1483739_10201489092451751_1134362911_nCercheremo di utilizzare il semestre di presidenza per un nuovo modello ma prima l’Italia deve adempiere ai propri compiti, mettere a posto il bilancio non perchè ce lo chiedono le istituzioni ma per i nostri figli

    (Matteo Renzi)

    Ci eravamo già occupati del neopremier Matteo Renzi in merito alle sue curiose opinioni sul debito pubblico. L’argomento secondo cui l’indebitamento dello Stato costituisca un peso sulle spalle dei nostri figli e delle future generazioni non tiene conto del fatto che la spesa pubblica in disavanzo permette a cittadini e imprese di accumulare ricchezza netta. Siamo davvero sicuri che distruggere i risparmi di oggi permetta ai nostri figli di accumulare domani?

    Alcuni studiosi americani hanno realizzato un’interessante infografica che lancia una sfida a quei “falchi” del deficit che terrorizzano il pubblico a suon di contatori del debito dello Stato (come ad esempio lIstituto Bruno Leoni). A simili illustrazioni risponde infatti il Lost Output Clock (che in italiano può tradursi come Contatore della Produzione Persa), il quale mostra come un livello insufficiente di spesa pubblica si traduca in una perdita progressiva e costante di occupazione, redditi e produzione.

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    Questo grafico, tratto dal sito di cui sopra, mostra la differenza tra gli andamenti del PIL reale effettivamente conseguito dagli Stati Uniti fra 2006 e 2013 e quello potenziale se il livello di domanda fosse stato tale da raggiungere il pieno impiego di capitali e lavoro. L’area gialla che potete osservare, pertanto, rappresenta la perdita di ricchezza derivante da disoccupazione, fallimenti, bancarotte e chiusura di imprese che è legata al crollo della domanda. Inutile dire che l’unica fonte di spesa che possa portare la domanda stessa ad un livello ottimale è proprio il deficit pubblico, oggetto delle attenzioni speciali dei falchi del deficit sia europei che americani.

    Questi commentatori sono sempre pronti a descrivere il debito dello stato come un’aberrazione in quanto un bravo padre di famiglia (come lo stato dovrebbe essere) non deve chiedere soldi a prestito per finanziare le spese con le quali dà da mangiare ai propri figli: così facendo, consegnerebbe ai propri figli un peso che questi ultimi saranno chiamati a ripagare in futuro.

    Ragionando in questo senso, le indicazioni di politica economica che vengono fornite sono quelle del consolidamento fiscale, tramite la tanto “amata” austerità, che alleggerirà il macigno che pesa sulle spalle dei cittadini permettendo loro di vivere una vita serena e dando la possibilità all’economia di prosperare. Gli esperti in questione, tuttavia, non prendono in considerazione due semplici problematiche nella loro analisi.

    Innanzitutto, il motore primario dell’economia capitalista è il debito, ovvero la possibilità di prendere a prestito denaro per poter dare vita ad un progetto che renderà un reddito tale da permettere la restituzione del prestito iniziale. Prima della crisi del ‘29 e della rivoluzione keynesiana, quando i deficit governativi contavano poco e niente come componente del reddito nazionale, la crescita era trainata principalmente dalla decisione di investimento degli imprenditori. Questi aprono il processo produttivo per generare profitto decidendo così il livello della produzione. Per fare ciò nella maggior parte dei casi sono costretti a ricorre al credito bancario, quindi ad indebitarsi con gli istituti di credito per finanziare il loro investimento.

