1483739_10201489092451751_1134362911_nIl dibattito che si sta sviluppando in questi giorni in Italia, dopo le dichiarazioni del primo ministro di voler ridimensionare l’articolo 18, per poter ristrutturare il mercato del lavoro e poter rendere più convenienti gli investimenti da parte degli imprenditori nazionali e esteri, è un buono spunto per capire l’orientamento teorico sottostante le scelte economiche del governo.

    Volgarizzando il discorso per cercare di riassumerlo in poche righe possiamo dire che l’idea di base è la seguente: riducendo le tutele sul mercato del lavoro e rendendo più flessibile l’uscita e l’entrata dei lavoratori, gli imprenditori troverebbero più conveniente investire. Il discorso, quindi, è focalizzato principalmente sull’idea che le tutele sul mercato del lavoro frenano gli investimenti privati e in un momento di crisi economica non permettono la ripresa: la soluzione è rendere più appetibile il mercato del lavoro italiano da parte degli investitori, sia nazionali che esteri, concedendo meno garanzie di tutela ai lavoratori.

    Già nel 1929, nel bel mezzo della grande depressione, negli Stati Uniti il settore industriale puntava il dito contro i sindacati, accusandoli di non permettere l’abbassamento dei salari, così da rendere i lavoratori più appetibili per le imprese.

    Il tipo di approccio economico che influenza le decisioni del governo, infatti, non contempla tra le possibilità generali la presenza di una disoccupazione involontaria, cioè situazioni in cui ci sono persone disposte a lavorare, ma che non riescono a trovare impiego perché nessuno vuole assumerle. La disoccupazione, quindi, è dovuta principalmente ad un problema di flessibilità di salario, in gergo economico “sticky wages”, cioè ad una situazione in cui i redditi richiesti dai lavoratori sono troppo alti rispetto alla produttività e gli imprenditori non hanno guadagno nell’impiegare i lavoratori.

    Se, invece, le forze di mercato potessero agire liberamente, diminuirebbero i salari, così da rendere più appetibile l’offerta di lavoro da parte dei disoccupati.

    In situazioni in cui, invece, i sindacati e la legislazione corrente non permettano il giusto funzionamento dei meccanismi di mercato, non ci sarebbe modo di raggiungere questo equilibrio e si impedirebbe così ai disoccupati di essere impiegati. In un momento di recessione, poi, tale comportamento non permetterebbe la ripresa dell’ economia, aggravando ancor più la situazione.

    Seguendo le basi macroeconomiche del pensiero governativo ci accorgiamo allora che l’approccio seguito focalizza l’attenzione sul lato dell’offerta, in particolare sull’offerta del mercato del lavoro: da esso, infatti, si genera l’equilibrio necessario affinché l’offerta dei beni prodotti possa creare la domanda necessaria ad acquistare i beni generati dal processo produttivo.

    Un altro punto su cui viene focalizzata l’attenzione è la disparità di tutele tra chi è già occupato da anni, che gode di una situazione privilegiata, e chi cerca di entrare sul mercato del lavoro: si viene a creare una situazione di “insider-outsider” dove chi è già occupato, grazie alle tutele lavorative, non permette un turn-over della classe lavorativa, lasciando così fuori dal mercato del lavoro chi cerca di entrarvi. Anche in questo contesto una riduzione delle tutele lavorative porterebbe ad un maggior ricambio del mercato del lavoro, così anche i molti giovani che non riescono a trovare un impiego potranno finalmente essere assunti.

    Stando a quanto detto fino ad adesso la soluzione proposta dal governo potrebbe sembrare abbastanza giusta. Tuttavia, se andiamo ad analizzare le statistiche nazionali del tasso di disoccupazione c’è un particolare che ad occhio attento non potrà sfuggire: la distribuzione non omogena del tasso di disoccupazione. L’Italia, infatti, si presenta come un’ economia duale: il differenziale di disoccupazione tra Centro, Nord e Sud è  più o meno del 10%, con una media del tasso di disoccupazione del 6% al Nord, del 10% al Centro e del 23% al Sud.

    Cosa significano questi dati inseriti nel discorso sulla flessibilità del lavoro?

