Qualche tempo fa uscì sul Corriere della Sera un articolo, a firma Paolo Mieli, destinato a sottolineare gli eventuali punti di contatto tra il New Deal rooseveltiano e il fascismo di Mussolini (clicca per leggere). Mieli è notoriamente un buon giornalista che, oltre a scrivere, coltiva pure la velleitaria ambizione di incidere. Sfortunatamente, però, il don Paolino in versione politologo-burattinaio è a dir poco mediocre. Memorabili le recenti cantonate prese dall’ex direttore del Corriere della Sera nel tentativo di “preparare il terreno” per l’imminente discesa in campo del tanto atteso Luca Cordero di Montezemolo (a proposito: che fine ha fatto Luchino?), quanto il goffo endorsement in favore di Prodi in occasione delle politiche del 2006 che di sicuro non portò fortuna né al quotidiano di via Solferino né al fintamente bonario professore emiliano. L’unico successo pubblico che Mieli può rivendicare con orgoglio riguarda la rapida ascesa del figlio, Lorenzo Mieli, nell’olimpo delle società che lavorano con soddisfazione a latere di Mamma Rai (clicca per leggere). Inquadrato il personaggio, viene quindi naturale chiedersi quale tipo di messaggio il buon Mieli abbia voluto mandare mischiando con malizia accorta il nome di Roosevelt con quello del Duce. Molto probabilmente, nel bel mezzo di una crisi epocale caratterizzata da forti turbolenze sociali e crescente desiderio di cambiamenti radicali, gli scribacchini al servizio dei giornali controllati dalla massoneria reazionaria cominciano ad avvertire il bisogno di pianificare una “guerra preventiva” nei confronti dell’unico nemico che temono come la peste: ovvero il prepotente riemergere del pensiero politico di matrice keynesiana e rooseveltiana. E’ davvero paradossale e mistificante, infatti, sovrapporre il New Deal al fenomeno nazifascista. Tralasciando l’ovvia considerazione riguardante la natura totalitaria e sanguinaria delle dittature europee, distanti perciò anni luce dal modello rooseveltiano che, viceversa, agiva in perfetta coerenza con il rispetto dei pilastri che definiscono i contorni di una democrazia liberale degna di questo nome, conviene inoltre sottolineare un’altra macroscopica differenza che contribuisce a svelare la natura palesemente impertinente del paragone proposto dal mellifluo Mieli. Mentre Hitler e Mussolini sono il risultato di una controffensiva reazionaria pianificata da forze oligarchiche e plutocratiche spaventate dall’avanzata  del socialismo reale (clicca per leggere), Roosevelt rappresenta e difende invece al contrario genuine istanze di benessere diffuso e giustizia sociale da perseguire senza intaccare di una virgola le fondamentali libertà sancite dalla Costituzione americana. Per cogliere in pieno tale mastodontica verità basterebbe leggere i dati concernenti i livelli di disuguaglianza economica presenti negli Stati Uniti d’America prima e dopo l’arrivo di Franklyn Delano Roosevelt (clicca per leggere). In ogni caso, giusto per scrupolo e al fine di individuare possibili affinità difficilmente percepibili da occhio profano, ho deciso di approfondire la suggestione “mielesca” leggendo con attenzione un lavoro di Wolfang Schivelbusch significativamente titolato “3 New Deal” (gli altri due, oltre all’originale, sarebbero quelli attuati rispettivamente dai fascisti e dai nazisti). Un libro che consiglio a tutti, specie a quelli che tradiscono una certa tendenza alla tristezza e alla malinconia da combattere anche somatizzando la chiara vena umoristica che accompagna l’opera in argomento. Sfortunatamente, però, arrivati alla 170esima e ultima pagina del testo rimangono ancora inintelligibili le evidenti convergenze tra il New Deal e i diversi fascismi europei. Al netto di alcune scemenze volte a sovrapporre in maniera illogica le indiscusse quanto diverse capacità comunicative di Roosevelt, Mussolini e Hitler (qual è la notizia?) e preso atto del fatto che, proprio mentre i nazisti costruivano le autostrade e i fascisti bonificavano l’agro pontino, Roosevelt dava il via al progetto della Tennessee Valley (una circostanza davvero imbarazzante, non c’è che dire…), il libro non spiega nient’altro. Su queste basi è possibile sostenere tutto e il suo esatto contrario. L’operazione anti-verità di Mieli è destinata a schiantarsi. I cittadini europei, fortunatamente, cominciano a riconoscere le pulsioni eugenetiche e neonaziste che pervadono l’attuale Europa (clicca per leggere). Con buona pace di chi, come Mieli, per tutelare i carnefici di oggi, tenta inutilmente di sporcare le figure più luminose del nostro recente passato.

    Francesco Maria Toscano

    21/12/2013

    Categorie: Cultura

    4 Commenti

    1. [...] Qualche tempo fa uscì sul Corriere della Sera un articolo, a firma Paolo Mieli, destinato a sottolineare gli eventuali punti di contatto tra il New Deal rooseveltiano e il fascismo di Mussolini (clicca per leggere). Mieli è notoriamente un buon giornalista che, oltre a scrivere, coltiva pure la velleitaria ambizione di incidere. Sfortunatamente, però, il don Paolino in versione politologo-burattinaio è a dir poco mediocre. Memorabili le recenti cantonate prese dall’ex direttore del Corriere della Sera nel tentativo di “preparare il terreno” per l’imminente discesa in campo del tanto atteso Luca Cordero di Montezemolo (a proposito: che fine ha fatto Leggi la notizia [...]

    2. Ugo scrive:

      A chi, come me, non ha vissuto “in diretta” quei tempi, dovrebbe anche sorgere spontaneo un interrogativo: visto il modo in cui la storia è regolarmente mistificata dai “vincitori” di turno, e visto che Mussolini è attualmente tra gli sconfitti, in che misura è credibilela storia che ci viene spacciata in merito alla prima metà del ’900 italiano? Di manipolatori è pieno il mondo, e temo che non si riuscirà mai a liberarsene. L’unica arma di difesa è lo scetticismo estremo a oltranza – non credere a nessuno, mai.

      • Georgejefferson scrive:

        Bernard Baruch,
        Henry Morgenthau Jr,
        Stephen Wise,
        Herbert H. Lehman,
        Felix Frankfurter,
        Isahia Berlin,
        Samuel I. Rosenman,
        Luis Brandeis,
        Benjamin V. Cohen,
        Sidney Hilmann,
        Herbert Feis,
        R.S. Hecht,
        Samuel Untermeyer,
        Harry Dexter White,
        Irving Kaplan,
        J.David Stern,
        James Warburg,

        questo lo staff di primo piano.

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