    Quando gli imprenditori determinano la domanda effettiva, devono pianificare il livello di produzione, di prezzi, di dividendi da distribuire e anche il tasso medio degli stipendi. Qualsiasi tipo di produzione in un economia moderna, o “imprenditoriale” ,è di natura monetaria e deve quindi coinvolgere delle considerazioni di carattere monetario. Quando la produzione si trova ad un livello stazionario, allora si può presupporre per esempio ,che le aziende abbiano a disposizione sufficiente liquido per finanziare le loro spese. Questo capitale circolante in aggregato costituisce crediti che non sono mai stati ripagati. Quando le aziende desiderano aumentare le loro spese, tuttavia, devono chiaramente ottenere un ulteriore estensione delle linee di credito oppure degli ulteriori prestiti dalle banche. Questi flussi creditizi allora riappaiono come depositi nella colonna delle passività dei bilanci della banche, quando le aziende usano questi prestiti per remunerare, per esempio, i loro fattori di produzione” (Marc Lavoie, “The endogeneous flow of credit and the Post Keynesian theory of money”, Journal of Economic Issues, 1984)

    Ovviamente questo processo non è sempre sostenibile come abbiamo potuto osservare in questo articolo, poichè le crisi finanziarie che il sistema economico genera sono spesso il frutto di un eccessivo indebitamento del settore privato, dove la ricerca di profitti da parte del settore finanziario porta quest’ultimo a conseguire posizioni finanziarie sempre più rischiose, trasformando così momenti di crescita economica ed euforia in momenti di recessioni a causa di bolle finanziarie.

    In secondo luogo, ciò che conta quando si vuole studiare la sostenibilità dell’ indebitamento è il reddito della controparte: i flussi di reddito sono ciò che permetterà alla persona indebitata di restituire quello che ha preso a prestito.

    Quando si va in banca a richiedere un prestito, l’istituto prima di accordare l’operazione si accerterà che il soggetto sia affidabile, cioè che abbia la possibilità con il proprio reddito di ripagare ciò che ha preso a prestito. Per quanto riguarda il debito di un governo, capire se esso sia sostenibile o meno è un processo differente, poichè il debito che il governo deve ai privati che hanno acquistato suoi titoli è denominato nella valuta emessa dal governo stesso, sulla quale detiene il monopolio d’emissione.

    Ciò significa che la “controparte” in questione (ovvero il settore privato, composto da famiglie ed imprese) non potrà conseguire un reddito adeguato a meno che il governo non abbia già immesso nel sistema economico una certa quantità di moneta, tramite la spesa pubblica.

    Inoltre, osservando il processo dal lato del governo, quest’ultimo non potrà indebitarsi nella sua valuta (cioè emettere titoli di Stato) se non ha prima speso un certo ammontare di denaro, permettendo così al settore privato di poter acquistare i titoli di debito emessi dal governo.

    Pertanto l’idea secondo cui l’indebitamento del governo sia la scelta irresponsabile di chi vuole scaricare il peso della propria inerzia sui figli che verranno si dimostra logicamente incoerente. In realtà, è l’esatto contrario: ciò che il governo non investe oggi comporta una perdita di ricchezza per la cittadinanza un domani in termini reali, ovvero impedisce la creazione di infrastrutture pubbliche essenziali. Per di più, dal punto di vista finanziario, è impossibile che il settore privato (famiglie e imprese, comprese quelle bancarie) possa acquistare i titoli di stato emessi dal governo se quest’ultimo non ha prima effettuato la sua spesa.

    Giacomo Bracci e Francesco Ruggeri

    Categorie: Economia

    25 Commenti

    1. Ho gradito il concetto dello Stato, paragonato al padre di famiglia. Esso è, a mio avviso, asportabile nel concetto politico dello Stato. Stato; una famiglia allargata.

      p.s Caro Maestro, scusi la confidenza, ho notato che anche Ella, appartiene al segno dei Gemelli. Siamo i migliori!

      • Michele scrive:

        Il concetto di Stato come famiglia può essere gradevole a livello etico e sentimentale, concepito come comunità che vive simbioticamente e in cui prevalgono altruismo e cura del prossimo. Il concetto di Stato come famiglia (o azienda) a livello di gestione economica è esattamente l’incubo in cui ci troviamo e che questo sito cerca di smascherare e ribaltare.