    Sicuramente c’è da farsi una domanda: perché in un sistema giuridico nazionale, una uguale legislazione sulla tutela del mercato del lavoro produce così alti differenziali di disoccupazione in diverse zone d’Italia?

    Perché le tutele sul mercato del lavoro producono a Bolzano il 2% di disoccupazione mentre a Enna il massimo provinciale del 35%?

    Probabilmente la correlazione tra tutele sul mercato del lavoro e livello di disoccupazione non è così diretta, almeno in Italia.

    Torniamo al 1929. Come abbiamo detto in precedenza l’industria puntava il dito verso i sindacati che non permettevano la diminuzione dei salari.

    In questo contesto emerse dalla teoria economica un approccio eterodosso che avrebbe cambiato totalmente l’analisi economica negli anni successivi. L’approccio di cui stiamo parlando è quello della macroeconomia keynesiana, di cui John Maynard Keynes fu il padre. L’economista inglese criticò fortemente l’analisi che la teoria economia ortodossa dava della disoccupazione e i rimedi che venivano proposti per risolvere la situazione: per Keynes, infatti, in una situazione di depressione con bassa occupazione, bassi consumi e bassa crescita sarebbe stato altamente controproducente cercare di abbassare i salari dei lavoratori, poiché questa mossa avrebbe ridotto ulteriormente i consumi, con un conseguente impatto negativo su produzione, occupazione e crescita.

    L’analisi dalla quale egli partiva per dare una spiegazione della disoccupazione era dal lato della domanda effettiva, cioè la domanda globale di beni e servizi dell’economia: gli imprenditori prendono decisioni sul livello di produzione, e quindi sull’occupazione e sull’investimento, basandosi sulle aspettative di vendita; tali aspettative dipendono dal livello generale del reddito, quindi della domanda effettiva.

    Quando un impresa registra una diminuzione delle vendite, all’inizio comincerà ad accumulare scorte in magazzino, sperando di poterle rivenderle in un futuro immediato, ma appena la situazione di vendite più basse persisterà e verrà interiorizzata, l’imprenditore comincerà a tagliare la produzione, diminuendo gli occupati fino ad arrivare ad un livello di produzione che sia in linea con quanto viene venduto.

    Guardando il mondo da questa prospettiva, il nesso causale mercato del lavoro, produzione (offerta), domanda è completamente invertito: non è più l’equilibrio sul mercato del lavoro, determinato dalla flessibilità dei salari, a generare una produzione sufficiente a creare la giusta domanda, ma è il livello della domanda che influenza le decisioni di produzione degli imprenditori che fa aumentare l’occupazione.

    Per dirla in altri termini, il problema della disoccupazione in Italia non è dato da una legislazione del mercato del lavoro, che non invoglia gli imprenditori ad investire, ma da un livello di domanda troppo basso. I dati Istat ci danno un altra conferma di questa analisi: se, infatti, uno dei problemi della disoccupazione (in particolare giovanile) sarebbe quello di una posizione privilegiata di chi ha già un posto di lavoro rispetto a chi cerca di entrare per la prima volta nel mercato del lavoro, allora la maggioranza dei disoccupati dovrebbero essere alla ricerca di un primo impiego. Tuttavia, i dati Istat dimostrano come nelle percentuali dei disoccupati la parte più consistente è costituita da persone che sono state licenziate dallo scoppio della crisi in poi: non si tratta maggiormente di giovani che cercano un primo impiego, ma di lavoratori che hanno perso il proprio impiego causa fallimento o tagli al personale delle imprese in cui lavoravano.

    Da questo punto di vista un governo che volesse realmente aumentare l’occupazione cosa dovrebbe fare?

    Possiamo prendere spunto dalle parole dell’economista americano Warren Mosler: “se c’è disoccupazione significa che il deficit governativo è troppo basso”.

    Il governo allora dovrebbe aumentare il deficit di bilancio, unendosi alla Francia che tramite il ministro delle finanze Michel Sapin ha fatto sapere che non si adeguerà fino al 2017 al tetto del deficit del 3%, ma che aumenterà la propria spesa in disavanzo perché la crescita del PIL è insoddisfacente.

