imagesFGZJHVURIeri ho pubblicato un articolo al fine di insinuare il dubbio circa l’esistenza e la praticabilità di una via terza sia rispetto alla criminale difesa dell’Europa così per come essa realmente oggi è, sia in relazione alla diffusa tentazione di rispondere ai gravissimi problemi attuali per il tramite della riscoperta di un nostalgico e aggressivo sciovinismo di ritorno (clicca per leggere). Molti miei lettori, in maniera garbata e argomentata, hanno espresso prevedibili perplessità al riguardo, invitandomi in buona sostanza a non scambiare il dato di realtà (la Ue in carne ed ossa che ora devasta la vita di popoli interi) con la speculazione accademica (intrisa di futuribili e indistinti scenari federativi destinati un giorno a trionfare per grazia e virtù dello Spirito Santo). Non mi sfugge l’efficacia comunicativa e la forza di attrazione epidermica che una rappresentazione di questo tipo sprigiona. Onde per cui, con spirito socratico, mi pare opportuno tornare sull’argomento. Preliminarmente voglio precisare una cosa. Non inseguo nessuna ambizione totalizzante, preferendo al contrario coltivare il dubbio sempre e comunque. Né trovo decoroso l’atteggiamento di chi, ridicolizzando i dogmi di fede altrui, se ne costruisce altri a proprio uso e consumo. Insomma,  il dogma dell’infallibilità lo lasciamo volentieri a Papa Pio IX e ai suoi tanti epigoni laici e cattolici. Vi prego però di non scambiare questo atteggiamento quale sublimazione di una specie di relativismo-nichilista, volgarmente sovrapponibile con la prassi paracula tipica di chi dà ragione a tutti non credendo intimamente a niente e a nessuno. Non è il mio caso. La strada che conduce alla formazione del pensiero deve essere libera, aperta, plurale e scevra da sovrastrutture e pregiudizi. Ma il consolidamento del pensiero, proprio perché frutto di un tragitto faticoso e impervio, risulterà infine decisamente forte, granitico, fiero e sicuro. Tempo fa scrissi che l’applicazione cieca delle misure di folle austerità è funzionale al ritorno del nazismo (clicca per leggere). Oggi ne sono ancora più convinto. L’attuale Ue, matrigna e indegna, è pensata apposta per strappare dal cuore dei popoli un’idea di Europa pacifica, solidale e ricca. Consentendo a figuri spregevoli e miserabili come Olli Rehn di rappresentare l’Europa fattasi carne cosa volete che accada? Accadrà che le spinte centrifughe, già visibili, si gonfieranno fino al punto da far esplodere l’intera architettura comunitaria, divorata da una ondata di risentimento e di rancore, terreno di coltura perfetto per far nuovamente  attecchire la mala pianta dell’autoritarismo belluino. “Le forze reazionarie hanno uomini e quadri abili ed educati al comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati, si proclameranno amanti della libertà, della pace, del benessere generale, delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuate dietro i movimenti popolari, e li abbiano paralizzati, deviati, convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovranno fare i conti. Il punto sul quale esse cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Potranno così far presa sul sentimento popolare più diffuso, più offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari: il sentimento patriottico. In tal modo possono anche sperare di più facilmente confondere le idee degli avversari, dato che per le masse popolari l’unica esperienza politica finora acquisita è quella svolgentesi entro l’ambito nazionale, ed è perciò abbastanza facile convogliare sia esse che i loro capi più miopi sul terreno della ricostruzione degli stati abbattuti dalla bufera. Se questo scopo venisse raggiunto, la reazione avrebbe vinto”. Questo passaggio, contenuto nel Manifesto di Ventotene (clicca per leggere),  mi appare di estrema attualità. Invito infine i tanti scettici convintisi che le differenze culturali e linguistiche costituiscano un ostacolo insormontabile sulla strada della costruzione dell’Europa politica e democratica, ad approfondire il significato di “Stato federale”, magari riflettendo sulla bontà o meno della sintesi proposta da Alexander Hamilton: “Lungi dall’implicare una abolizione dei governi statali, (il sistema federale, ndm), li rende parti costituenti di una nazione sovrana, concedendo loro una diretta rappresentanza in Senato e lasciando nelle loro mani una buona parte della sovranità, Ciò corrisponde pienamente al concetto di governo federale in ogni possibile e ragionevole estensione del termine”. Esistono casi concreti, penso al civilissimo Canada, che dimostrano come la contemporanea presenza di elementi anglofoni e francofoni non pregiudichino affatto l’unitarietà e la funzionalità del sistema nel suo complesso. Non credo quindi che l’assimilazione forzata costituisca l’unica tragica via in grado di condurci verso gli Stati Uniti d’Europa. Tesi quest’ultima, brillantemente sostenuta da Rodion sulle pagine di questo blog (clicca per leggere). La Ue può oggi vessare i popoli proprio perché non è organizzata secondo le regole e i principi che reggono uno Stato autenticamente federale. La Ue è infatti una specie di informe confederazione che esclude i cittadini dai processi decisionali veramente rilevanti. E’ questa la principale stortura alla quale bisognerebbe al più presto porre rimedio.

