partire dal 2009 ritorna la tendenza dello Stato ad applicare politiche di austerità, e di conseguenza si ottiene l’ormai noto effetto di riduzione della ricchezza del settore privato.

    Una pletora di politici, economisti conservatori, giornalisti disinformati o disinformatori continua a terrorizzare il pubblico a reti unificate con la solita litania del deficit. È tempo di smentire, perciò, il concetto secondo cui il debito pubblico di oggi andrà ripagato con fatica dai nostri figli domani; e di affermare al contrario che senza il debito pubblico di oggi non ci saranno più risparmi disponibili per le famiglie di domani.

    Giacomo Bracci

    Economista tra i fondatori dell’associazione Epic (www.http://economiapericittadini.it/)

    Categorie: Economia

    9 Commenti

    1. leopoldo scrive:

      pienamente d’accordo, ma per essere efficaci bisognerebbe fare un bigino della terminologia economica: moltiplicatore fiscale, deficit, ecc… inserendolo caso mai con esempi umoristici. se no, non si coglie il ridicolo delle affermazioni di renzi(ora), letta, ecc…

    2. […] puntata precedente (clicca per leggere) , abbiamo visto come il debito pubblico di un Paese sia una necessità per uno Stato che voglia […]

    3. […] il proprio bilancio proprio “come un buon padre di famiglia”: il pareggio di bilancio, che come abbiamo visto è dannoso in quanto impedisce al settore non-governativo (formato da cittadini ed imprese) di […]

    4. […] eravamo già occupati del neopremier Matteo Renzi in merito alle sue curiose opinioni sul debito pubblico. L’argomento secondo cui l’indebitamento dello Stato costituisca un peso […]

    5. […] eravamo già occupati del neopremier Matteo Renzi in merito alle sue curiose opinioni sul debito pubblico. L’argomento secondo cui l’indebitamento dello Stato costituisca un peso […]

    6. […] del governo. La risposta è semplice, ed è già contenuta all’interno di questo articolo (clicca per leggere) scritto qualche tempo fa: solo i deficit programmati dal governo possono far aumentare la […]

    7. […] La spesa governativa in disavanzo è l’unico elemento (insieme alle esportazioni nette, cioè maggiori delle importazioni) che può aumentare la ricchezza finanziaria netta del settore privato, garantire un aumento dell’occupazione e dell’accumulo di risparmi, come già è stato spiegato in modo chiaro in questo contributo (clicca per leggere). […]

    8. […] da aggiungere che l’enfasi del rientro sul debito pubblico ha le sue radici in un ideologia (quella dominante o mainstream, insegnata in tutte le più […]

    9. […] eravamo già occupati del neopremier Matteo Renzi in merito alle sue curiose opinioni sul debito pubblico. L’argomento secondo cui l’indebitamento dello Stato costituisca un peso […]

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    "nella mia vita ho conosciuto farabutti che non erano moralisti ma raramente dei moralisti che non erano farabutti." (Indro Montanelli)


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