    Probabilmente l’aumento del deficit francese non sarà abbastanza per risolvere i problemi di disoccupazione, poiché stiamo parlando di aumenti di pochi punti percentuali.

    Il governo Italiano potrebbe tranquillamente decidere di aumentare il deficit da domani, lanciando dei piani di lavoro garantito che vadano ad occupare direttamente le persone che vogliono e possono lavorare. Aumentando il deficit e dirigendo questo aumento di spesa per impiegare direttamente chi non ha lavoro, il governo fornirebbe i redditi necessari di cui l’economia ha bisogno per far ripartire il ciclo produttivo, così anche il settore privato ritroverebbe “l’ossigeno” necessario per poter ricominciare ad assumere.

    Questo approccio alla politica dell’impiego si propone di avere un importante impatto sulla distribuzione del reddito, poiché creando direttamente lavoro, e non cercando di generare occupazione stimolando gli investimenti, andrà ad aumentare direttamente i redditi, in particolare di quel segmento del mercato del lavoro dove i salari sono tendenzialmente più bassi. Tutto ciò creerà un processo di crescita trainato da salari crescenti, che è alla base per una crescita stabile in cui sia garantita una equa distribuzione del reddito tra gli strati della popolazione.

    I piani di lavoro garantito, inoltre, potrebbero essere orientati ad impiegare le persone in lavori di pubblica utilità, come servizi alla persona o cura dell’ambiente, così da poter rendere i vecchi disoccupati parte di un progetto di ristrutturazione del sistema produttivo che deve essere attuato, indirizzando la crescita economica in un percorso che sia il più inclusivo possibile e che rimodelli il sistema produttivo, così da poter soddisfare il benessere sociale e non quello esclusivamente particolaristico.

    Il governo potrebbe fare tutto questo, ma è vittima di un’ ideologia che ci sta portando al disastro economico e sociale. Cambiare paradigma economico è essenziale per potersi liberare dalle prigioni mentali in cui il pensiero dominante ha rinchiuso la maggioranza dei politici occidentali.

    Francesco Ruggeri

    Categorie: Economia, Politica

    25 Commenti

    1. Luca scrive:

      Le prigioni mentali sono difficili da scardinare. Parlando con varie persone dell’abolizione dell’art. 18 con il filtro dell’impostazione giuslavorista – keynesiana che mi sorregge spesso mi si ribatte nei seguenti termini: “ma secondo te un imprenditore ha piacere a licenziare un suo dipendente valido? L’abolizione serve soltanto a consentire l’allontanamento dei cd. fannulloni senza che ci sia lo spettro di un loro reintegro. E comunque la composizione dei salari è affidata al contratto collettivo e non può esservi una competizione al ribasso”. Al che evito di sprecare ulteriori energie e, mio malgrado perché credo nell’emancipazione civile, sono costretto a sviare l’argomento…per certe persone non basta una vita.

    2. S.Villa scrive:

      Piccolo problemino:l’euro.
      Con una spesa a deficit e mantenendo la moneta unica ritorneremmo ad acquistare principalmente beni tedeschi(svalutati del 30% e più appetibili in quanto l’euro è il marco tedesco)sfavorendo le imprese e i prodotti italiani sia sul mercato interno che in quello estero in quanto,di contro,apprezzati del 30% e meno appetibili.
      Risultato:indebitamento estero(verso la Germania) e situazione pre 2011.
      Senza la flessibilità del cambio ogni manovra economica e’ destinata a fallire e far fallire le imprese italiane,soprattutto le PMI.
      Cordiali saluti.

      • and scrive:

        Guarda, è una cosa sconfortante che persone che si definiscono adogmatiche non riescano a capire questo piccolissimo particolare; persino il fuffington post ormai ne lascia trasparire il problema.

        http://www.huffingtonpost.it/alessandro-casoli/spagna-ascesa-caduta-tigre-iberica_b_5955360.html

        Io ho smesso di scrivere su questo blog e ormai quasi di leggerlo (pur ritenendolo spesso illuminante) perchè mi prende ogni volta un colpo al cuore quando vedo la “prigione mentale” che gli mmt non vogliono vedere.
        Certo, non bisogna passare da un dogmatismo all’altro, ossia bisogna per forza distruggere l’euro, ma se non si capisce questo fottutissimo dettaglio tecnico è inutile andare avanti.
        ahivoglia a dire che è la politica che deve prendere il sopravvento sulla tecnica, ma cristo santo non puoi fare l’architetto senza un minimo di tecnica.
        cazzo.