    Francesco Maria Toscano

    7/03/2014

    Categorie: Editoriale

    20 Commenti

    1. alessandro scrive:

      Caro Francesco, accolgo con favore che negli ultimi articoli stai arricchendo il dibattito circa la dimensione mondialista e globale della progressiva e inesorabile involuzione economico-sociale che stiamo vivendo. Si riconosce finalmente il ruolo preminente degli attori che operano a livello sovranazionale, nell’ambito delle più svariate entità non statuali (es: Nazioni Unite, OCSE, FMI o altre Organizzazioni non governative, fra le quali si annovera l’OMC) che hanno accelerato un processo di globalizzazione, forzando i tempi che la storia richiede, attivando un processo d’integrazione economica del mercato dei capitali, dei beni e servizi, non accompagnato a una reale estensione dei diritti civili e ad una diffusione del benessere dei popoli dei paesi aderenti. L’operato e la direzione di tali organizzazioni ed entità sovranazionali sono il più delle volte sbilanciate a favore delle Nazioni più forti economicamente e politicamente. Non dimentichiamo ad esempio che nell’ambito dell’OMC le controversie relative ai commerci che sorgono fra gli Stati aderenti si risolvono spesso a favore degli Stati più forti. E’ così che ci troviamo a non poter ostacolare che sulle nostre tavole capitino carni doppate di ormoni, in quanto l’industria che la produce è made in USA, con tanti saluti al diritto alla salute e al diritto ad essere informati sui potenziali danni alla salute degli alimenti. Un commentatore distratto, ingenuo e spesso radical-chic, si lascerebbe andare ai peggiori rigurgiti anti-americani o antimperialisti additando questa o quell’altra potenza mondiale che continua a prevaricare in saecula saeculorum sui paesi più deboli del terzo e quarto mondo. In effetti gli Stati nazionali egemoni non sono altro che teste di ponte o nuclei coerenti di forze che aprono la strada e creano quegli elementi favorevoli su cui potenti interessi privati di alti papaveri della finanza e dell’industria trovano appoggio per introdursi in uno scenario strategico altrimenti scarsamente accessibile. La Germania esercita abilmente questo ruolo in Europa, non a vantaggio dello sventurato popolo tedesco, ma di importanti realtà industriali e bancarie made in Germany. In quest’ottica, gli Stati nazionali, specialmente quelli meno forti e strutturati politicamente, hanno di fatto svuotato significativamente i propri poteri, cedendo quote sempre più consistenti della propria sovranità ad entità tecnocratiche ed oligarchiche che agiscono senza legittimazione democratica. E’ pur vero che certe forme d’integrazione sono state scelte della classe dirigente dei paesi aderenti i quali sono rappresentanti del popolo che li ha eletti. Vedi ad esempio l’adesione dell’Italia al cosiddetto fiscal compact. Ma quanti possono vantare di avere una visione complessiva dei rapporti geopolitici mondiali? Che ne sa mia nonna chi è Mario Draghi? Credo che solo il 5% degli Italiani sappia pronunciare il nome di Olli Renh. La gente comune si preoccupa per lo più delle beghe di quartiere. Se si parla di politica regionale si stanno facendo discorsi già troppo allargati. Figuriamoci se si può parlare di Europa o di politica internazionale. La realtà è talmente complessa che richiede un approccio multidisciplinare e notevoli capacità ermeneutiche, al punto che la stessa sfugge anche alle migliori avanguardie di intellettuali. Anche a te, alle volte caro Francesco. Da qui rivolgo una accorata critica a quanti intendono puntellare forme aberranti d’integrazione, negando una discussione ed un dibattito aperto sulla prospettiva di rivedere alcune forme di apertura verso entità esterne, non come una “reazionaria” difesa dell’esistente o un velleitarismo sovranista passatista di ritorno, ma come un realistico intento di ridisegnare un mondo più a misura d’uomo, a costo di fare qualche passo indietro. Chiedo di valutare non solo il costo di un passo indietro, ma anche il costo nel proseguire nella direzione attuale. E chiedo soprattutto una discussione più aperta, argomentata e più convincente circa la possibilità di una uscita dall’Eurozona, senza essere liquidato come un sostenitore di posizioni antistoriche e velleitarie, anche perché fino ad oggi di velleitario c’è solo questo aberrante tempio Europeo, che sembra stia diventando “il mio… tesssoroooo…”. Rispetto al precedente articolo di ieri, quello di oggi mi sembra dimostri una saggia apertura al dibattito, ma il messaggio che reca è fuorviante, come lo è altrettanto la posizione di Rodion. Questi è contrario a qualsiasi forma d’integrazione, tu invece saluti con favore forme democratiche d’integrazione in uno Stato federale Europeo. Tante grazie! Anche io sono favorevole. Ma fintantoché non la smettiamo di parlare assieme di capre e cavoli ovvero di Mercato Unico Europeo e di Unione monetaria dell’euro possiamo discutere all’infinito. Sono due cose diverse. Se non completi il primo con una forte integrazione politica ed economica il secondo (che è anche il primo e l’unico pilastro della UE) è destinato a creare enormi squilibri macro-economici e su questo sono d’accordo tutti gli economisti più seri. Quando dico di argomentare, intendo che non vorrei essere liquidato con frasi del tipo: “l’euro è un mezzo non un fine” (anche la bomba atomica era un mezzo non un fine!) o come sostengono taluni che il ritorno alla Lira non supererebbe il nefasto principio dell’indipendenza delle banche centrali, tanto che è dal 1981 che ci indebitiamo a costi elevati a seguito dell’operazione “divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia” per mano di Andreatta. Riacquistare la sovranità monetaria non esclude di riacquistare il controllo della Banca Centrale. Spero che questo sia uno dei tanti articoli dedicati al tema euro. Fermo restando che l’equazione euro=europa è fuorviante.