      • gio scrive:

        se hai gradito il concetto, sei completamente fuori strada ;)

        • Rosanna Spadini scrive:

          Infatti se un padre di famiglia non può fare altri debiti oltre ai redditi a lui consentiti, uno stato invece può fare molti debiti, perché il capitalismo stesso è sorretto dal debito, perché lo stato più potente al mondo, gli USA, hanno il debito più alto in assoluto, perché il Giappone ha il secondo debito più alto, ma non se ne preoccupano molto, e continuano a fare spesa pubblica, perché ??? semplicemente perché hanno mantenuto la loro sovranità economica e possono stampare la loro moneta (che al contrario del Gold Standard è una Moneta fiat, che nasce dal nulla), mentre noi abbiamo perso la nostra sovranità monetaria e non possiamo più stampare la nostra moneta, dato che abbiamo quello straordinario strumento killer distruttore di masse umane che si chiama EURO.

    2. federico scrive:

      a proposito di keynes che ne pensi di queste osservazioni che trovo condivisibili?

      http://www.comunismoecomunita.org/?p=4374

      • Giacomo Bracci scrive:

        Sotto certi aspetti mi trovo molto d’accordo, ed è di fatto lo stesso argomento di Minsky: le politiche “keynesiane” del secondo dopoguerra, specialmente negli USA, hanno cercato di massimizzare gli investimenti privati – e di conseguenza i profitti – attraverso l’utilizzo della spesa pubblica per commesse e militare, più un po’ di sussidi di disoccupazione (sul tema consiglio il paper di S. Bell-Kelton e L. R. Wray “The War on Poverty after 40 years”).

        Sul fatto che i programmi di lavoro ELR siano assimilabili ad una forma di militarizzazione civile invece sono totalmente in disaccordo. Si tratta di un’evoluzione moderna degli stessi piani di lavoro garantito ipotizzati da Minsky, che trovano a loro volta le proprie radici nel New Deal di Roosevelt.
        Peraltro, i piani di lavoro garantito come immaginati dalla MMT sono un programma volontario (dove sta quindi la somiglianza con la “piena occupazione” nazista?) e gli aspetti politici del piano sono una conseguenza diretta del ragionamenti di Kalecki del 1943 che Halevi utilizza per criticarli.

    3. Petronius scrive:

      Qualcuno potrebbe darmi un chiarimento?
      C’è una frase che ho capito solo ad sensum:

      “Per di più, dal punto di vista finanziario, è impossibile che il settore privato (famiglie e imprese, comprese quelle bancarie) possa acquistare i titoli di stato emessi dal governo se quest’ultimo non ha prima effettuato la sua spesa.”

      Non sono sicuro di aver afferrato il motivo per cui, “dal punto di vista finanziario”, se lo Stato non spende prima, il settore privato non può acquistare i titoli emessi dal governo.
      Se qualcuno molto gentile vuole chiarirmi questo punto lo ringrazio molto.

      • GLS scrive:

        Provo ad azzardare la risposta che, se non ho capito male, è molto banale. Posto che lo Stato ha il monopolio della moneta, essa origina dallo Stato che è la sorgente della moneta stessa. Pertanto l’eventuale denaro detenuto dal settore privato e che può così essere utilizzato per l’acquisto dei titoli di stato deve necessariamente essere arrivato da quella che è l’unica sorgente, ovvero dalla spesa pubblica. In altre parole: la parte governativa fa spesa pubblica che entra nel sistema non governativo (privato) e quindi, solo dopo, potrà essere speso per l’acquisto di titoli di stato. O no?

    4. nkant scrive:

      In estremissima ….. sintesi:La mia spesa e’ la tua ricchezza.La tua spesa e’ la mia ricchezza.
      /P.Krugman/

      • GLS scrive:

        E bravo Krugman. Ed ecco anche perché la Germania rompe le uova nel paniere. Pur essendo il paese più ricco d’Europa invece di spendere tanto e trasferire quindi un po’ di “ricchezza” ai meno ricchi, continua a mantenersi competitiva (prezzi bassi = bassa inflazione) e quindi a vendere incrementando sempre più la sua ricchezza a scapito degli altri. Da potenziale locomotiva dell’economia agisce invece come un pesante vagone da trainare.