        • Francesco Ruggeri scrive:

          Ciao, forse non ho colto bene la natura del tuo commento. Potresti spiegarti meglio? Grazie mille

          Francesco Ruggeri

          • and scrive:

            Bisogna risolvere il problema che ogni euro di espansione non finisca in acquisto di beni esteri squlibrando i conti con l’estero.
            In teoria senza la moneta unica ci pensa passivamente il mercato dei cambi; con la moneta unica… come lo vogliamo risolvere questo problema?
            Forse basta vincolare l’acquisto di beni prodotti in loco (ma guarda te se poi non inizia la propaganda nazionalista); va da se che “vincolare” non va decisamente daccordo con libertà, ma anche fosse possibile, bisognerebbe poi essere sicuri che il reddito trasferito in questo primo scambio finisca anch’esso in acquisti nazionali ecc…

            Questi dubbi sono frutto di propaganda di un guru? boh po esse, basterebbe smentire l’aspetto tecnico dell’elasticità delle importazioni al reddito, cosa che io non sono assolutamente in grado di fare, ma che non mi sogno minimamente di ignorare.

            Capisco che cercare di cambiare paradigma culturale ed incunearsi col rooseveltsimo sia difficile e possa servire anche propaganda alla “grossa” come l’mmt, ma temo che si voglia replicare un modello senza ragionare di fino sulla fattibilità.

            • and scrive:

              La germania ha una struttura economica (aziende più grandi o salari più bassi o…) che le permette di produrre per esempio un litro di latte al costo di 90 cent, mentre l’italia non si va sotto 1 euro?
              allora io passando da disoccupato a nuovo occupato pulendo gli argini dei fiumi, quando vado a comprare il latte mi compro quello tedesco!

            • and scrive:

              Di sicuro c’è tutto un teatrino MassoPoliticoGesuitico(?) che punta ad allungare i tempi per consolidare il proprio potere e schiacciare il popolo sempre più verso il basso, e questo lo illustrano molto bene Francesco e GOD, ma quando si va su temi economici, io signor nessuno ho la pretesa di vedere delle falle.
              Se sbaglio io mi do del cojone e mi correggo, se sbagliano i garibaldini… sbarcano in papuasia.

            • Francesco Ruggeri scrive:

              Ciao, le osservazioni che fai sono giuste! E ti dirò di più, molto spesso la teoria monetaria moderna viene presentata in modo troppo semplicistico, cosa che sfortunatamente la avvicina ad una teoria ortodossa! Per quanto riguarda i deficit con l’estero quello che posso dirti è che essi sono un problema poichè risultano come un drenaggio dalla domanda effettiva del paese preso in analisi. In questo contesto i deficit governativi possono fornire il quantitativo di domanda necessaria per evitare che questo squilibrio sia nocivo per il sistema produttivo. Questo significa che la spesa governativa non viene diretta solo per piani di lavoro garantito ma anche per supportare il sistema produttivo, in modo da appare il differenziale di produttività. Inoltre se un deficit estero è supportato da un’economia florida ciò non creerà problemi di eccessivo indebitamento, poichè quello che conta quando si è indebitati non è io debito in se, ma il reddito che lo supporta.

              • and scrive:

                Può essere tu abbia ragione sull’eccessiva semplificazione, ma la mia impressione è che venga da entrambe le parti.