    2. Leggervi è panacea. … <>.
      E’ logica che una legge emanata dal governo centrale europeo, nella visione succitata anche se adoro il progetto Pan-Europa, non può essere utilizzata in modo autoritario in una singola Regione.
      Mi spiego, ogni regione ha delle conformità territoriali, indi la medesima legge può essere modificata in seno al governo Regionale. D’altro canto, una legge che vada a favore deve essere ligia, autorevole in ogni regione. Grazie per avermi letto. Lunga vita.

    3. nkant scrive:

      A mio modesto avviso, la vera anomalia e’ questo euro, che ci ha letteralmente privati della sovranità monetaria.Con la lira avevamo una spesa pubblica, che era la ricchezza dei cittadini(La mia spesa e’ la tua ricchezza.La tua spesa e’ la mia ricchezza./P.Krugman/) e potevamo decidere le nostre politiche economiche..Adesso invece abbiamo un debito vero da pagare con tanto di interessi.E in più siamo costretti a sorbirci le a dir poco assurde politiche economiche di rigore di stampo neoclassico, imposte da quattro tecnocrati, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.In parole povere come nazione contiamo come il due di coppe quando la briscola e’ a spade.Zero sovranità monetaria e sempre meno sovranità politica(costituzionale e parlamentare).Non uno, ma ben sei premi nobel hanno detto di no a questa bruttura monetaria chiamata euro.E chi in Italia parla di Stati Uniti d’Europa, forse dimentica che nei fatti, non siamo uniti nemmeno come nazione(due o tre Italie a tre velocità diverse).Per non parlare delle enormi differenze sociali, economiche e culturali tra le nazioni europee(Italia contro Germania e Francia, etc…. ).Quando leggo certe congetture riguardo agli Stati Uniti d’Europa, pensando a quanto scritto sopra non so più se ridere o piangere…… ma se penso a dove ci ha portati questo euro, mi viene solo da PIANGERE!