    5. Rosanna Spadini scrive:

      John Maynard Keynes “Ogni volta che risparmi 5 scellini togli a un uomo un giorno di lavoro. …”

    6. Rosanna Spadini scrive:

      Rispondo a Giacomo, non riesco a capire perché il settore privato non possa acquistare i titoli di stato prima che il governo abbia fatto la sua spesa.

      • GLS scrive:

        Scusa se mi intrometto, ma forse non si riesce a capire perché è un concetto così banale e così scontato che più che non capirlo, non lo si riesce ad accettare. Come avevo già detto a Petronius (che poi sembra essersi ritrovato) tutto si fonda sul principio di moneta come monopolio si Stato e quindi lo Stato rappresenta l’unica fonte della moneta. Non esiste altro soggetto che la possa generare e quindi tu come privato non puoi averne se non dopo che la parte governativa lo ha speso. La moneta arriva ai privati solo attraverso la spesa pubblica.

        • Petronius scrive:

          Forse Rosanna pensa al caso delle banche europee alle quali è stato prestato denaro a interessi agevolati che poi è stato usato dalle banche stesse per comprare titoli di Stato invece che per prestiti all’economia reale.
          In qualche modo va considerata anche quella spesa pubblica se ci ricordiamo che spesa in fondo è un sinonimo di investimento (come appunto il prestito anche se a interessi particolarmente agevolati).

          Per il resto è molto semplice, anzi è talmente semplice che a uno gli viene il dubbio di sbagliarsi e infatti ho posto la domanda proprio perché non essendo esperto di economia mi sembrava troppo elementare.

          In sostanza, detto in soldoni: il settore privato può anche detenere delle ricchezze ma finché lo Stato non gli dà i soldi sarebbe (ipoteticamente) costretto a comprare titoli pubblici barattando parte dei suoi beni.
          Ora lo Stato ovviamente non stampa denaro e poi lo consegna gratis in giro a cittadini e banche; lo distribuisce “acquistando” qualcosa che sia la benzina per le auto della polizia, il lavoro dei dipendenti pubblici sotto forma di stipendi o le grandi opere.

          Il problema interessante è che ragionandoci su mi sembra di poter osservare che la massa monetaria complessiva risulti alla fine superiore al denaro effettivamente messo in circolo dallo Stato.

          • GLS scrive:

            Quando dici: “Il problema interessante è che ragionandoci su mi sembra di poter osservare che la massa monetaria complessiva risulti alla fine superiore al denaro effettivamente messo in circolo dallo Stato” forse lo si potrebbe spiegare semplicemente con il fatto che le banche private quando aprono un credito verso qualcuno, nella pratica, creano denaro dal nulla anch’esse. E il giochino sta in piedi fintanto che tutto questo denaro “virtuale” resta tale per cui, per esempio, tutti i creditori non vanno tutti assieme ad esigere banconote cartacee. E’ stato calcolato che nel mondo ormai c’è denaro virtuale e non, in quantità pari a decine di volte il PIL dell’intero pianeta. Quindi mi sembra comprensibile che tu, e non solo tu, abbia quella sensazione di cui sopra. Ultima nota a riguardo: è proprio questo meccanismo e ancor più qello della finanza speculativa che crea denaro dal denaro che tende a far divergere la quantità di soldi dalla ricchezza reale. Ed è proprio questa divergenza nota anche come “bolla finanziaria” che altro non è che un enorme debito privato (da notare che non esiste credito senza il corrispondente debito) che quando scoppia mette in serio pericolo le banche che hanno rischiato allegramente. E allora tocca agli stati tirarle fuori dal baratro scivolandoci dentro in termini di debito pubblico che poi, alla fine, è ciò che rimane, che si vede, che si giudica e si condanna. E a seguire, le manovre lacrime e sangue per risanarlo. E’ il giochetto che è avvenuto nel 2007-8 ma è anche lo stesso perverso gioco che sta avvenendo ora e che secondo molti porterà ad una nuova crisi finanziaria tra non molto.

