imagesBarack Obama rischia di perdere le elezioni di midterm consegnando anche il Senato al partito Repubblicano. Al pari di altri finti progressisti alla Hollande, pure il primo presidente nero della storia degli Stati Uniti d’America è oramai inviso agli occhi dell’elettorato. E pensare che l’economia americana, a differenza di ciò che accade all’interno di una Europa oramai germanizzata, cresce di pari passo con il progressivo calo del numero dei disoccupati. Simili risultati, a prima vista soddisfacenti, nascondono in realtà il completo fallimento dell’esperienza Obama, costellata da una retorica vuota e buonista che tanto ricorda le sulfuree atmosfere respirate in Italia ai tempi del pessimo Veltroni. I nuovi posti di lavoro creati in America sono perlopiù precari e malpagati, mentre il livello di diseguaglianza fra i pochi privilegiati e i troppi sfruttati continua ad aumentare. L’arroganza della finanza, causa prima dello scoppio della famosa crisi del 2008 che ancora provoca i suoi effetti, non è stata arginata, costringendo la politica a recitare come al solito il ruolo di serva ipocrita e sciocca al servizio di noti plutocrati globalizzati. Obama avrebbe dovuto ripristinare il Glass Steagall Act inopinatamente abolito ai tempi di Bill Clinton; avrebbe dovuto lanciare un piano per la piena occupazione finanziato in deficit; avrebbe dovuto espandere con maggiore coraggio il welfare e, infine, avrebbe dovuto impedire che l’Europa finisse ostaggio di un manipolo composto da fanatici di ispirazione neonazista del calibro di Schauble, Weidmann, Merkel e Draghi. Nulla di tutto questo è stato fatto. E forse non poteva andare diversamente, considerato il ruolo di “mero portavoce”  assegnato di fatto ad un Presidente che non brilla per coraggio, autonomia e carisma. Un Presidente democratico come Franklin Delano Roosevelt regalò la libertà agli europei sconfiggendo i nazisti tedeschi, non sapendo che sarebbe arrivato un giorno nel quale i nipotini di quegli stessi nazisti impiccati a Norimberga, capitanati da una Cancelliera venuta dall’est, avrebbero ripreso l’assoluto controllo del Vecchio Continente cavalcando l’ignavia complice di un altro Presidente americano sedicente democratico. La Storia non sarà tenera con Obama, nuovo Romolo Augustolo chiamato dal fato ad accompagnare lo sgretolamento della civiltà occidentale, ferita a morte dal ritorno di nuovi barbari teutonici, feroci e sgraziati, degni eredi dei famigerati Vandali. Ma Obama è oramai il passato. Il Presidente in carica finirà per inerzia il suo secondo mandato, calandosi poi nei redditizi panni del conferenziere illuminato che se ne va in giro per il mondo a spiegare come risolvere in astratto problemi causati in concreto da quelli come lui. Male che vada, in mancanza cioè di pubblico disposto a farsi infinocchiare, ci penseranno le grandi banche d’affari a dimostrare ad Obama la stessa gratitudine già dimostrata a “pionieri” del raggiro politico come Schroder, Blair, Monti o Geithner. Con buona pace di quelli che credono  sia possibile far uscire l’Italia dalla crisi solo occupandosi di questioni domestiche, la scelta del prossimo candidato progressista alla Presidenza degli Stati Uniti produrrà a cascata effetti politici molto importanti anche a Roma. Non sarà il patetico dimenarsi del già filomontiano Fassina a cambiare il corso della Storia. Per cui è bene fin da ora guardare con occhio attento a ciò che accade oltre Oceano, al fine di scongiurare per tempo il rischio di ritrovarci presto di fronte ad un presidente americano perfino peggiore di quello adesso in sella. Hillary Clinton, ad esempio, non a caso ammirata da giornalisti-schiavisti alla Jean Marie Colombani, potrebbe riuscire nell’impresa di far rimpiangere Obama.  Ennesimo frutto avvelenato della terza via di giddensiana memoria, l’eventuale vittoria di Hillary costituirebbe un perfetto specchietto per le allodole. Le pulsioni genocide di matrice turboliberista potranno infatti in tal caso proseguire al riparo di una suggestiva retorica volta adesso ad enfatizzare le meraviglie incarnate dalla “donna al potere”. In realtà la Clinton, legatissima al mondo della speculazione affama-popolo, rappresenterebbe niente più che il trionfo della più desolante continuità (clicca per leggere). Altra cosa è Elizabeth Warren, economista e senatrice del Massachusetts, sensibile al tema della giustizia sociale e conscia dell’importanza dell’investimento pubblico quale volano per la creazione e l’equa distribuzione di nuova ricchezza. Una sinistra finalmente autentica e genuina non può che guardare a lei con cauta ma benevola attenzione.

    Francesco Maria Toscano

    3/11/2014

    Categorie: Esteri

    6 Commenti

    1. Rosario scrive:

      I primi due anni di mandato sono costati ad Obama uno dei due rami del Congresso alle elezioni di mid term. Inizialmente aveva una bella maggioranza per portare avanti importanti riforme (quella sanitaria in primis), ma l’ha persa e la sua azione di governo è stata notevolmente influenzata da ciò. Non si può dire, però, che non si sia impegnato, soprattutto a fronte del fatto che si è trovato con una Camera contro. Lo dico perché ho seguito la politica economica USA per quasi sei mesi l’anno scorso sul New York Times e la battaglia per portare avanti determinate questioni (riforma sanitaria, tetto del debito, ecc) è stata davvero aspra…mentre da noi si parlava solo e soltanto di tagliare tutto il possibile e l’immaginabile.

    2. S.Villa scrive:

      OTTIMO ARTICOLO.

      Quando le sinistre(scientemente…)sgovernano,si spalancano le porte(sempre scientemente…)alle estreme destre.

    3. Alessandra scrive:

      Obama e’ stato supportato dalle lobby delle banche e delle case farmacuetiche..

    4. pietro esposito scrive:

      francamente e’ un’ analisi un po’ superficiale, non coglie molte dinamiche della politica americana, soprattutto il fatto che abbia quasi permesso l’ ascesa della troika europea e’ abbastanza opinabile.

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