    4. Petronius scrive:

      La Meloni oggi ha detto che l’Europa non è riformabile e che bisogna uscire dall’euro.
      Grillo ha scritto che bisogna abolire le regioni e passare alle macroregioni ossia tornare alla Repubblica di Venezia e al Regno delle Due Sicilie (sic!).

      Io li prendo come segni evidenti della fine del Kali Yuga…

      • Petronius scrive:

        Chiarisco: il fatto della Meloni lo ritengo straordinario perché viene solo da destra (ha detto la Meloni che è meglio essere comunisti che servi, non so se mi spiego) mentre da sinistra arrivano esclusivamente o notizie di sempre più vergognosi asservimenti o incasinatissimi e velleitari conati di gruppuscoli microscopici sempre in lite fra loro.

        • Spartaco scrive:

          La meloni sta facendo campagna elettorale per le europee. Il suo partito è il solito sindacato giallo e il padrone è sempre LUI. Alla prima conferenza del nuovo soggetto politico disse : quando poi si chiamano FRATELLI d’Italia. Quando proporrà una legge sul conflitto di interessi sarà credibile.

    5. Rodion scrive:

      In realtà, carissimo @Moralista, come ti ho scitto nell’altro thread, non credo di avere una “vision” diversa dalla tua. Mi dissocio totalmente dalla sintesi che fa @Alessandro del nostro dibattito: NON è vero che escludo in senso assoluto una qualsiasi forma di integrazione. Tutt’altro!

      Prometto di finire il pensiero e di scrivere, come ultima parte, la mia personalissima visione utopica dell’universalismo.

      Già citando Hamilton ci avviciniamo tantissimo! L’imprinting della Costituzione USA non è Hamiltoniano, è Jeffersoniano!

      Le considerazioni che esprimo sono funzionali al qui ed ora europeo ed italiano: una personale interpretazione del dibattito che si sta svolgendo e del confronto tra i maggiori divulgatori.

      Quando è iniziata questa interessantissima discussione ho provato a chiarire subito la mia posizione con una metafora che mi colpì molto ai tempi dell’Università: quella del mio professore di etica che, riportando alcuni studi di sociologia, mostrava la similitudinde tra “frontiera” e “membrana” in un’organizzazione sociale vista come un organismo.

      Le membrane sono completamente APERTE o completamente CHIUSE?

      Il corpo umano è ben “integrato”? (Bé, almeno se in salute…)

      Le cellule sono SEPARATE **E** UNITE dalle membrane. Questo è il mio poensiero: né “cantuccio” autarchico né, tanto meno, qualsiasi processo di smantellamento forzato degli Stati nazionali.

      Il “cosmopolitismo kantiano”, un universalismo di matrice “hamiltoniana” NON possono essere raggiunti senza il rispetto delle leggi naturali e sociali. Tutto qua.

      Non faccio una questione di merito, ma di metodo: COME, QUANDO e, soprattutto, IN QUANTO TEMPO.

      Ciò che mi è apparso immediatamente approfondendo il tema, è che le forze reazionarie hanno sempre avuto ben chiari certi principi “naturali” (ripeto, da almeno Adam Smith): infatti li utilizzano in modo estremamente efficace per ottenere ciò che **per loro** è bene.