    3. GLS scrive:

      Ma perché esiste una mmt che preveda il mantenimento della moneta unica? Personalmente ho sempre sentito parlare di mmt e ovviamente moneta nazionale, anzi moneta di stato che non viene chiesta in prestito alle banche e che quindi annulla il concetto stesso di debito. Quindi il latte tedesco costerebbe il doppio di quello italiano e tutto tornerebbe come prima: chi vende di più vede apprezzare la propria moneta e al contrario per chi vende di meno con tendenza ad oscillazioni nel tempo che tendono ad equilibrare le cose

      • Francesco Ruggeri scrive:

        Ciao, diciamo che in Italia la declinazione della teoria monetaria moderna ha preso una declinazione antieuro, che io non condivido al 100%, se domani l’euro fosse gestito secondo i criteri della finanza funzionale, utilizzando i deficit di bilancio per raggiungere la piena occupazione, non ci sarebbe la necessità di abbandonare la moneta unica. Per quanto riguarda il gap di esportazioni con la Germania penso sia dovuto magiormente ad un differenziale di produttività dell’industria pesante tedesca più che dal latte e i formaggi che vengono venduti al lidl. Inoltre, Non è assolutamente detto che usciti dall’euro le variazioni del tasso di cambio riportino in equilibrio la bilancia dei pagamenti Italiana. Questo perché la legge della domanda e dell’offerta non funziona in modo così meccanico come l’economia ortodossa asserisce.

        • Gianluca scrive:

          Cioè praticamente vi piace la fuffa impossibile da attuare politicamente.
          Siete i primi fautori dello status quo…

          Detto in altri termini, se io credo in qualcosa, devo creare le premesse per attuare il mio “piano”.

    4. Gianluca scrive:

      La prigione non è mentale, ma fisica.
      Difesa anche da milioni di eurofessi italiani(e non solo), che a quanto pare godono al farsi prendere a frustate dall’apparato finanziario europeo ed americano…
      Dentro l’Euro, nessuna soluzione sarà mai possibile e la democrazia continuerà a non esistere.

      Non a caso oggi Zingales parla di euro a due velocità, ma l’importante è che la BC resti indipendente, indipendente dal popolo ovviamente, in modo da garantire la finanza e le banche… altro che lavoro garantito!

      • Francesco Ruggeri scrive:

        Ciao Gianluca, concordo con te, con questa struttura l’UME e la UE sono totalmente antidemocratiche e all’interno di esse ci sono delle prigioni fisiche (i trattati) oltre a quelle mentali dell’ideologia dominante in questo momento. Quello che penso in questo caso è che anche fuori dall’euro non c’è la sicurezza di avere la libertà politica per poter implementare politiche economiche che siano a vantaggio di tutta la popolazione e non solo di pochi. Prima dell’entrata nell’euro l’Italia è stata sempre sottoposta a forze internazionali per la gestione della politica economica. Quello che insieme ad altre persone stiamo cercando di fare è di slegarci dalla dicotomia euro Sì-euro no per poterci concentrare sul tipo di politiche economiche che un governo qualsiasi, anche la la federazione degli stati uniti d’Europa, dovrebbe attuare per poter massimizzare il benessere sociale. Intanto serve far capire che è una certa ideologia la causa del problema, successivamente si sceglierà come agire.

        • S.Villa scrive:

          Allora dobbiamo obbligare Svezia,Norvegia,Danimarca e Inghilterra(quest’ultima in particolare,visto che possiede quote rilevanti della Bce)ad adottare l’euro.
          Questi Stati minacciano la pace e la stabilità europea con i loro particolarismi e nazionalismi.
          Finche’ non rinunceranno alle loro valute nazionali non faranno parte degli Use e non avranno accesso al parlamento europeo democraticamente eletto.

          Siete d’accordo?Toscano,chiedo un parere anche a te

          Cordiali saluti

        • Gianluca scrive:

          Quello che non riusciamo a convincervi, ma non capisco perché se non ci riesce Bagnai, ci dovrei riuscire io… che l’Euro è di perse’ fascista, perchè è un cambio RIGIDO, e questo… chi fa i conti sul serio, dal lato reazionario, lo sa bene.
          Quindi svincolarsi dall’euro si ed euro no, è come parlare di grattacieli sulle sabbie mobili.
          L’uscita dall’euro è premessa, necessaria ma non sufficiente.
          L’Euro è il principe, il vincolo esterno.
          Senza di esso, vengono a cadere tante rigidità che non rendono più obbligatoria e vincolante l’austerity.
          Solo attraverso l’Euro insomma, possono riuscire a massacrare i popoli e scavalcare le costituzioni socialiste europee come la nostra.