            • Rosanna Spadini scrive:

              La Teoria della Moneta Endogena

              … Pertanto, a differenza di quanto comunemente si crede, i prestiti creano i depositi e non viceversa. Le banche non sono perciò un intermediario tra i risparmiatori che depositano denaro e coloro che chiedono i prestiti.
              E’ questo in sintesi il cosiddetto “circuito monetario”, ossia la sequenza logica di fasi concatenate che scandiscono la produzione e lo scambio in un’economia capitalistica. Un’economia in cui le imprese usano la moneta “creata dal nulla” dalle banche per investire (comprare beni capitali) e pagare i lavoratori al fine di produrre le merci. Successivamente le imprese venderanno le merci sul mercato e con la moneta così ottenuta restituiranno i prestiti alle banche. …
              nella Teoria della Moneta Endogena, la Banca Centrale non è in grado di controllare direttamente la quantità di moneta. Essa fissa il tasso d’interesse al quale rifinanzia le banche con la moneta legale e tale tasso d’interesse influisce su quello effettivamente applicato dalle banche ai clienti. A tale tasso d’interesse bancario la domanda di moneta “tirerà” una certa offerta. Se la Banca Centrale riduce il tasso d’interesse, e di conseguenza lo riducono anche le banche, la domanda aumenterà e quindi aumenterà anche l’offerta. La Banca Centrale deve essere sempre pronta a fornire la liquidità in moneta legale necessaria, pena l’insolvenza del sistema finanziario. …

              • GLS scrive:

                Esatto. A questo proposito per i più volenterosi, c’è un bell’articolo uscito proprio pochi giorni fa su The Guardian che è una sorta di scoop sul tema della “Genesi della moneta moderna”. Ecco il link: http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/mar/18/truth-money-iou-bank-of-england-austerity
                Purtroppo la realtà è spesso peggio di come la si dipinge.

              • Giacomo Bracci scrive:

                Esattamente. Ottimo l’articolo del Guardian pubblicato da GLS, si riferisce al fatto che la Bank of England ha pubblicato 2 video e 2 paper che spiegano la natura e la funzione della moneta esprimendosi negli stessi termini dei post-keynesiani e della Modern Money Theory.

                Il concetto è più o meno questo: nel momento in cui il governo emette una sua passività (che per chi la riceve, ovvero il settore privato, rappresenta un “io-ti-devo” ovvero un credito), la corrispondente attività che entra nelle tasche del destinatario può seguire diverse strade:

                1) può essere utilizzata per pagare le tasse imposte dal governo, nel qual caso viene ritirata dalla circolazione;
                2) oppure può essere risparmiata e quindi resta in circolazione, generando quello che conosciamo come “deficit pubblico”, ovvero quella situazione nella quale il governo spende di più di quanto incassa.

                Nel caso 2) perciò il settore privato sta risparmiando, poiché detiene quella passività. A questo punto, esso si trova di fronte a diverse alternative di risparmio: può aprire un conto corrente in banca oppure può rivolgersi al medesimo governo per convertire quell’ “io-ti-devo” in un titolo fruttifero di interessi, cioè un titolo di Stato.
                Perciò i titoli di Stato rappresentano semplicemente delle alternative di risparmio rispetto al denaro contante e al conto corrente che il governo offre al settore privato.

                Spero di aver chiarito!

    7. […] dalla Troika, fanno infatti ricadere il Paese nella situazione delineata in quest’altro articolo (clicca per leggere), ovvero sottraggono ricchezza netta dal settore non-governativo, determinando innanzitutto un […]

    8. […] non ha senso accusare il debito pubblico elevato del nostro paese come causa della crisi economica (clicca per leggere). La nostra argomentazione si divideva in due parti: il debito è il motore del capitalismo, […]

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