      Un progressista può è deve aver la “testa fra le nuvole” ma non dovrebbe MAI non tener ben piantati (conservare?) i piedi per terra. (Yin e Yang che si compenetrano? :-) )

      (Io non credo, come sostieni, che andremo verso nuovi nazionalismi statuali e basta: la UE è già il non plus ultra del nazionalismo – senza Stato – credo piuttosto che si arriverà a secessioni così come vuole l’ideologia hayek-mondialista: sarà una semplice provocazione? http://www.beppegrillo.it/2014/03/e_se_domani.html )

      • Diego scrive:

        tra l’utopia e il “qui ed ora” c’è di mezzo un mare ad occhio e croce: ci sono visioni immaginifiche e futuribili (senza le quali l’uomo non avrebbe avuto una Storia, probabilmente), e poi strategie a lungo periodo e, necessariamente, tattiche di respiro più corto, stando a ciò che ci è stato spiegato.
        Per dire che su questo punto concordo col Moralista per ciò che riguarda il futur(ibile)o dell’europa.

        certo ciò non vuol dire che (copyright DRP) un premier degno di questo nome non debba minacciare la sospensione unilaterale dei trattati come ultima istanza in una trattativa ad un tavolo UE, e ci mancherebbe

    6. Gianluca scrive:

      Non ci siamo. Lo stesso paragone con il Canada è quantomeno ingenuo. La costruzione Europea è profondamente liberista, e le differenze tra paesi sono tali che non potrebbe essere altrimenti. Non condivido nemmeno questa ostentata ricerca del gigantismo dal sapore imperiale e buono forse per chi adora il comando sui popoli.
      Un post su orizzonte48 spiega, secondo me perfettamente, perche il sogno €uropeo è cosi ricercato dalle classi dominanti, alla fine profondamente neoliberiste.
      Hayek pensa ad una federazione di Stati, e la cosa davvero interessante è la sua discussione, come dice appunto il titolo, delle conseguenze economiche di una tale federazione. Con logica stringente, Hayek dimostra che una federazione fra Stati realmente diversi porta necessariamente all’impossibilità di un intervento statale nell’economia, e quindi alla vittoria di politiche economiche liberiste (il che ovviamente dal suo punto di vista è un bene). Infatti una federazione per essere stabile ha bisogno di un sistema economico comune e condiviso, e quindi della libera circolazione di merci e capitali, e questo porterà ovviamente a una perdita di controllo dei singoli Stati sulle loro economie. Si potrebbe allora pensare che il controllo statale si sposti al livello federale. Il nuovo super-stato federale si riprenderebbe quei poteri di controllo sull’economia che i singoli Stati avranno perso. Hayek risponde di no. Perché l’intervento statale sull’economia presuppone la capacità di mediare fra interessi contrapposti, di accettare compromessi ragionevoli, che non ci sono, o sono più difficili, fra popoli di Stati diversi. Come scrive Streeck riassumendo Hayek,

      “in una federazione di stati nazionali la diversità di interessi è maggiore di quella presente all’interno di un singolo stato, e allo stesso tempo è più debole il sentimento di appartenenza a un’identità in nome della quale superare i conflitti stessi (…). Un’omogeneità strutturale, derivante da dimensioni limitate e tradizioni comuni, permette interventi sulla vita sociale ed economica che non risulterebbero accettabili nel quadro di unità politiche più ampie e per questo meno omogenee (pagg.121-122)”

      Spero Francesco Maria Toscano e i lettori possano leggere con attenzione.

      http://orizzonte48.blogspot.it/2013/07/von-hayek-e-la-costruzione-europea.html

      • il Moralista scrive:

        Tutto giusto, salvo che per un particolare. Il New Deal è nato negli Stati Uniti e non nella Repubblica di San Marino

        • Gianluca scrive:

          Assolutamente, nella più grande e giovane potenza mondiale. Tutt’altra cosa rispetto all’Europa e ai popoli europei.

        • Rodion scrive:

          Anche la Crisi del ’29 non è nata nella Repubblica di San Marino. Lo stesso quella del 2008 di cui tutto il pianeta ancora gode gli effetti.

          Il New Deal NON ha evitato lo scoppio della WWII.

          Lo vogliamo ammettere qual è da un secolo il maggior responsabile degli squilibri globali?

