untitledOramai è chiaro pure ai ciechi che l’Italia e l’Europa hanno imboccato la via triste del declino. Tale circostanza non è più negabile da nessuno. In compenso però divergono le analisi volte a spiegare l’eziologia del crollo. La parte maggioritaria dell’establishment, quella che trae oggettivo vantaggio dall’ampliamento della forbice delle disuguaglianze, tende e rimuovere il problema. La crisi c’è punto e basta. E, visto che c’è, bisogna fare i sacrifici. Si tratta di un approccio filosofico abbastanza sbrigativo che ha però il pregio di essere facilmente interiorizzabile da una massa di cittadini instupiditi da programmi come Ballarò (a proposito: ma come si fa a far parlare ancora Pagnoncelli? Non indovina un sondaggio nemmeno per sbaglio…). All’interno dello stesso blocco di potere che soffoca l’Italia, esiste poi un’altra categoria umana, un tantino meno fatalista, secondo la quale “paghiamo oggi gli errori del passato”. Sono quelli che la colpa è “di chi ha fatto esplodere quel debito pubblico che ora grava sulle nostre nuove generazioni”. Quindi, provando ad utilizzare la logica, il popolino è indotto a credere che è arrivato il momento di sorbirsi governi assassini come quello del fu Monti perché è di vitale importanza centrare immediatamente l’ambizioso obiettivo  dell’abbattimento del debito. Ma, direte voi, il debito non è aumentato a dismisura pure durante il governo dei prestigiosi tecnici? Si, ma basta non pensarci per non essere costretti a mettere in discussione il dogma di fede. A questo punto, pur di difendere la verità rivelata dal Dio Spread a Mosè Draghi sul tetto dell’Eurotower, i nostri intellettuali e politici a gettone sono pronti ad inventarsi di tutto per conservare poltrona e denari. C’è quello che la colpa è della burocrazia (“ci vuole troppo tempo per aprire un’azienda”); quello che il problema si chiama mercato del lavoro troppo rigido (ma non sono vent’anni che lo “ammorbidiamo” senza ottenere risultati apprezzabili?); quello che si aspetta miracoli dalla famigerata revisione della spesa (che infatti in Grecia ha funzionato benissimo), e quello che pensa di far ripartire il Paese abolendo tutte le assemblee legislative elette con metodo democratico (quando c’era Lui almeno i treni arrivavano in orario. Che diamine!). L’insieme di tutti questi improbabili personaggi che blaterano senza costrutto a reti unificate completa il surreale circo barnum che tiene in pugno i destini dell’Italia (siamo in buone mani). Si può dire tutto. Tranne l’unica cosa sensata: ovvero che il solo modo per far convivere capitalismo e giustizia sociale l’ha individuato tempo fa un certo John Maynard Keynes. Ora, al sentire questo nome, i vari Monti, Draghi, Van Rompuy, Barroso e Schaeuble reagiscono come la Regan MaCneil del film l’Esorcista a contatto con l’acqua santa: lievitano, sputano veleno e vomitano parole misteriose (“spread, bail-in, know-how, pape satàn, pape satàn aleppe, ambo, tombola e cinquina”) girando vorticosamente la testa intorno al collo. Una minoranza, composta dai più bugiardi e sfacciati fra i demoni in libera circolazione, propone infine tesi ancora più ardite e strampalate di quelle accennate in apertura di articolo. “La crisi”, spiegano questi pseudo-economisti filo omaniti muniti di apposito turbante, “è il risultato delle dissennate politiche keynesiane che hanno drogato l’economia provocando periodiche bolle”. Quindi, a sentire alcuni scienziati al soldo del Sultano, non sono state le politiche dell’austerità imposte dai profeti del neoliberismo a provocare la spirale recessiva che danna la vita di intere generazione. Niente affatto. La colpa sarebbe dei keynesiani alla Krugman che spingono i governi a pompare l’economia fino a farla scoppiare. Chi dice fesserie di questo tipo intende surrettiziamente veicolare un’idea distorta della realtà e del pensiero di Keynes, presentato come una specie di giocoliere convinto che si possa risolvere tutto semplicemente stampando moneta ad oltranza. In realtà è vero l’esatto contrario. Keynes diceva che chi pensa di aumentare la ricchezza di un Paese soltanto stampando banconote è identico a chi pretende di ingrassare comprando una cintura più larga. Tanti sciacalli, posti a difesa degli interessi speculativi di tiranni ovunque dislocati, fanno finta di non sapere che le massicce e recenti immissioni di liquidità promosse dalle principali banche centrali del pianeta non hanno raggiunto per nulla l’economia reale. Si è trattato soltanto di una squallida partita di giro, tutta interna al grande circuito speculativo internazionale, consumatasi grazie alla sostanziale complicità di  governi di fatto compiacenti. Le élite hanno cioè sposato una specie di keynesismo bastardo utile per tutelare affari spericolati (gli azzardi degli speculatori privati li paga il pubblico), riservando contestualmente alle masse, ingabbiate all’interno del circuito dell’economia reale, dosi sempre più massicce di veleno neoliberista. Non bastasse tutto questo, ci tocca pure ascoltare le prediche del paggetto di turno, pasciuto dall’emiro, pronto a puntare impudicamente il dito contro  quelli che sono rimasti a digiuno. Eravamo a conoscenza dell’esistenza di categorie di uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaquaraquà. Ci mancava quella degli omaniti (di adozione). Lacuna colmata.

    Francesco Maria Toscano

    08/01/2013

    Categorie: Editoriale

    3 Commenti

    1. ampul scrive:

      Omaniti in rete… Scacciavillaniatevi!

    2. davide scrive:

      giusto ieri ad otto e mezzo era presente il sedicente economista Corrado Formigli che spiegava le cause della crisi e come uscirne…è inutile che sto a dire cosa abbia detto perché è facile intuirlo…come retribuzione per il servizio svolto a fine puntata la Gruber ha pubblicizzato l’ultimo libro di Formigli, oltre a ricordare che ricomincerà “Piazza Pulita”…

    3. Angelo Verilli scrive:

      Splendido articolo: vero, divertentente e sintetico. Condivido subito.
      Grazie

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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