          Detta in altri modi, non si parla di cedere sovranità, ad un ipotetico USE che non c’è e che creerebbe comunque problemi, ma abbiamo ceduto sovranità ad un entità VOLUTAMENTE inesistente, e con una rigidità tale che COSTRINGESSE i governi ad un UNICA via percorribile, con l’ovvia causa e conseguenza del PENSIERO unico neoliberista imperante.

          • Francesco Ruggeri scrive:

            Ciao, ripeto che sono concorde con te nel ritenere l’attuale struttura dell’Euro antidemocratica e reazionaria. Quello che aggiungerei è: è la gestione dell’Euro che lo rende un problema per la democrazia, non l’Euro in se. Più che parlare di semplice cambio fisso penso sia più utile considerare la moneta unica come un super Gold Standard, dove la BCE, che è l’emettitrice dell’euro, è completmanete slegata dalle decisioni dei governi nazionali e segue una sua ideologia che è quella della stabilità valutaria. Questo porta all’attuazione di politiche economiche anti-inflattive che distruggono “l’econonomia reale” mentre viene mantenuto inalterato o aumentato il valore degli investimenti finanziari in Euro. Per cambiare rotta serve assolutamente un cambio di paradgima economico, questo può essere benissimo fatto all’interno dell’Euro o fuori, ma intanto bisogna capire qual’è il problema. Ricordo anche che processi di questo genere sono avvenuti negli Stati Uniti e in Gran Bretagna sotto i governi Reagan e Thatcher senza che le valute fossero sottoposte ad un tasso di cambio fisso.

        • Gianluca scrive:

          Penso sia molto più coerente, una ristrettissima minoranza di sinistra, che vede l’Euro come PILASTRO dell’ideologia reazionaria “pinochettiana” (fascista nella violenza e nell’idea del pensiero unico totalizzante, anti-plurale), e che ovviamente non vede solo l’euro come nemico, ma come arma formidabile per l’introduzione di trattati liberisti.

        • S.Villa scrive:

          Sono d’accordo cono voi.
          Adesso dobbiamo convincere paesi come Svezia,Norvegia,Danimarca e soprattutto l’Inghilterra(grande potenza militare oltreche’ economica)ad aderire alla moneta unica.
          Avere questi Stati-Nazione alle frontiere e’ un pericolo per la stabilità e la pace dell’Europa,con il rischio di emulazione da parte degli attuali paesi membri dell’eurozona.
          Se non accetteranno non potranno accedere alle istituzioni europee,alla formazione degli Use,alla Bce e al parlamento europeo democraticamente eletto per ovvie ragioni,a costo di sanzioni economiche come avviene attualmente con la Russia.

          Il passo definitivo è l’unione politica ed economica del fronte euro-atlantico che non può non passare attraverso un’ unione monetaria con il mondo nordamericano(Canada compreso).

          Senza queste premesse sarà impossibile fronteggiare le sfide che ci attendono nell’immediato futuro,in particolare la costante ascesa di paesi come Russia e Cina.

          Cordiali saluti

          • S.Villa scrive:

            Andiamo/andate a convincere questi paesi a rinunciare alle loro valute nazionali e a egoismi velleitari di stampo nazionalista.

            Ancora cordiali saluti

            • Gianluca scrive:

              Cioè ancora più Moloch sovietico? Non si sono fatti abbastanza danni?! Adesso il problema sono i paesi extra-euro e non la leadership tedesca che ci manda a schiantare!? Sono basito…

              • S.Villa scrive:

                Gianluca,e’ un paradosso per far capire che i loro ragionamenti non reggono.
                A quelli del pude bisogna rigirarla:visto che l’euro è cosa buona e giusta,e fuori dall’eurozona c’è solo la guerra,allora il vero problema sono gli altri stati egoisti,brutti,sporchi,cattivi e nazionalisti che stanno minacciando noi e la nostra “pace”(sic!).
                Li porti a svelare le loro stesse contraddizioni,si chiama”maieutica”

    5. Gianluca scrive:

      @S.Villa scrive:
      29 ottobre 2014 alle 15:35
      Complimenti… e sentite scuse da parte mia ;)

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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