    7. Gianluca scrive:

      Da tempo, penso a chi si dichiara pseudo-progressista e ambisce ad un impero europeo. C’è un qualcosa che trovo profondamente totalitario. L’Europa, è fatta da tanti popoli, diversi gli uni dagli altri, nel bene e nel male. Chi ha una cultura “progressista”, riconosce negli altri e nell’immigrazione, una ricchezza, la ricchezza che porta il diverso da te, che ha un altra prospettiva, a volte anche della vita e attraverso il riconoscersi diversi, e lo scambio culturale, che l’uomo può forse allargare i propri orizzonti. Quello che trovo invece profondamente reazionario e paradossale, e la ricerca di un annessione europea, condita sempre, almeno nei media, da una forma di auto-razzismo per cui tutto quello che è cultura italiana, regionale, etc diventa folclore vecchio… mentre ciò che arriva da chi fa la voce più grossa è nuovo, quindi per forza di cose migliore del vecchio. Prima quella anglosassone; ora la cultura tedesca è quella da seguire, e i popoli latini adesso hanno da imparare e uniformarsi. Poco importa se questo porta ad un disastro anche economico (il debito, come senso di colpa ad esempio).
      Quando penso ad un progresso europeo, penso ad una cooperazione tra paesi liberi, e la ricerca di un armonizzazione verso l’alto degli standard qualitativi della vita umana e non solo… Mentre vedo la sinistra, invece, ricercare affannosamente un compromesso verso il basso (svalutazione interna) per difendere un idea economica, l’Euro, che non dovrebbe avere nulla a che vedere con il progresso e miglioramento dei popoli europei, essendo un mero strumento.
      Quello che una volta era l’avanguardia del progresso, le nazioni, adesso sono divenute fastidiosi ostacoli. Io non credo che gli Stati abbiano un valore assoluto, ma so che in economia le distanze e le differenze “contano” e non sono nemmeno sicuro di volerle cancellare tout-court con un colpo di spugna.

      • il Moralista scrive:

        Gianluca, l’idea di Europa unita nasce all’indomani della catostrofe della seconda guerra mondiale. L”Europa delle nazioni, quella che sembri rimpiangere tanto, si fondava sul famoso equilibrio di potenze uscito dal congresso di Vienna. Guerre continue per soddisfare le bramosie mercantiliste di paesi alla ricerca del famoso “spazio vitale”. Settanta anni di pace ci hanno fatto dimenticare il valore della serenità. In ogni caso, marinettianamente, non escluso che una nuova carneficina globale possa oggi costituire l’unica via d’uscita rispetto al tunnel che abbiamo imboccato. Spero di no. Ma temo di sì…

        • Gianluca scrive:

          Io non rimpiango l’idea di nazioni allo scontro, ma paesi e regioni dallo spazio vitale aperto, libero e auto-determinato.
          Credo che la terza guerra in Europa la stiamo vivendo, grazie all’Euro, ma al contrario delle guerre passate, la stanno subendo solo una determinata fascia della popolazione, inerme, e senza strumenti per capirla. Ciò che è amaro, è che almeno le bombe erano (quasi) uguali per tutti… mentre adesso, la guerra è diventata economica e psicologica, e chi non ha garanzie è lasciato da solo, nella propria disperazione e autodistruzione, lenta, giorno per giorno. Il tutto mentre chi sogna con la pancia piena, può lasciarci in balia del progetto egemone tedesco, perché domani, forse… senza nessuna seria difesa.
          Il lavoro di Alberto Bagnai, per me è stato illuminante. Ma forse basterebbe una frase di Stefano Fassina, per sintetizzare l’orrore(?) o tradimento tragico delle sinistre: o si svaluta la moneta, o si svaluta il lavoro.
          Bene, in questa sintesi non c’è il sottotitolo: la svalutazione del lavoro è molto più feroce e dannosa verso le classi meno abbienti, ma al contrario garantisce e favorisce i grandi capitali e le grandi aziende.
          In un Europa libera, con meccanismi economici difensivi più estesi, non avremmo bisogno di un New Deal.
          Creare problemi e poi proporre soluzioni che sono almeno in parte “il fine” di chi ha creato i problemi, è l’arte, ormai scoperta e conclamata, di queste élite.

        • Gianluca scrive:

          p.s. lo stesso comparto industriale tedesco, ha più volte confessato, che senza l’Euro, non avrebbe potuto avere quell’impatto devastante verso gli altri popoli europei. La sua svalutazione interna avrebbe avuto serie ripercussioni nel mercato dei cambi, che avrebbero sterilizzato, almeno in parte, il tentativo di egemonia conclamato dalla storia.

    8. Rodion scrive:

      Mi pare che il nodo principale sia proprio il fatto che non c’è una presa di coscienza che NON sono gli Stati nazionali che generano la sofferenza di crisi e guerre! (Che, tra l’altro, sono le due facce della stessa medaglia).

      La VERITA’ è, come lo stesso @Moralista porta ad esempio, che OGNI volta NON vengono rispettate le LEGITTIME sovranità delle nazioni si sono scatenate TRAGEDIE IMMANI!

      «[...]Guerre continue per soddisfare le bramosie mercantiliste di paesi[...]»

      Ma chi sono ad avere “queste bramosie”? Le élite o gli Stati nazionali?

      Qualcuno mi spiega per quale strakazzo di controintuitivissima ragione se ogni volta che un élite vuole cercare “i suoi spazi vitali” radendo al suolo quello degli altri, la soluzione dovrebbe stare nell’abbattere gli Stati nazionali che si oppongono per costituente alle élite stesse?

      Qualcuno mi spiega per quale motivo gli interessi dei socialdemocratici dovrebbero COINCIDERE con quelli delle élite reazionarie che vedono lo Stato nazionale come il peggior dei suoi nemici?

      @Gianluca riporta la stessa analisi di Orizzonte48 che riporto nel mio post: von Hayek DIMOSTRA l’impossibilità di socialdemocrazia in uno stato federale che aggrega culture troppo diverse.

      La guerra che è sul punto di esplodere nasce dalle idee imperialiste (nazifascismo?) e mondialiste (Ventotene?) che passano sopra al rispetto delle altre Culture e, quindi, dell’Uomo stesso.

      La presunzione di aver la verità in mano degli occidentali è la vera patologia della cultura del sol calante, il vero squilibrio globale. O il peggior cancro della biosfera sono gli occidentali oppure sono tutti gli altri.

      Il maggior problema delle patologie psichiche è il mancato riconoscimento delle stesse dal malato. (Questa, poi, è infettiva…)

      Va accettato che gli USA NON sono né Hamilton né Roosvelt come l’Europa non è né Voltaire né Diderot.

      Ne va preso atto, si gettano nella cloaca tutte le mostruose ideologie che ci rendono schiavi e, umilmente, ci facciamo insegnare dalle altre civiltà come si fa rimanere in equilibrio con il proprio territorio per millenni.

      A quel punto, molto umilmente, porremo nel mastrino in “dare” le grandi conquiste dei nostri Grandi dei quali, con tanta fatica, proviamo di esserne degni e di seguirne l’esempio.

      Il Tao è SIMMETRICO ed in EQUILIBRIO.

      • Petronius scrive:

        Come si fa a pensare che Voltaire e Locke fossero dei democratici non si sa.

        • Rodion scrive:

          Effettivamente un Montesquieu sarebbe stato preferibile…

          Ad ognuno la sua fede e i suoi santi.

        • Rodion scrive:

          Vogliamo poi parlare del sentimento democratico che animava coloro che hanno redatto il manifesto di Ventotene? Neoliberisti che proclamavano la pace con un manifesto neoliberista dopo una guerra causata dal liberismo ante ’29.

          (Liberisti che aborrivano Keynes e l’intervento della stato in economia per la piena occupazione tanto da considerare l’economia pubblica pura eredità fascista: intervento pubblico che Mortati considerava, nella sua accezione socialista, necessitato dalla Democrazia stessa…)

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    • Chi è il moralista

      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

    • Cos’è il moralista

      Sito di approfondimento politico, storico e culturale. Si occupa di temi di attualità con uno sguardo libero e disincantato sulle cose. Il Moralista è un personaggio complesso, indeciso tra l'accettazione di una indigeribile realtà e il desiderio di contribuire alla creazione di una società capace di riscoprire sentimenti nobili. Ogni giorno il Moralista commenterà le notizie che la cronaca propone col piglio di chi non deve servire nessuno se non la ricerca della verità. Una ricerca naturalmente relativa e quindi soggettiva, ma onesta e leale.

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